CONSIDERAZIONI INATTUALI N.41

20 settembre 2012

La rivolta dell’Islam: solo per gli insulti a Maometto?

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE: DUE PESI E DUE MISURE.

di Lucio Manisco

Il Congresso non promulgherà alcuna legge che riconosca ufficialmente una religione, o che proibisca il suo libero esercizio; o limiti la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi liberamente in assemblea o di appellarsi al governo per porre riparo a ingiustizie.

Importante e fondativo questo primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America che dovrebbe garantire la libertà di espressione anche per casi estremi come quello del video che ha fatto esplodere la violenta protesta del mondo islamico. Nel video Maometto viene definito irrazionale, mentitore, sudicio, codardo, assassino, ladro, schiavista, licenzioso, pedofilo, pervertito sessuale, mentre le sue mogli vengono presentate come ignoranti, prostitute o schiave sessuali.

Il Segretario di Stato Hillary Clinton, pur condannando la dissennatezza del film ha fatto ricorso al Primo Emendamento della Costituzione per ricordare che il Governo non può prevenire e reprimere manifestazioni del pensiero anche se provocatorie e basate su falsità. Altri non meno autorevoli esponenti governativi della politica e della cultura USA sono tornati sullo stesso tema alludendo direttamente o indirettamente alla superiorità dei sistemi democratici su quelli musulmani repressivi, fanatici e antilibertari (leggi “scontro di civiltà”) e attribuendo gli assassinii di Bengasi ad Al Quaeda o ad altri terroristi di comodo. Ma è stato il New York Times nel suo articolo di fondo del 19 settembre a spiegare al pubblico e all’inclita le vere ragioni della protesta che dal mondo islamico è approdata in Europa: non si tratta di odio per gli Stati Uniti, ma di lotta politica all’interno dei paesi della primavera araba tra i governi democratici, laici e moderati sostenuti dall’Occidente e gli estremisti islamici che vogliono prendere il potere.

E’ arrivato quindi nelle edicole francesi “Charlie Hebdo” con le sue vignette su Maometto: sulla falsariga del Segretario di Stato USA il primo ministro Jean-Marc Ayrault non ha mancato di richiamare l’attenzione su “La declaration des droits de l’Homme e du Citoyen” che nel 1789 aveva preceduto di due anni il primo emendamento della Costituzione Statunitense.

Alla condanna di “Charlie Hebdo” si è associato il Vaticano sull’Osservatore Romano che non ha mancato di esaltare il messaggio di pace e di riprovazione della violenza portato dal Ratzinger nel Libano, terra di crociate, l’ultima portata a termine dalle milizie cristiane della Falange su ordine e supervisione dell’israeliano Sharon a Sabra e Shatila con la strage di più di 3.000 profughi palestinesi esattamente 30 anni fa. Erano di fede musulmana quelle vittime, quelle donne stuprate e sgozzate, quei bambini e quei vecchi falciati dai mitragliatori Uzi e Carl Gustav: i figli e i nipoti – sono 8.500 – sono ancora lì nei campi profughi di Shatila senza acqua potabile, senza elettricità e con razioni ONU da fame. Forse bisognerebbe chiedere a loro perché sia esplosa la rabbia dell’Islam.

“Ma come è possibile, come è mai possibile tutto questo?” si è chiesta con simulato sgomento la stessa Hillary Clinton. In altre parole perché un filmetto provocatorio e dissennato rischia di vanificare investimenti miliardari in guerre, bombardamenti aerei, stragi di civili, assassinii mirati mediante droni, atrocità e torture poste in atto dal Grande Impero d’Occidente negli ultimi 25 anni.

Correva l’anno 1999 e si celebrava con una marcia a Ginevra il 50° anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. Camminavamo con Luciana Castellina e con Ben Bella che non volle parlare con me dell’Algeria o dei suoi anni di prigionia, ma insistette a lungo, senza rancore ma con l’obiettività storica di un testimone, su un unico tema, “la rabbia della memoria” che serpeggiava nel mondo islamico dopo gli eccidi nell’ex Jugoslavia, dopo Sabra e Shatila, dopo la prima guerra scatenata da Bush senior contro l’Iraq. Con presaga chiaroveggenza ci disse che gli Stati Uniti e i loro alleati europei e israeliani avrebbero proseguito con altre guerre e occupazioni militari in Medio Oriente e dopo l’implosione dell’Unione Sovietica avrebbero trovato un nuovo avversario nel terrorismo. “Ma prima o poi – concluse – la rabbia della memoria si trasformerà in rivolta generalizzata e incontrollabile con conseguenze catastrofiche non solo per gli oppressori, ma anche per gli oppressi.”

Torniamo ora alla esaltata libertà di espressione che motiverebbe l’inazione delle autorità statunitensi nei confronti di chi diffama il profeta Maometto. E’ in parte vero, anche se la Corte Suprema degli Stati Uniti con una sentenza del 1942 promulgò la dottrina secondo cui andavano poste al bando le “fighting words, le parole belliciste, gli insulti dissennati che con la loro diffusione seminano odio e provocano un’immediata violazione dei rapporti di pace”. E’ anche vero che la libertà di parola e di stampa viene osservata a senso unico, con due pesi e due misure. Ne hanno fatto le spese – giustamente in molti casi – gli altrettanto dissennati negatori dell’Olocausto. Sotto diretta pressione governativa Google ha rimosso 1.710 video dei “negazionisti”. Nel luglio del 2011 le autorità israeliane hanno ottenuto la cancellazione negli USA e in molti altri paesi occidentali degli interventi su Facebook di diverse organizzazioni palestinesi.

Hillary Clinton nel 2009 impose ai dirigenti di Twitter e Facebook di accogliere e dare il massimo risalto  alla campagna del Movimento Verde di Opposizione in Iran. Il filosofo francese Roger Garaudy venne processato e condannato per la pubblicazione del saggio “I miti fondativi dell’odierna Israele”. In Austria venne condannato a tre anni di carcere lo scrittore “negazionista” inglese David Irving. Nel 2004 due operatori di televisioni satellitari a New York vennero condannati a 69 mesi di detenzione per aver ritrasmesso alcuni programmi di Hezbollah. Critici delle amministrazioni Bush padre e figlio, quali Gore Vidal, Noam Chomsky, Alexander Cockburn hanno subito la sospensione delle loro collaborazioni a quotidiani come il New York Times, il Washington Post e il Wall Street Journal. E l’elenco dei bersagli di quel sacrosanto primo emendamento a corrente alternata nella “land of the brave and the home of the free”, nella terra dei coraggiosi e la casa dei liberi, non finisce qui.

Lucio Manisco