Repressione e silenzio stampa non fermano gli “Occupy”.

UNA RIVOLTA GLOBALE CONTRO IL CAPITALISMO

Il movimento multiforme e antisistema dilaga da Zuccotti Park a 134 città degli Stati Uniti e tocca le capitali europee, si collega con la seconda insurrezione del Cairo, con gli Indignados, con i sindacati. Investe la pantomima delle primarie dallo Iowa al New Hampshire, alla Carolina del Sud.
Fa paura a quel “uno per cento” che dopo aver provocato la grande crisi finanziaria ed economica mondiale continua anche con le presunte riforme a trarre astronomici profitti dall’azzeramento dei diritti dei lavoratori.

CONSIDERAZIONI INATTUALI N. 35bis
di Lucio Manisco 10 gennaio 2012

La rivolta multiforme e con motivazioni diverse ha preso il via dalla Tunisia e dalla primavera araba, è approdata in Spagna con gli Indignados, in Cile con la mobilitazione studentesca contro l’educazione per profitto e di classe, a Londra e in altre capitali europee con le grandi sommosse urbane, in Grecia con le massicce dimostrazioni contro la tirannia dell’euro e degli speculatori sui debiti sovrani, per poi trovare – e pluribus unus – un comune denominatore anticapitalista il 17 settembre 2011 nel movimento “Occupy Wall Street” al Zuccotti Park di New York. Nel giro di poche settimane il movimento che inizialmente contava cento, duecento studenti, disoccupati e reduci delle guerre in Iraq e Afghanistan cresceva a dismisura in 134 città degli Stati Uniti per poi assumere dimensioni globali con lo slogan “We are the 99 per cent, you are the one per cent”. “Noi siamo il 99 per cento, voi l’uno per cento.” (E quell’uno per cento ha avuto paura, continua ad avere paura e a reagire istericamente gettando benzina sul fuoco degli “occupy”.)
Nei primi giorni di quel settembre che sembra già così lontano gli occupanti del parco nel distretto finanziario di Manhattan vennero trattati dai mass media newyorchesi come un fenomeno transitorio, episodico e marginale, oggetto di curiosità e derisione: i soliti “movimentisti” ed “esaltati”, disorganizzati e privi di appoggi esterni o simpatie da parte dell’opinione pubblica. Quando superarono i mille e il loro esempio venne seguito da gruppi di manifestanti a Washington davanti alla Casa Bianca, a Boston e a Los Angeles gli operatori della borsa valori di Wall Street e i “Banksters”, come li aveva definiti 84 anni prima il presidente Franklin Delano Roosevelt, avvertirono il pericolo di un contagio nazionale e il miliardario sindaco di New York Michael Bloomberg passò all’azione: malgrado i metodi e i comportamenti pacifici dei dimostranti ravvisò il pericolo di violenze e i rischi sanitari nell’occupazione di suolo pubblico e ordinò al New York Police Department di procedere all’evacuazione forzata di Zuccotti Park. 330 agenti in tenuta antisommossa eseguirono nottetempo l’ordine con quel tipo di energico intervento che i “New York Finest” pongono in atto ogni qual volta risulti assente la televisione. L’accampamento venne devastato insieme ad una improvvisata libreria contenente 4.800 tra volumi e pubblicazioni varie; ottantadue gli arresti, trecentoventi le denunzie per resistenza alle forze dell’ordine. Il giorno dopo erano in tremila a marciare lungo Broadway e ventiquattro ore dopo erano in diecimila a occupare il Brooklyn Bridge, lo storico ponte sullo East River che connette il distretto finanziario al quartiere di Brooklyn. Questa volta la televisione era presente in forze. E così milioni di telespettatori seguirono in diretta un agente con maschera anti-gas che spruzzava da una distanza di venti centimetri l’aerosol caustico negli occhi di una quindicenne e delle sue compagne.
Fu il detonatore che innescò la conflagrazione in cento e più centri urbani dall’Atlantico al Pacifico e gli “Occupy” sotto questa o altre denominazioni dilagarono nelle metropoli europee e dell’intero mondo industrializzato. La AFL-CIO, il sindacato confederato statunitense, stanziò ai primi di ottobre mezzo milione di dollari per sostenere il movimento e le organizzazioni più attive del lavoro, la “Transport Workers Union”, i “Teamsters”, gli “Autoworkers” negli USA e nel Canada e centinaia di “Locals” confluirono con migliaia e migliaia di iscritti nelle manifestazioni indette quotidianamente in tutta la nazione. Oakland sulla baia di San Francisco, con la più alta percentuale di disoccupati degli Stati Uniti, registrò e continua a registrare l’incidenza più violenta della repressione poliziesca contro un movimento multiforme che oltre ai disoccupati (28 milioni, il doppio di quello indicato dalle edulcorate statistiche ufficiali) annovera senzatetto, ambientalisti, studenti, ONGS, precari e impiegati dei servizi pubblici licenziati dalle amministrazioni di una ventina di stati sull’orlo della bancarotta. “Death to capitalism”, “Morte al capitalismo” è la scritta che appare sempre più frequentemente sui cartelli, i manifesti e gli striscioni di chi scende in piazza.
Da Tahrir Square al Cairo, da Hamas in Palestina i collegamenti con gli “Occupy” vengono rafforzati da contatti e persino scambi di osservatori. L’ultimo appello della primavera egiziana tradita dai militari recita: “Malgrado i tentativi di soffocare la nostra resistenza, l’uno per cento vincerà al Cairo, a New York, a Londra, a Roma e in ogni angolo del mondo. Mentre la rivoluzione vive la nostra immaginazione non conosce limiti. Insieme possiamo creare un mondo in cui vivere acquisti dignità umana”.
Il 22 novembre dello scorso anno il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha indentificato uno dei punti cruciali della rivolta, la differenza tra democrazia formale e democrazia sostanziale: “La protesta sociale ha trovato terreno fertile ovunque – ha scritto – la sensazione condivisa che il sistema è fallito e la convinzione egualmente condivisa che anche in una democrazia le procedure elettorali non siano sufficienti o adeguate ad aggiustare le cose senza una forte pressione dal basso, dalle strade e dalle piazze.” E Steglitz non è certo un rivoluzionario o un esaltato, ma un osservatore critico, fattuale dello sfascio dell’economia, della finanza e del contratto sociale provocato da chi ancor oggi sotto veste diversa continua a lucrare e a difendere con pseudoriforme gli astronomici profitti del sistema.
Né va ignorato che grazie a internet il movimento “Occupy” negli USA segue con attenzione e allarme quanto avviene in Europa, dove a Monaco la UE con un colpo di schiacciamosche abbatte un governo democratico in Grecia perché promuove un referendum, registra senza batter ciglio il fiasco di un Draghi alla BCE e asseconda con sorrisi compiaciuti l’avvento di un governo tecnico in Italia che ha permesso di rinviare un consulto elettorale dall’esito incerto, anche se in tutta Europa l’unno Attila sarebbe stato più accettabile del clown Berlusconi.
I “Ninetynine percenters” sanno ovviamente che una sospensione delle formali procedure democratiche negli Stati Uniti non è perseguibile per il semplice motivo che non è affatto necessaria e la cocente delusione di Obama che per due anni non ha alterato ed in alcuni casi ha rafforzato l’erosione della democrazia formale del precedente regime buscevico (Patriot Act, legittimazione della tortura, Guantanamo, trilioni alle banche, la prospettiva di un attacco all’Iran che con un grande conflitto mediorientale rilanci l’economia e l’espansione del Grande Impero d’Occidente e via dicendo) si è trasformata in rabbia nei confronti di un Capo dell’Esecutivo che probabilmente verrà rieletto a novembre grazie alle dissennate alternative offerte dall’opposizione repubblicana.
Ed è questa rabbia uno dei fattori che alimenta la rivolta anti-sistema, paragonata forse con qualche esagerazione ad altri grandi eventi della storia. Roger Burbach, direttore del “Center for the study of the Americas” a Berkeley in California ha tracciato analogie tra il movimento “Occupy” e le rivoluzioni del 1848 in Europa – note come “Spring Time of the people”, Primavere dei Popoli – che in cinquanta paesi lanciarono la loro sfida a monarchie, aristocrazie e autocrazie mentre a Bruxelles Karl Marx e Friedrich Engels scrivevano Il Manifesto Comunista.
Chi scrive non dispone di una sfera di cristallo per anticipare portata, durata ed esiti rivoluzionari di una rivolta globale che non ha strutture organizzative e dirigenti riconosciuti. Giustificato comunque ritenere che essa abbia già prodotto una svolta decisiva nell’assunzione di coscienza di vasti settori dell’opinione pubblica nei confronti della rapina in corso di valori quali la giustizia sociale, la convivenza civile, la democrazia sostanziale e la pace nel mondo.
Ora che il silenzio stampa sul movimento è diventato il modus operandi di governi e autorità di ogni genere è opportuno riferire – grazie soprattutto a internet e a fonti dirette – che il movimento stesso non ha perso affatto vigore e spinta propulsiva. Lo testimoniano le marce bisettimanali davanti al 60 di Wall Street, le assemblee deliberative in 134 città degli Stati Uniti, le contestazioni di massa nel corso di quelle pantomime che sono le primarie indette nello Iowa, nel Massachusetts, nella Carolina del Sud e, mentre scriviamo queste note, la grande manifestazione internazionale del 15 gennaio a New York in occasione dell’anniversario di Martin Luther King.
Buona fortuna a chi cerchi di reperire, al di là di qualche accenno, soddisfacenti resoconti su questi eventi sui mass media nostrani che dedicano invece ampio spazio ad un candidato mormone e multimilionario come William M. Romney che si contraddice un giorno sì e l’altro pure o ad un ultrà bigotto e anti-gay di origine italiana come Rick Santorum non privo di un alone piuttosto macabro che lo accompagna da quando ha dormito la notte con la moglie accanto ad un neonato morto.