CONSIDERAZIONI INATTUALI N.46

28 novembre 2012

IL GRANDE SILENZIO DEI MEDIA: GAZA

di Lucio Manisco

Cosa sta accadendo sulla striscia di Gaza da otto giorni a questa parte? Nulla, a giudicare dal silenzio della stampa e delle televisioni occidentali sulle tragiche conseguenze dei bombardamenti aeronavali scatenati per una settimana da Israele su un milione e seicentomila palestinesi. Nessuna menzione dei decessi negli ospedali che hanno fatto salire a 178 i morti, quasi tutti civili – un terzo bambini – nessuna eco degli appelli e delle denunzie delle ONG e delle autorità di Hamas sulla carenza di medicinali, di anestetici, di penicillina e antibiotici, di strumenti chirurgici essenziali per curare più di mille mutilati e feriti.
Del rinvio della trattativa che avrebbe dovuto rendere operativi i termini della tregua non si trova traccia sui mass media europei (due eccezioni: il britannico “Guardian” e il tedesco “Frankfurter Rundschau”). Avrebbero dovuto occuparsene il presidente egiziano Morsi alle prese con la repressione dell’insurrezione popolare contro il suo colpo di stato e Abu Mazen dell’ANP che ormai conta meno del due di picche e che comunque è volato a New York per l’assemblea generale dell’ONU. E naturalmente Netanyahu, Hillary Clinton e Barak Obama, per non parlare del “quartetto”, non possono trattare direttamente con l’unica, valida controparte, Hamas, perché etichettata “organizzazione terroristica”. Apertura dei valichi? Parziale sospensione dell’embargo che da anni sta affamando un milione e seicentomila esseri umani? Non se ne parla perché potrebbe imbarazzare il governo Likud, distrarlo dai preparativi di guerra contro l’Iran e compromettere il suo trionfo alle urne nelle elezioni di fine gennaio. E poi, malgrado qualche ammazzatina attraverso il filo spinato del più grande lager a cielo aperto e qualche barca da pesca speronata e affondata dagli israeliani a tre chilometri dalla costa di Gaza, la tregua per il momento regge, almeno fino alla prossima strage motivata da un presunto diritto di Israele all’autodifesa. E la prossima tornata, nel contesto di una grande guerra mediorientale, potrebbe essere più sanguinosa e devastante di quelle che la hanno preceduta.

IL GRANDE SILENZIO DEI MEDIA: IL VOTO DELL’ITALIA SULLA PALESTINA


A ventiquattro ore dal voto dell’assemblea generale dell’ONU sull’ammissione della Palestina con il ruolo di osservatore nell’organismo internazionale, non si sa ancora quale sarà la presa di posizioni dell’Italia; la questione non è stata discussa nella commissione affari esteri del Parlamento, né, a quanto ci risulta, è stata approfondita o semplicemente trattata dai mass media nazionali. Non ne ha parlato il Presidente del Consiglio Mario Monti e tanto meno il ministro degli esteri Giuliomaria Terzi di Sant’Agata che nel suo precedente ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, di ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti, non avrebbe avuto bisogno di ricevere istruzioni dall’amministrazione Obama in quanto era stato informato da tempo del reciso no degli Stati Uniti (e di Israele) a quello che dovrebbe essere il primo, piccolo e incerto passo della nazione verso il pieno riconoscimento di stato sovrano nella comunità internazionale.
La Spagna, la Francia e tutti gli altri paesi dell’area mediterranea hanno annunziato ufficialmente la decisione di votare a favore, il Regno Unito ha indicato senza dichiararlo esplicitamente lo stesso intento e probabilmente la Germania per le responsabilità di un infame passato si asterrà.
E sta qui il mesto quanto silenzioso dilemma che angoscia l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, dell’ex ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Sarebbe disdicevole quanto erroneo chiamarlo servo di due padroni – il padrone è uno solo – ma schierarsi contro gran parte dell’Unione Europea quando il suo governo ad ogni pie’ sospinto esalta una imperitura fedeltà alla stessa soprattutto per quanto riguarda la austeria imposta al nostro paese crea un grosso problema a Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.
L’assemblea generale del Palazzo di Vetro a grande maggioranza voterà a favore del riconoscimento del ruolo di osservatore della Palestina dato che già molti paesi la hanno bilateralmente riconosciuta come stato indipendente e sovrano. E naturalmente il no USA e israeliano ha valore di veto solo nel consiglio di sicurezza e non nell’assemblea. Abu Mazen spera così di recuperare un po’ del prestigio ignominiosamente perduto, ma il prezzo da pagare potrebbe rivelarsi troppo alto: si è appreso che gli Stati Uniti gli hanno chiesto di impegnarsi con “scrittura privata” a non inoltrare all’alta corte internazionale la denunzia dello stato ebraico per gli insediamenti illegali nei territori occupati e per i crimini di guerra commessi contro i palestinesi già evidenziati dalle Nazioni Unite.

IL GRANDE SILENZIO DEI MEDIA: IL SOLDATO SEMPLICE MANNING TORTURATO PER 915 GIORNI NEGLI USA


Il soldato semplice Bradley Manning avrà per la prima volta un contatto con il mondo esterno dopo 915 giorni di carcere duro in un penitenziario militare degli Stati Uniti. Un tribunale militare, diverso da quella Corte Marziale che lo processerà il 4 febbraio 2013, ascolterà infatti in sessione “semipubblica” la sua denunzia sulle sofferenze fisiche e psichiche inflittegli durante la sua lunga prigionia. Per nove mesi in isolamento totale in una cella di due metri e cinquanta per un metro e ottanta dove gli veniva impedito di stendersi sul pavimento o di appoggiarsi al muro dopo le ore di sonno: e le ore di sonno interrotte ogni cinque minuti dalle guardie. E poi due ispezioni corporali di tipo invasivo giornaliere e nudità integrale per 800 dei 915 giorni trascorsi nel carcere in condizioni di privazione sensoriale.
La sua convocazione da parte del tribunale militare ha fatto seguito al rapporto-denunzia dello speciale responsabile delle Nazioni Unite per i reati di tortura che ha constatato nelle condizioni inflitte al soldato gli estremi di trattamenti crudeli, disumani, degradanti, analoghi a possibili torture.
Il ventitreenne Bradley Manning per circa tre anni di prigionia non è stato formalmente incriminato di alcun reato, ma le pressioni fisiche e psicologiche a cui è stato sottoposto, insieme ai martellanti interrogatori quotidiani miravano a costringerlo a coinvolgere WikiLeaks e il suo responsabile Julian Assange in un presunto complotto di spionaggio ed attentato alla sicurezza degli Stati Uniti d’America. Il che renderebbe più che probabile, senza la connivenza in atto dello stato svedese, l’estradizione diretta di Assange negli Stati Uniti e la sua condanna all’ergastolo o alla pena di morte.
Il Manning ha ammesso di avere ricevuto da un commilitone – che poi lo ha denunziato – alcuni documenti segreti del Pentagono, tra cui il filmato di un mitragliamento di civili perpetrato da un elicottero USA, ma ha rivendicato il suo diritto come cittadino americano di rendere di pubblica ragione le violazioni del diritto internazionale e della costituzione commesse dal governo di Washington.
I mass media d’oltre oceano, primo tra tutti il New York Times che in un primo tempo aveva pubblicato le rivelazioni di WikiLeaks, hanno improvvisamente fatto marcia indietro, sorvolando sulle torture inflitte al Manning e criticando aspramente Julian Assange che rifugiandosi nell’ambasciata dell’Equador a Londra si sarebbe sottratto alla giustizia svedese. Quest’ultima ne aveva chiesto l’estradizione per interrogarlo sull’imputazione di avere imposto rapporti sessuali senza anti-concezionali a due sue concittadine.
Il silenzio ha prevalso anche sulla faziosità delle versioni USA in quasi tutti i giornali e le reti televisive d’Europa.


Lucio Manisco