CONSIDERAZIONI INATTUALI N. 51

19 marzo 2013

BERGOGLIO PAPA: PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI ANTICLERICALI.

La folla a San Pietro. Una chiesa povera per i poveri? Siamo seri. Al nuovo papa basterebbe un piccolo passo per diventare più credibile: potrebbe ordinare domani motu proprio di devolvere l’ammontare dell’esonero IMU agli esodati e quello della norma antiriciclaggio resa retroattiva a minatori del Sulcis. Dio perdona tutti, ma noi ci stanchiamo di chiedere perdono? Lui per primo non ha chiesto perdono o fatto ammenda per la collaborazione attiva con la sanguinaria giunta militare argentina.

di Lucio Manisco

Da tre giorni il tripudio a Piazza San Pietro, in tre quinti del mondo, su tutti i mass media. Oggi poi per l’intronizzazione il tripudio diventa trionfo, unanimismo assoluto, apoteosi di massa per l’umile gesuita, per il popolare erede del pescatore di Tiberiade, per il grande comunicatore che comunica, tre volte al giorno da tre giorni, con parole semplici e piane, in un italiano dalle cadenze ispaniche, un messaggio formalmente nuovo, nuovo per l’accento posto sul sociale, tutto promesse generiche e nessun impegno specifico.

Dall’alba è cominciato il grande afflusso della folla che ha popolato l’ombelico della cristianità: saranno duecentomila, forse di più, tra romani e pellegrini, stranieri e i numerosi potenti della terra, monarchi e dittatori, presidenti di repubbliche e capi di governo. A tre giorni di pioggia a dirotto ha fatto seguito una mattinata di sole, mistica esplosione della natura in omaggio ad un papa che a pochi giorni dalla festa della resurrezione del Cristo si è rivelato anche apostolo della difesa ambientale del creato.

Abbiamo visto gli aclisti di Cuneo e le dorotee portoghesi, i mongoli e le bernadette francesi, le ferventi cattoliche argentine e i montanari bavaresi, i neri, i bianchi, i gialli. E la carne si è infoltita e serrata, occupando ogni spazio nel superbo colonnato a tenaglia del Bernini, lungo Via della Conciliazione e ses environs: bandiere, nastri, cartelli, stendardi, veli, gridi, richiami, litanie, nenie.

Gli altoparlanti, grosse e anfananti cicale negli anfratti dei cornicioni, diffondono i canti sacri con incroci, echi e ritardi: è il regina coeli, e l’alleluiante laudate dominum, il battagliero e mistico Christus vincit, Ed ecco. Ecco, è lui. Jorge Mario Bergoglio che ha preso il nome di Francesco, ma ha atteso tre giorni prima di annunziare un’identificazione, ormai a richiesta popolare, che non si tratta di Francesco Saverio fondatore insieme a Ignazio di Loyola dell’ordine dei gesuiti, ma del poverello di Assisi. Esce dal bronzeo portale con passo spedito, leva le braccia al cielo e la folla ha gli ultimi sussulti, si china, molti si inginocchiano sui sanpietrini. E sulla carne della moltitudine discende il silenzio adorante, il rito della missa latina e graeca ed infine l’omelia e la formula della benedizione.

Ora la carne si sente benedetta, scoccano l’ovazione, l’amen, l’alleluia. Serpeggia il sapore erotico incoercibile delle grandi esaltazioni: si levano i gridi, gli osanna, i viva il papa, viva gesù, viva tutto, viva la Pasqua che sta per arrivare, il Cristo che sta per risorgere; dice la liturgia, come un ubriaco, “tamquam potens crapulatus a vino”.

Dopo cinque ore spastiche e tese, più i novanta minuti all’interno della basilica per ricevere l’omaggio dei potenti, il neo-papa si ritira sotto l’occhio vigile e preoccupato del Bertone e la folla si dirada: chi se lo può permettere pensa alle uova, all’abbacchio romanesco, al vino dei Castelli.

Mentre compiliamo queste note ci rendiamo conto di aver scritto più o meno le stesse cose sessanta anni fa, quando al Pacelli successe il Montini, tutti e due scandalosamente coinvolti nella collaborazione con il nazi-fascismo. Al di là di un fin troppo scontato sarcasmo, da atei, miscredenti, antifascisti, usammo termini più duri che provocarono la confisca di un piccolo settimanale da noi fondato e diretto “per oltraggio alla fede e offesa ad un capo di stato straniero”. Altri tempi, ma le analogie con l’evento odierno sono a dir poco singolari. I tempi sono cambiati, i giornali non vengono confiscati, ma ricorrono gli anatemi e le sprezzanti smentite come quelle pronunziate due giorni fa dal prete gesuita, portavoce di Ratzinger ed ora di Bergoglio. A proposito dell’ampia documentazione, sulla collusione e i silenzi con la sanguinaria giunta argentina dell’allora generale dell’ordine e poi vescovo di Buenos Aires ha detto che si trattava delle denigrazioni e menzogne fatte nuovamente circolare dalla sinistra anticlericale.

E allora. Perché non possiamo non dirci anticlericali: anticlericali per noi in questa occasione come in passato un apprezzamento, un elogio, una qualifica ambita, un motivo di orgoglio.

Una gomma per cancellare la storia non è stata ancora inventata e il golpe ordito nel 1976 a Washington da Henry Kissinger con i militari al comando di Massena e Videla a Buenos Aires scrisse una delle pagine più orrende e intrise di sangue nella storia dell’infamia. Tre anni dopo ce ne parlò a Managua nella clandestinità un prete sandinista, Miguel d’Escoto, poi divenuto ministro degli esteri nel Nicaragua liberato dalla dittatura Somoza: i confratelli argentini della teologia della liberazione venivano torturati e trucidati con il consenso o comunque con il silenzio delle autorità ecclesiastiche – ci disse – ed aggiunse che un alto prelato di origine italiana oltre al nunzio apostolico Lago erano a conoscenza di questi assassinii in quanto, animati da cristiana pietas, inviavano i loro sacerdoti ad assistere con l’estrema unzione chi stava per essere fucilato o narcotizzato prima di venir gettato nel Mar de la Plata dagli aerei.

Ma non di questo vogliamo scrivere perché con le dovute cautele se ne è occupata in questi giorni la nostra stampa benpensante e perché il tutto è contenuto e corredato con documenti processuali in “L’isola del silenzio” di Horacio Verbitsky. Da anticlericali comunque ci chiediamo perché papa Francesco faccia un gran parlare di un Dio  che tutti perdona mentre non tutti chiedono perdono a Dio: non dovrebbe lui dare il buon esempio?

Ed alcune sue divagazioni sulla scelta del nome Francesco ci sono apparse a dir poco singolari: come quando ha riferito che un cardinale gli aveva suggerito di assumere il nome di Clemente XV, ma – ha aggiunto - Clemente XIV era stato il papa che aveva abolito l’ordine dei gesuiti. Una battuta, solo una battuta, ha chiosato sorridendo il nuovo papa. Clemente XIV, rimasto famoso per quel decreto “dominus ac redemptor” emanato sotto la pressione dei monarchi Borboni d’Europa, è stato in realtà un papa di buona cultura, che fondò i musei vaticani, affidò al Winckelmann il compito di raccogliere e tutelare dal saccheggio le statue dell’antichità e bonificò parte delle paludi pontine. Morì avvelenato e la colpa venne data naturalmente ai gesuiti.

“I gesuiti -  scrisse Blaise Pascal nelle Lettres Provinciales – non hanno reso incerta la verità, ma hanno reso certa la loro empietà”. Allora come oggi erano ossessionati dalla cosiddetta evangelizzazione, dalla conversione al cristianesimo dei poveri, vittime della colonizzazione in America Latina e in Asia. Ottennero grandi successi con le reducciones per gli indios nel Paraguay, riscattati dallo stato di schiavitù in cui vivevano sotto il dominio spagnolo e portoghese e dopo pochi decenni tutti i gesuiti vennero cacciati dal continente.

La cosiddetta “superbia gesuita” non venne mai meno ed ora finalmente ha colto una perseguita vittoria da secoli con un papa della compagnia di Gesù.

Nella crisi devastante in cui è precipitata santa romana chiesa, scandali, corruzione, Ior, pedofilia e chi più ne ha più ne metta, il crollo delle vocazioni è il problema più grosso in quanto minaccia la durabilità della teocrazia più antica e più assoluta nella storia del mondo. L’arruolamento dell’esercito di Dio può essere perseguito ovviamente tra i poveri, vecchi e nuovi, soprattutto tra i prodotti di quella fabbrica di povertà messa su dal capitalismo e dagli “austerians”. Né va dimenticato che questa pentola a pressione  può esplodere in rivolta sociale da un momento all’altro non solo in Grecia, in Spagna a Cipro o in Italia, ma in tutto l’occidente industrializzato.

E così abbiamo un papa che si schiera con i poveri e a favore dei loro diritti, che rifugge dagli orpelli e dai fasti del suo predecessore. Paga il conto dell’albergo di cui con l’ascesa al trono è diventato proprietario, si mette al collo un crocefisso di ferro e al dito un anello non più d’oro massiccio. “Diverso in tutto fuorché nel conservatorismo dottrinale – ha scritto Walter Peruzzi – Francesco potrà forse raccogliere meglio di Benedetto i consensi degli ultimi, a vantaggio dei primi”.

Fino a quando? Una chiesa povera per i poveri? Siamo seri. Alla buona predica del buon pastore, devono seguire i fatti, i decreti, i motu proprio non certo su una spoliazione dei beni dell’istituzione più ricca del mondo, ma su misure relativamente di poca entità che ne riducano i privilegi illegittimi recentemente acquisiti. Papa Bergoglio potrebbe nel giro di pochi giorni devolvere l’ammontare dell’esonero IMU agli esodati e quello della norma antiriciclaggio retroattiva di un decennio ai minatori del Sulcis. Diventerebbe sicuramente più credibile, non a noi iconoclastici e incalliti anticlericali, ma agli stessi fedeli che oggi si sono spellati le mani per applaudirlo.

Staremo a vedere: per il momento stiamo assistendo ad un elementare tentativo di restaurare quel vecchio broccato musicale eroso dalle tarme e tessuto lungo un percorso storico bimillenario sulla pretesa di non dover morire mai.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu