Obama porta all’ONU la sua campagna elettorale.

GLI USA CONTRO L’INTOLLERANZA E LA VIOLENZA?
La libertà di espressione a senso unico e le esecuzioni extra giudiziarie del Presidente.


di Lucio Manisco

Le pause non derivavano dai telepromoters troppo lenti, ma dall’enfasi posta da Barak Obama nel replicare punto per punto alle critiche a dire il vero insulse mossegli dall’avversario repubblicano Mitt Romney sull’assassinio del diplomatico Christopher Stevens a Bengasi, sulla primavera araba, sulla Siria e sull’Iran. Anche senza quelle pause e le cadenze calibrate sui principi universali di libertà che ispirerebbero da sempre la politica interna ed estera degli Stati Uniti d’America quel discorso all’Assemblea generale è stato il più succinto mai pronunziato dai suoi predecessori nel consesso internazionale: in tutto ventisette minuti. A sottolineare come il Presidente avesse utilizzato il podio dell’ONU a fini essenzialmente elettorali è stato il giorno dopo il New York Times che nel suo articolo di fondo ha aggiunto un’altra annotazione critica: la sua visita al Palazzo di Vetro è stata una vera e propria toccata e fuga.
“Mentre è comprensibile per il signor Obama assumere le modalità della campagna elettorale, come fa il signor Romney, egli è il Presidente – ha concluso il quotidiano una volta autorevole – egli avrebbe potuto usare un po’ del suo tempo per incontrare in privato i leader del mondo, come fanno di solito i presidenti degli Stati Uniti.” Nessuna menzione dell’incontro-lampo con il signor Mario Monti, ridotto alla rituale photo opportunity.
Pur nell’ambito della contesa elettorale alcuni punti del discorso del signor Barak Obama davanti ai rappresentanti delle 191 nazioni del pianeta meritano attenzione critica e fattuale. Egli si è soffermato due volte sul caso del diplomatico Christopher Stevens morto per asfissia nell’incendio appiccato da un gruppo di dimostranti a Bengasi alla “safe house”, al segreto edificio di sicurezza che ospitava la delegazione consolare statunitense. Ne ha parlato come di un eroico campione dei valori della repubblica stellata e come vero amico del popolo libico, anche se l’11 settembre era stato l’allarme a prevalere sul cordoglio al Dipartimento di Stato e a Langley, sede della CIA che avevano immediatamente attribuito il criminoso gesto ad Al Quaeda e non ai difensori della memoria del profeta oltraggiata dal filmetto diffamatorio prodotto in California.
Perché questa certezza? Perché dalle casseforti dell’edificio erano stati asportati insieme agli elenchi di migliaia di agenti libici arruolati in Cirenaica dagli Stati Uniti anche le note dello Stevens sulle intese segrete stipulate con le autorità di Bengasi per trasferire da imprese europee, soprattutto italiane, a quelle USA lo sfruttamento di alcuni importanti giacimenti petroliferi della regione. Queste almeno le indiscrezioni raccolte a Washington da Andrew Cockburn e da altri collaboratori di “Counterpunch”, il sito radicale più documentato degli Stati Uniti. Quali che siano state le motivazioni e le identità degli incendiari la loro azione violenta ed omicida rimane esecrabile, e sotto questo aspetto lo sdegno palesato da Obama è giustificato.
Meno giustificata la difesa del primo emendamento della Costituzione che garantirebbe la libertà di espressione e impedirebbe alle autorità federali e statali di prevenire reprimere la manifestazione di opinioni delle più aberranti e blasfeme. In verità grazie al “Patriot Act” di Bush Junior sono centinaia i cittadini di religione musulmana incarcerati per avere espresso pareri o idee favorevoli alla resistenza contro l’occupazione militare statunitense dei paesi mediorientali. Minore ma pur sempre consistente il numero di chi è stato condannato per aver sostenuto la dissennata tesi dell’inesistenza dell’Olocausto e di quei professori universitari allontanati dall’insegnamento sotto l’accusa di antisemitismo o per avere contestato in alcuni stati della “bible belt” il creazionismo.
E non parliamo dei fermi e degli arresti dei pacifici dimostranti di “Occupy Wall Street”.
Sempre per replicare alle critiche di Romney, ovviamente mai menzionato, Obama ha esaltato la superiorità etica della tolleranza statunitense sull’intolleranza vigente in alcuni paesi musulmani. “Dicono di me cose orribili ogni giorno – ha osservato con un sorriso – ma io difenderò sempre il loro diritto di dire cose del genere.” Si è richiamato così alla famosa battuta mai pronunziata da Voltaire e non a quella di Talleyrand sulla tolleranza a senso unico: “Di questa tolleranza conosco solo le case”.
Ma ha poi trasceso ogni limite quando ha invitato i rappresentanti del mondo intero a condannare ogni forma di violenza e di estremismo.
Ventiquattro ore prima due organizzazioni per i diritti umani e la giustizia delle università di New York e di Stanford avevano pubblicato i risultati di un’inchiesta congiunta dal titolo “Vivere sotto i droni” sugli effetti devastanti delle incursioni dei velivoli senza pilota impiegati dagli Stati Uniti contro presunti terroristi nel Medio Oriente ed in Africa; il numero accertato delle vittime civili, il 40% donne e bambini, è salito in meno di un anno a 900; le comunità colpite dai missili “Hellfire”, paralizzate dal terrore, hanno raggiunto ormai fasi di disgregazione sociale che minacciano la sopravvivenza.
Non è pertanto da escludere che la gran fetta di Barak Obama a New York non sia stata motivata unicamente dagli impegni della campagna elettorale, ma anche dalla scadenza settimanale della “kill list”, l’elenco cioè dei bersagli umani dei droni sottoposta alla sua attenzione selettiva dai servizi segreti. Non si tratta di atti di guerra ma di esecuzioni extragiudiziarie ordinate dal capo dell’esecutivo in paesi alleati, amici o non belligeranti come il Pakistan, l’Afghanistan, lo Yemen, la Somalia e via dicendo. Poco tempo fa due cittadini americani sono stati selezionati dal presidente ed ammazzati con gli “Hellfire” dei “Predator” in uno di questi paesi.

Lucio Manisco