LA GUERRA DEI MASS MEDIA: PROPAGANDA E OMISSIONE DI NOTIZIA
Su Siria e Libia in Italia non vengono riportate le notizie pubblicate dal New York Times.

CONSIDERAZIONI INATTUALI N. 37

di Lucio Manisco 27 marzo 2012

“La guerra tramite i mass media, secondo la corrente dottrina strategica, è altrettanto importante del campo di battaglia. Perché il nemico reale è l’opinione pubblica in patria la cui manipolazione e il cui inganno sono essenziali per scatenare una guerra coloniale impopolare. Come le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, così gli attacchi contro l’Iran e la Siria richiedono un costante e martellante effetto sulla coscienza dei lettori dei quotidiani e degli spettatori televisivi. E’ questa l’essenza della propaganda che non viene mai chiamata con il suo vero nome.”
Così John Pilger sul Guardian del 18 marzo. Il più autorevole e indipendente giornalista dell’ultimo mezzo secolo fu l’unico corrispondente occidentale ad Hanoi durante la guerra del Vietnam e venne accusato, “tout court”, non solo nella natia Australia, ma negli Stati Uniti ed in Europa, di essere al soldo di Ho Chi Minh. Insieme a pochi altri negli ultimi quarantadue anni è stato regolarmente definito se non un prezzolato, un fanatico sostenitore di Saddam, di Ahmadinejad, di Gheddafi, ora di Bashar al-Assad, animato sempre da un viscerale anti-americanismo, persino da antisemitismo ogni qual volta abbia criticato le direttive Likud di Israele, “Piombo Fuso” e la selvaggia, sanguinosa repressione del popolo palestinese.
Per quanto riguarda i mass media italiani quello che più preoccupa non è tanto il successo di quest’opera di intimidazione, ma un valore aggiunto che distingue la nostra informazione da quella degli altri paesi occidentali: la totale omissione di notizia su temi, eventi che pur senza grande evidenza, con estrema cautela e saltuariamente vengono riportati dalla cosiddetta stampa benpensante estera; non parliamo dunque di internet, Counterpunch e di qualche raro periodico della sinistra sull’una e l’altra sponda dell’Atlantico. Parliamo del “New York Times”. Titolo del 25 marzo u.s.: “Gli Stati Uniti e la Turchia incrementano gli aiuti non letali ai ribelli in Siria” e nella corrispondenza di Anne Barnard da Beirut si legge che al di là dell’assistenza umanitaria da tempo ufficialmente estesa dagli USA ai gruppi di opposizione, secondo esponenti dell’amministrazione Obama, Washington ha già posto in atto un piano di aiuti militari soprattutto nel settore delle comunicazioni all’“Esercito Libero Siriano”.
Un precedente articolo sullo stesso quotidiano aveva citato le forniture di armamenti pesanti dal Qatar e gli ingenti flussi di denaro dall’Arabia Saudita ai ribelli sin dal maggio dello scorso anno. Naturalmente l’autorevole quotidiano - molto meno autorevole da qualche anno a questa parte – dedica ben più ampio spazio alle migliaia di vittime civili, bene inteso quasi esclusivamente bambini ed anziani, provocate dai carri armati di Bashar al-Assad a Homs e dintorni. Apparentemente per gli operatori dell’informazione italiana pubblicare la notizia dell’accordo USA-Turchia sulle forniture militari ai ribelli voleva dire essere al soldo del presidente siriano.
E passiamo ora ad una crisi molto più vicina all’Italia, quella libica: una crisi “delicata e complicata” nell’italico gergo giornalistico, per cui se ne parla poco o non se ne parla affatto: una tragedia sanguinosa e continua per le genti del “bel suol d’amore al rombo del cannon” che continua a tuonare intermittentemente in ogni angolo del paese come ha riferito lo scorso mese il solito New York Times. Perché è delicata e complicata questa crisi? Perché il governo di Bengasi, che conta quanto il due di picche, ha promesso a parole di osservare i trattati sulle forniture di petrolio e gas all’Italia ma, quasi certamente sotto le pressioni USA, francesi e britanniche, ha rinviato di assumere impegni scritti riconosciuti a livello internazionale. E poi un’altra notizia pubblicata sempre dal New York Times il 24 marzo u.s. sulla condotta della guerra e le responsabilità delle singole nazioni i cui aerei hanno provocato centinaia di morti tra la popolazione civile. Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, che non passa per il coltello più affilato nella cucina dell’alleanza atlantica, ha apposto a tutti gli effetti il segreto militare rifiutandosi di identificare la bandiera dei bombardieri che hanno provocato le perdite tra i civili. La richiesta era stata inoltrata da una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che aveva accertato come la notte dell’8 agosto dello scorso anno aerei della Nato avevano sganciato bombe a guida laser da 500 libbre sul villaggio agricolo di Majer massacrando 34 civili, tra i quali molte donne e bambini. Una seconda ondata degli stessi aerei a poche ore di distanza aveva mietuto altre vittime tra i soccorritori giunti dalle vicine aree agricole. Secondo l’ONU il villaggio di Majer non rivestiva alcun interesse militare né ospitava truppe di Gheddafi o gruppi di insorti.
La risposta dell’ineffabile Rasmussen è stata identica a quella data in precedenti occasioni: “La procedura d’esame ha confermato che i bersagli da noi colpiti erano legittimi bersagli militari”. “Silenzio sulla nazionalità” dei piloti, che avendo probabilmente mancato un bersaglio difeso da qualche mezzo anti-aereo avevano sganciato le loro bombe su un indifeso “target of opportunity”. Chissà quanti altri “target of opportunity” verranno colpiti se verrà accolta la richiesta dei molti Stranamore USA, primo tra tutti l’ex candidato presidenziale repubblicano John McCain, di lanciare attacchi aerei sulle truppe governative siriane.
E’ legittimo chiedersi perché i nostri mass media non abbiano riferito le notizie pubblicate dal New York Times ?