CONSIDERAZIONI INATTUALI N.48

4 febbraio 2013

Il processo di Bangor e i cambiamenti climatici.

IL NARVALO DI MONTAUK QUARANTA ANNI FA.

Una maniera sciagurata di entrare nella storia.


di Lucio Manisco


(Dal New York Times dell’11 gennaio 2013)
Bangor, Maine – Due americani venerdì scorso hanno proclamato la loro innocenza in tribunale respingendo l’accusa di aver partecipato per dieci anni ad operazioni di contrabbando che, secondo i funzionari federali, hanno introdotto negli Stati Uniti zanne di narvalo, la strana e rara creatura dell’Artico, qualcosa di simile ad un mitico liocorno di mare.


Il quotidiano newyorkese notava che una legge in vigore dal 1973 per la protezione delle specie marine in via di estinzione punisce con la detenzione fino a 20 anni l’importazione di questi unicorni elicoidali del narvalo, lunghi fino a tre metri, di avorio purissimo e valutati 30.000 dollari sul mercato clandestino. In Canada la specie è protetta e solo agli eschimesi Inuit viene permesso di pescarne un massimo di 400 esemplari, una quota annua da anni non più raggiunta.
Peter Ewins, dirigente del “Wordl Wildlife Fund”, ha colto questa occasione per denunciare il pericolo della incombente scomparsa del mammifero che appartiene alla famiglia delle balene: “I narvali – ha dichiarato – sono diventati i più vulnerabili cetacei dell’Artide dei quali sappiamo ben poco, perché vivono in zone remote quali i mari ghiacciati della Groenlandia del Nord e della Baia di Baffin ed è stato sempre difficile osservarli in superficie nelle fratture della banchisa: solo grazie ai sonar più avanzati è stato accertato che possono raggiungere profondità di mille e seicento metri. Gli avvistamenti stanno diventando sempre più rari, ma disponiamo di prove scientifiche che attribuiscono ai cambiamenti climatici la causa della più che probabile estinzione della specie”.
L’articolo del New York Times ha richiamato improvvisamente alla memoria una straordinaria esperienza personale nella lunga, troppo lunga, permanenza negli Stati Uniti (1955-1992) come corrispondente prima di un giornale della provincia italiana e poi del Tg3.
Correva l’anno 1974 e chi parlava allora di cambiamenti climatici passava per pazzo, visionario o “anti-americano” in quanto attribuiva agli Stati Uniti la responsabilità di gran parte degli inquinamenti ambientali, soprattutto atmosferici. Io stesso ne scrivevo senza esserne del tutto convinto: ne era convinto Carl Daremberg, un gigantesco lupo di mare di origine danese che noleggiava imbarcazioni per la pesca d’altura a Montauk, sull’estremità di Long Island a due ore e mezza da New York. Reo confesso di aver assassinato con la lenza per un ventennio, prima di un tardivo ravvedimento, dozzine di meravigliosi giganti del mare – blue marlin, pesci spada, pesci vela, blue fin tunas, dedicavo allora in compagnia del critico e storico d’arte Robert Hughes, gran parte del tempo libero, d’estate e d’inverno, a questo tipo di pesca cosiddetta sportiva (per essere veramente sportiva, ammetteva lo stesso Ernest Hemingway, invece di esercitarla con canne di fibra di carbonio, mulinelli calibrati su velocità diverse e terminali d’acciaio, dovrebbe essere praticata con un amo ferrato nella bocca di un pesce di più quintali e all’altra estremità della lenza da un secondo amo conficcato nel palato del pescatore).
Non fu comunque la pesca la ragione per cui mi trovai all’alba di una gelida giornata di febbraio a bordo del “Viking III” pilotato da captain Daremberg sulla rotta Montauk- Block Island: una delle sue imbarcazioni era in avaria al largo di quest’isola e mai e poi mai da navigatore esperto avrebbe fatto ricorso, anche per motivi economici, alla Guardia Costiera. Aveva visto la luce accesa nella casa che avevo preso in affitto vicino alla Guerney’s Inn e mi aveva chiesto di accompagnarlo. 14° Fahrenheit e cioè dieci sotto zero, un Northeastern che sull’anemometro di bordo registrava 25 miglia e con le sue raffiche faceva esplodere bolle d’aria sulla superficie dell’Atlantico mi convinsero presto che accogliere l’invito era stata una bravata da ritardato mentale. Avevamo doppiato il faro di Montauk a sei miglia dal porto quando sentii un’irripetibile esclamazione di Carl che dal ponte di comando aveva spento i due motori Grey e sceso dalla scaletta puntava un dito a babordo: uscito dal cabinato nel lucore dell’alba vidi una punta bianco-grigia e affilata che tagliava i flutti. Opinai che fosse un pesce spada e la risposta fu impietosa e secca: “You eyeties dunno nothin’… I can’t believe it… It is not possible! – Voi italiani non capite nulla… Non ci credo… Non è possibile!”.
La lama misteriosa scomparve per due minuti e poi riapparve più lunga a due o tre metri dal “Viking III” e dietro quella lama la sagoma tozza appena distinguibile di un pesce di tre o quattro metri che si inabissò senza più tornare in superficie. “A f…g narwal! That’s what it was. Today we made history. Nobody has ever sighted a narwhal at this latitude!” – “Un… narvalo – sentenziò – ecco cosa era. Oggi siamo entrati nella storia. Nessuno ha mai avvistato un narvalo a questa latitudine”. (La latitudine di Montauk e New York è 40° e quella del Circolo Artico, l’habitat del cetaceo, è di 80°). Da giovane negli anni cinquanta Daremberg aveva visto fiocinare un narvalo tra i ghiacci della Baia di Melville in Groenlandia e ne conservava una fotografia che poi mi mostrò. Quella sera, tornati a Montauk a missione compiuta, captain Carl, di solito taciturno, mi parlò a lungo del clima che stava cambiando rapidamente, di essersi imbattuto il mese prima in formazioni di ghiaccio tra Martha’s Vineyard e Nantucket, delle temperature – la cui conoscenza è essenziale per la pesca d’altura – che raggiungevano estremi opposti mai registrati prima a primavera e nell’autunno, di aver catturato a trenta miglia da Montauk dei “Doradoes” e dei “Tarpons” pesci tipici della Florida. E il narvalo avvistato all’alba? Aveva probabilmente seguito lo scioglimento dei ghiacci, o aveva perso l’orientamento, ovvero ancora era ferito. Controfirmai la relazione sull’avvistamento inoltrata al “Polar Science Center” dell’Università di Washington. Risposero a stretto giro di posta che si trattava di un’identificazione “improbabile e quindi erronea”. Tre mesi dopo Carl Daremberg ricevette dallo stesso Centro una seconda missiva: la nostra segnalazione era stata confermata dal ritrovamento della carcassa di un narvalo spiaggiato sulla costa del Maine e da altri avvistamenti del cetaceo tra il 40° e il 50° parallelo.
Sono passati quaranta anni: gli avvistamenti sono diventati sempre più rari anche nello habitat naturale del liocorno del mare.
C’è maniera più sciagurata di entrare nella storia quell’alba di febbraio del 1974 con il capitano Carl Daremberg al largo di Montauk?

Lucio Manisco