Considerazioni inattuali n.83

 13 novembre 2015

Fukushima mon amour.

FUORI CONTROLLO IL MELTDOWN DEI REATTORI NUCLEARI DI DAI-ICHI.

Milioni di tonnellate di acqua altamente radioattiva continuano ad essere riversati nel Pacifico. Impossibile localizzare i noccioli in fusione. Connivenze ed omertà dei mass media occidentali. Le importazioni di gamberi giapponesi e vietnamiti hanno cambiato l’etichetta di provenienza: arrivano in Europa dall’Atlantico. Mobilitate le teste di chicco: tutto va bene, madama la marchesa.

di Lucio Manisco

Fukushima: una Chernobyl all’ennesima potenza di probabile impatto globale.

Allarmismo da catastrofisti? Ecco i fatti venuti alla luce nelle ultime settimane, le notizie ufficiali cioè che hanno superato le maglie della censura giapponese e l’omertà e la connivenza dei mass media occidentali.

Dal “Japan Times” del 30 ottobre u.s.: “Livelli estremamente alti di radioattività e l’incapacità di accertare i dettagli della fusione del combustibile nucleare rendono impossibile alla gestione della compagnia di tracciare il percorso della programmata chiusura (decommissioning) dei reattori nella centrale”. La stessa pubblicazione in lingua inglese precisa quali sono i livelli estremi della radioattività rilevata: “9,4 letali Sieverts misurati fuori dell’involucro di contenimento del reattore N°2 Controlli bloccati… Le persone esposte ad una dose così alta muoiono in 45 minuti. Analoghi livelli di radioattività sono stati misurati anche fuori dal reattore N°1”.

Un solo Minivert (l’unità di misura degli effetti della radioattività sull’organismo umano) è una dose massiccia che provoca istantaneamente nausea, vomito, febbre alta e incapacitazione spesso fino al decesso entro 30, 40 giorni.

Lo stesso “Japan Times” aveva spiegato in un numero precedente e poi lo ha confermato il 3 novembre che “l’incapacità di accertare i dettagli della fusione” è dovuta all’impossibilità di localizzare il nocciolo o i noccioli in meltdown. Incapacità come incompetenza di cui è stata accusata la compagnia Tepco che gestisce la centrale di Fukushima a Daiichi?

Certamente, ma la possibile e più allarmante ipotesi è che il nocciolo o i noccioli dopo aver distrutto il primo contenitore d’acciaio abbiano perforato anche il secondo grande contenitore in cemento armato entrando nel sottosuolo. E’ questa l’ipotesi che rende impossibile il “decommission” degli impianti e che delinea prospettive da incubo per il Giappone e per lo scacchiere asiatico. Quello che comunque è emerso a chiare lettere dai comunicati reticenti e ingannevoli della compagnia e dello stesso governo è che la crisi a più di quattro anni dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo 2001 è ormai fuori controllo e sta entrando, è proprio il caso di dirlo, in un buco nero senza fondo. Senza fondo la contaminazione radioattiva delle acque, oggi quelle del Giappone, domani del Pacifico e probabilmente degli altri oceani.

Allarme ingiustificato a leggere il rapporto di un sedicente comitato internazionale per la cooperazione con il governo del Sol Levante, secondo cui il mare di Fukushima è più pulito di qualsiasi altro mare giapponese o asiatico.

E allora torniamo ai fatti nelle narrative ufficiali contenenti peraltro clamorose contraddizioni. Centinaia di migliaia se non di milioni di tonnellate di acqua impiegata nei primi 60 giorni dopo il disastro per raffreddare i due reattori in meltdown e che quindi ad altissimo livello di contaminazione sono defluite sui terreni allagati dallo tsunami e nel mare antistante Fukushima. Un quantitativo di radioattività deliberatamente ignorato per quattro anni dalle autorità provinciali e nazionali che hanno invece conferito pieno affidamento ai dati forniti a partire dal gennaio del corrente anno dalla Tepco.

L’acqua contaminata custodita in serbatoi metallici appositamente costruiti ammontava al dicembre  scorso a sole 320.000 tonnellate da cui sono stati rimossi con speciali tecnologie 62 radionuclidi, tranne uno particolarmente radioattivo, il tritium. 292.000 tonnellate così trattate sono state versate nel mare. I conti non tornano: da trecento a quattrocento tonnellate di acqua sono necessarie ogni giorno per abbassare la temperatura rovente dei reattori in fusione per un totale in quattro anni di 438.000 fino a 584.000 tonnellate. Anche se mancano prove ufficiali sull’impiego fino a mille tonnellate giornaliere nel 2012 il divario tra i dati forniti a gennaio è superiore alle 100.000-250.000 tonnellate di acqua contaminata dal tritium finita nel Pacifico.

Poi ci sono le falde acquifere sottostanti gli impianti “parzialmente” protette da una parete metallica di 30 metri: 800 tonnellate di questa acqua sotterranea scorrono ogni giorno sotto i reattori e la metà diventa radioattiva. E’ una contaminazione relativa – asserisce la Tepco – perché “teoricamente” la falda acquifera non dovrebbe entrare in contatto diretto con l’acqua radioattiva del reattore.

In un futuro non precisato verrà costruita una parete di ghiaccio di un chilometro e mezzo di circonferenza, formata da tubi d’acqua congelata a meno 30 gradi che dovrebbe ridurre di due terzi l’acqua defluente nell’Oceano. Il condizionale è d’obbligo, la certezza è assoluta: quantitativi ingenti di contaminazione radioattiva continueranno per anni se non per decenni ad inquinare il Pacifico e non solo il Pacifico. Una immensa massa d’acqua – sostengono le teste di chicco, promotrici dell’energia nucleare che si stanno moltiplicando come funghi – una massa d’acqua in grado di assorbire e azzerare anche milioni di tonnellate di liquidi radioattivi. Eccelle in questo campo il ricercatore universitario Marco Casolino che, sponsorizzato dal governo di Tokyo e dall’Istituto Italiano di Fisica Nucleare, ha visitato Fukushima e si è avvicinato ad un chilometro dalla centrale disastrata.

Ha quindi riferito che la situazione è stata normalizzata, che la radioattività è inferiore a quella naturale di Roma, che la responsabilità è tutta della Tepco colpevole di falsità, approssimazioni ed improvvisazioni. Che quindi ogni allarme è ingiustificato. Esattamente il contrario di quanto dimostrato dai fatti e dalle notizie su riportate. Il disastro di Fukushima sta assumendo dimensioni e ripercussioni molto più gravi di quelle di Chernobyl che in trenta anni ha provocato 120.000 morti solo in Russia, Bielorussia e Ucraina e che attraverso il suo catafalco in cemento armato continua ad emettere radioattività.

Ad aggravare la situazione l’indifferenza dei governi occidentali e di enti internazionali come l’AIEA. La Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti si è limitata ad offrire collaborazione e ad inviare qualche esperto a Tokyo. Un’indifferenza che tutela gli interessi commerciali e strategici con il Giappone e che trova pronto riscontro nella connivenza dei mass media occidentali. A parte le rituali commemorazioni dell’evento a quattro anni dal terremoto il silenzio di quelli nostrani sconfina nell’omertà: non bisogna danneggiare gli interessi delle industrie importatrici di prodotti ittici asiatici che assicurano ingenti proventi pubblicitari ai giornali e alle televisioni.

Mai denunciare ad esempio che i gamberetti giapponesi e i gamberoni vietnamiti hanno improvvisamente cambiato l’etichetta di provenienza: arriverebbero oggi nei nostri supermercati dai paesi che si affacciano sull’Atlantico.

Fukushima mon amour: E’ probabile che noi moriremo senza esserci mai più rivisti. E’ probabile, sì. Salvo, forse un giorno, la guerra. Sì, la guerra.

(da Hiroshima mon amour, 1959. Regia di Alain Resnais. Sceneggiatura di Marguerite Duras).

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu