UN CALIFFATO AD UTILITA’ VARIABILE PER GLI USA


Vittorie dell’ISIS sui democratici in Arkansas, Montana, South Dakota, West Virginia, Kentucky. Rotta delle armate elettorali di Obama in altri stati. Ritorno al futuro: 52 anni fa il Vietnam e Jack Kennedy.

di Lucio Manisco

Il perfido e barbarico Califfato dello Stato Islamico ha colto significative vittorie negli stati democratici dell’Arkansas, del Montana, del South Dakota e del West Virginia e con molti successi in altri stati ha probabilmente esteso il controllo del partito d’opposizione dalla Camera dei rappresentanti al Senato azzoppando definitivamente l’anatra Obama negli ultimi due anni del suo mandato. Prima ancora della conferma ufficiale dei risultati delle elezioni di medio termine si è levato dall’Atlantico al Pacifico il coro trionfale dei cavernicoli repubblicani: “IUESSEA! IUESSEA!”.
Paradossale e poco credibile questa sintesi delle involuzioni e delle contraddizioni della crociata proclamata da Obama per “degradare e distruggere” l’ISIS? Fino ad un certo punto: la “crociata” era ed è uno degli obiettivi dell’espansionismo geopolitico dell’ISIS in Medio Oriente, obiettivo sia pure marginalmente raggiunto anche con il reclutamento di volontari in Occidente. Massacratori e tagliagole sui campi di battaglia i suoi dirigenti hanno dimostrato un eccezionale fiuto politico ed una non meno eccezionale conoscenza degli umori e timori dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto statunitense: intuibile anche se sottaciuta la loro soddisfazione per aver contribuito alla sconfitta elettorale del loro nemico numero uno, Barack Obama.
“Feroci Saladini” a parte esistono altre cause e concause della pressocché certa disfatta del Capo dell’Esecutivo: la disillusione per le promesse non mantenute, l’economia che malgrado i dati edulcorati e falsati rimane in recessione (la disoccupazione scesa al 6% è una favola basata su rilievi di pochi campioni ben selezionati ma in realtà smentita dal sindacato AFL-CIO secondo cui supera il 12%), la tanto vantata riforma sanitaria dell’Obamacare che ha lasciato 13 milioni di cittadini senza alcuna assistenza medica, i salari minimi rimasti da dieci anni sui 7 dollari l’ora, pari a 5 euro e 60, meno cioè della paga di una domestica in Italia, le severe restrizioni sui flussi immigratori che hanno portato alla deportazione di decine di migliaia di bambini di genitori messicani clandestini negli USA, gli scandali dell’Agenzia delle Entrate e dei servizi segreti, il degrado urbano e le città morte, le infrastrutture in pezzi, la stretta creditizia delle banche, dalla crisi fino a ieri rifinanziate dal Governo Federale e dalla Banca Centrale con trilioni e trilioni di dollari, il panico ingiustificato per l’ebola negli Stati Uniti.
Non basta tutto questo a motivare la bocciatura di Barack e un astensionismo che scenderà al di sotto del 38%?
No, non basta: ci sono la politica estera, quella militare, ventitré anni di guerre – sei quelli accumulati da Obama con un impegno ed un accanimento più dissennato dei suoi predecessori prima e dopo il 9/11 – fiaschi diplomatici dopo fiaschi militari camuffati dal Presidente premio Nobel per la pace con l’equivalente della “mission accomplished” di George Bush, lo scorso gennaio “la democrazia e la pace assicurate all’Iraq e all’Afghanistan” ed il conseguente ritiro delle truppe dai due paesi devastati dagli arsenali del grande impero d’occidente.
Apparentemente il Presidente pensava che la lotta al terrorismo con i soli droni e una nuova guerra fredda con la Russia di Putin promossa dal golpe fascistico in Ucraina e dall’espansione della NATO a ridosso delle frontiere dell’antico avversario comunista sarebbero bastate a far vincere al suo partito le elezioni di medio termine.
Così non è stato. Ci voleva una guerra vera e propria, con o senza, almeno per il momento, i “boots on the ground” per riaccendere i fervori patriottici di un popolo e convincerlo a non defenestrare il suo capo.
E’ così saltato fuori dal cilindro dei fiaschi militari comprovati in M.O. non un coniglio ma il mostriciattolo velenoso e sanguinario dell’ISIS, partorito, armato e finanziato fino a ieri dagli Stati Uniti d’America e dai loro alleati in Medio Oriente.
Too late, troppo tardi, perché se è vero che gli americani sono liberi di dire quello che pensano perché non pensano a quello che non possono dire è pur vero che questa volta la comparsata è stata inscenata in malo modo, improvvisamente, con una recitazione sgangherata, per non svegliare dal loro tradizionale letargo nel segreto delle urne quei pochi milioni di votanti che hanno deciso di dire no all’impostore.
Il che non vuol dire che il califfato ISIS non rappresenti una minaccia per l’intero Medioriente, ma i metodi finora seguiti dall’Amministrazione Obama seguono la falsariga di quelli falliti clamorosamente in passato: bombardamenti, coalizioni raffazzonate e double face, riaddestramento di un esercito iracheno che con i suoi armamenti pesanti e ad alta tecnologia consegnati al nemico si è volatilizzato dopo un’ora e quaranta minuti di sparatorie, e poi i consiglieri, addestratori e assistenti logistici USA che sono già duemila e continueranno a crescere e a trasformarsi in “boots on the ground”.
Tornano le memorie di un ottuagenario: il sottoscritto e il giornalista anglosassone Bruce Rothwell nel 1962 invitati “in forma privata” da Jack Kennedy tramite Pierre Salinger a Hyannis Port: “In Vietnam basteranno tremila military advisers e green berets per mettere su l’esercito di Diem – ci disse il Presidente – forse qualche nostro aereo, ma niente marines o altre nostre truppe di terra. Non commetteremo gli errori dei francesi ed in uno, tutt’al più due anni, spazzeremo via la guerriglia Vietcong”. Dodici anni dopo 55.000 caduti americani, due milioni e più morti in Vietnam e in Cambogia e poi la fuga in elicottero degli ultimi ufficiali e funzionari USA da un tetto vicino all’ambasciata mentre veniva ammainata la bandiera a stelle e strisce.


Lucio Manisco