OBAMA E LE GALLINE


CONSIDERAZIONI INATTUALI N. 31

di Lucio Manisco 2 agosto 2011


“Chicken Little”, la “Gallina Piccola”: “Aiuto, aiuto: il cielo sta cadendo. Lo ho visto con i miei occhi. Lo ho sentito con le mie orecchie e parte del cielo è caduta sulla mia testa…”.
Il vecchio adagio del folclore americano sull’allarmismo ingiustificato dei cervelli da gallina mal si addice alla gestione della grande crisi finanziaria ed economica da parte del presidente Barack Obama. Perché il suo non è un cervello da gallina, perché il cielo è effettivamente caduto e continuerà a cadere sulla stragrande maggioranza del popolo statunitense con il cosiddetto compromesso raggiunto dalla Camera dei Rappresentanti e del senato il 2 agosto 2011 e quel che è peggio sulle centinaia di milioni, forse su tre o quattro miliardi di poveri, di sfruttati, di affamati del mondo intero; perché l’allarme sul “technical default”, sul fallimento tecnico del governo federale, non è stato certo inventato di sana pianta ma è stato sicuramente pilotato da un esecutivo e da un congresso che hanno deliberatamente assestato un duro colpo, non l’ultimo, a quello che era rimasto del New Deal Roosveltiano, al Welfare State, ai diritti dei cittadini, alla democrazia della grande repubblica stellata.
Torniamo a parlare di galline, del “chicken game”, della partita strategica, più nobilmente denominata “brinkmanship”, giocata da chi a Washington ha gestito la grande crisi statunitense e mondiale: due automobili si lanciano una contro l’altra e il pilota che devia o si ferma per primo è “chicken”, è un codardo, ha cioè il coraggio di una gallina, anche se ha evitato la collisione e il disastro. Di nuovo in questo caso l’aforisma popolare non è affatto calzante perché anche se formalmente c’è stata la polemica tra repubblicani del “tea party” e l’ala liberal dei democratici con l’altrettanto formale disappunto di entrambi, nella realtà gli uni e gli altri – piloti delle due vetture – si sono ben guardati dall’andare allo scontro, ma hanno ingranato la marcia nella stessa direzione, quella indicata dai “banksters” di roosveltiana memoria.
E Obama? Per due mesi il presidente si è assunto il ruolo di arbitro equidistante in una partita di calcio, ha ammonito che non si poteva prendere a calci il portiere avversario e quando questo, abbandonato dalla sua stessa squadra, è caduto con la faccia insanguinata si è voltato da un’altra parte dicendo che il suo sacrificio era inevitabile negli interessi del fine partita.
Cos’altro poteva fare? - si chiedono gli obamisti inossidabili. Tralasciamo la lunga lista di misure preventive elencate sul New York Times da Paul Krugman per ottenere sin dallo scorso novembre un più alto livello del debito; limitiamoci a quanto ha asserito il 31 luglio l’editoriale dello stesso NYT secondo cui il presidente degli Stati Uniti avrebbe potuto far ricorso ai suoi poteri costituzionali nei casi di emergenza nazionale e ignorare – sic et simpliciter – il tetto del debito pubblico. In nome di un compromesso inadeguato ma necessario ha accettato invece tagli astronomici alla spesa colpendo sussidi ai disoccupati, il “medicare”, l’assistenza medica già minimale, l’assistenza a milioni di sfrattati, le pensioni del pubblico impiego, gli stimoli all’economia reale in piena fase recessiva. E poi con una resa incondizionata ai repubblicani di Sara Palin ha privato il Congresso di uno dei suoi principali poteri costituzionali, quello del controllo delle “purse strings”, della spesa pubblica: sarà un comitato “bipartisan” e paritario dei due partiti a decidere a fine anno un taglio di altri mille e cinquecento miliardi di dollari dal bilancio. E’ pressoché certo l’impasse del comitato stesso che porterà ad un “enforcement mechanism”, ad una procedura forzata, automatica ed eguale (alla Tremonti) di tutti gli stanziamenti governativi.
Bye bye, checks and balances.