CONSIDERAZIONI INATTUALI N. 56
23 gennaio 2014

VERSO LA LEGALIZZAZIONE DELLA MARIA GIOVANNA.
NECESSARIO FUMARE MARIJUANA PER DIVENTARE PRESIDENTE DEGLI USA?

di Lucio Manisco


Chiunque sia nato negli Stati Uniti può diventare presidente della repubblica stellata o della General Motors: è uno dei tanti miti dell’American Dream che viene tuttora propagato nelle scuole elementari e persino negli asili della nazione. A indicare come trasformare il mito in realtà per quanto riguarda la Casa Bianca è stata Maureen Dowd, una giornalista del New York Times, nota per il suo acume politico, per la sua bellezza e soprattutto per il suo umorismo: in un commento sui successi ottenuti dalle campagne per la legalizzazione della marijuana ha ipotizzato che sia necessario aver fumato delle canne non solo per diventare capo dell’Esecutivo ma anche per essere confermati in un secondo mandato. Negli ultimi 24 anni hanno seguito questo percorso Bill Clinton che ha ammesso di aver fumato la cannabis aggiungendo tra le risate generali di non averla mai inalata, George Bush Junior alludendo a peccadillos giovanili e Barack Obama che ha festeggiato l’ultimo Natale alle Hawaii con la sua vecchia gang di studenti, gli stessi con i quali qualche decennio fa aveva fatto uso della sostanza. E’ probabile che il ricorso ad un’altra sostanza, la cocaina, sia necessario per diventare presidente della General Motors. La constatazione nacque da un’esperienza personale degli anni ottanta: stavamo intervistando la vice presidente di uno dei più grandi imperi finanziari di Wall Street. Come se fosse la cosa più normale di questo mondo sul cristallo della scrivania strisciò cinque righe di polvere bianca e le sniffò a più riprese con un mezzo sorriso. Anche quando l’arcinoto presidente dell’impresa fece una breve apparizione nell’ufficio, non si curò di coprire con un foglio il corpo del reato (cestinai l’intervista perché quella signora mi parlò solo della bellezza di Capri).
Non credo che esibizioni del genere ricorrano nei giorni nostri, anche perché il presidente “che non inalava” promulgò la legge “Three strikes and you are out”, parafrasi della regola del baseball che tradotta nel Codice Penale affibbia l’ergastolo a chi incorre tre volte in infrazioni minori quali l’uso o lo spaccio di quantitativi modici di marijuana o di altri stupefacenti. Sono più di tremila gli ergastolani, quasi tutti giovani, rinchiusi a vita nei carceri federali per reati non violenti quali appunto lo spaccio di dieci grammi di cannabis, più la detenzione dello stesso quantitativo a cui si aggiunga magari una guida senza patente. Il progetto di legge presentato al Congresso per modificare l’assurdo rigore dell’articolo del Codice Penale sta incontrando la fiera opposizione dei repubblicani del tea party e comunque non prevede la retroattività.
Il tutto mentre le campagne per la legalizzazione o la depenalizzazione dell’uso di cannabis negli USA e in altri paesi stanno compiendo passi da gigante sia per la sua diffusione ormai generalizzata (tre americani su cinque fumano spinelli) sia perché provvedimenti del genere assesterebbero un duro colpo al narco-traffico, sia perché la sostanza non è solo innocua, ma ha effetti terapeutici indiscussi. In 20 dei 51 stati, come del resto in Italia, ne è ammesso l’accesso a fini farmacologici, sostitutivi come antidolorifico di medicinali pesanti e molto nocivi. In tre stati ne viene tollerato con rigorose restrizioni l’uso ricreativo.
Siamo comunque molto lontani dal clamoroso esempio fornito al mondo dall’Uruguay, dove la marijuana viene liberamente venduta nelle farmacie al prezzo di un dollaro al grammo, invece dei sei o sette del mercato clandestino.

Lucio Manisco