CONSIDERAZIONI INATTUALI N. 74

12 giugno 2015

A proposito della “damnatio memoriae” di Piero Dorazio

IL TESTAMENTO DEL PITTORE NON E’ STATO CONTESTATO MA IGNORATO E VIOLATO IN TOTO DAGLI EREDI.

Lo studio di Piero Dorazio a Canonica di Todi

Il maestro dell’arte astratta era affetto da “malattia del mattone”: ha lasciato ai tre figli ville, case e terreni a Todi, a Roma, a New York oltre a centinaia di quadri.

Trasgredite le sue ultime volontà sulla Fondazione Flaminia Todi, sull’Archivio, sul catalogo ragionato. Il Comune di Todi “parte civile”? Un ricorso di “terzi” all’Ufficio Affari Civili della Procura di Roma?

di Lucio Manisco

Un testamento notarile può essere contestato dagli eredi, ma non ignorato e violato “in toto” dai beneficiari e dagli esecutori dei mandati in esso specificati. Gli Uffici degli Affari Civili delle procure della Repubblica, su ricorso di terzi, possono impugnare la mancata esecuzione del testamento e perseguire i responsabili del reato.

Chi scrive non ha la minima nozione di cosa prescrive il Codice di Procedura Civile ed ha pertanto sottoposto all’esame di esperti, un avvocato e un notaio, il “testamento olografo del Maestro pittore Piero D’Orazio, in arte Dorazio”, firmato dieci anni or sono prima della morte dal Maestro, controfirmato dagli eredi Allegra, Angela e Justin D’Orazio, da due testimoni e dal notaio di Todi Fabio Arrivi. Concorde il parere degli esperti: i tre figli, come ha alluso pochi giorni fa uno di essi, avrebbero potuto contestare il documento sostenendo l’incapacità di intendere e di volere del padre affetto negli ultimi anni da una grave malattia; non lo hanno fatto preferendo combattersi a colpi di carte bollate, denunzie e processi culminati recentemente in un’intesa che a tutti gli effetti ha sancito la decennale “damnatio memoriae” del grande artista ed il suo proseguimento. Sempre che, un ricorso di “terzi” alla procura – dicono gli stessi esperti – non sia accompagnato dalla costituzione in parte civile di un ente pubblico, nella fattispecie il Comune di Todi che figura nel testamento e negli scritti di Dorazio come sede della Fondazione Flaminia Todi con un prestito ventennale di 35 suoi dipinti. La Fondazione, che sempre secondo il mandato testamentario, avrebbe dovuto essere creata e gestita con un finanziamento iniziale di 400.000 euro dalla nipote Maria Pia D’Orazio, è rimasta per due lustri lettera morta e così l’archivio e il catalogo ragionato delle opere del maestro, con la conseguente proliferazione di falsi, spesso grossolani e respinti in quanto tali dalle sale d’asta italiane e straniere.
Che fine hanno fatto le centinaia di quadri, litografie, disegni che il maestro custodiva nel grande studio, ex chiesa, dell’eremo dei Camaldolesi a Canonica di Todi? Corre voce che siano state trasferite in un deposito a Roma, mentre archivio e catalogo mai completati sarebbero giacenti in un ufficio legale di Milano. I prezzi di mercato delle opere, che avevano registrato negli ultimi anni un calo del 30%, hanno registrato una ripresa negli ultimi mesi (“Bande”, cm 50x66, 1962, è stato licitato da Sotheby’s a Milano il 20 maggio u.s. per 99.000 euro). E’ evidente che opere di gran pregio sono state ora immesse sul mercato.

L’avidità degli eredi, di tutti gli eredi di questo mondo, è cosa arcinota, ma nel caso di Dorazio è motivo di sgomento la loro ingratitudine che rasenta il vilipendio della memoria, per il grande artista. Perché non hanno solo ereditato centinaia di quadri di grande valore artistico e commerciale, ma un ingente patrimonio immobiliare. L’eremo dei Camaldolesi da lui ristrutturato è in vendita per otto milioni di euro, l’appartamento di 300 mq al Colle Oppio con vista sul Colosseo, lasciato in usufrutto alla convivente americana Margaret Boberek, diventata dopo la scomparsa di Dorazio pittrice pornografica, ha un valore di tre milioni di euro, e poi ci sono le due ville a Lindos nell’isola di Rodi, gli appartamenti a Roma, quello lasciato anni fa al primogenito Justin nel centro di Manhattan a New York ed un altro grande appartamento acquistato negli anni settanta sul Boulevard de la Grande Armée a Parigi che credo abbia rivenduto per i costi condominiali troppo elevati.

Perché Piero era affetto sin dalla giovane età dalla “malattia del mattone”. Ricordo che diciassettenni e squattrinati prendemmo in affitto con Achille Perilli e Mino Guerrini un piccolo studio a Via Tolmino nel quartiere Nomentano (sì, anch’io per un breve periodo e con un ruolo marginale ho fatto il pittore nel gruppo Forma-1) e Dorazio ci dannava l’anima ogni giorno sulla necessità di racimolare i soldi per comprarci il locale. Il ricordo è particolarmente vivo perché sul terrazzo del piano sottostante prendeva il sole il professore di filosofia morale all’Università di Roma. Rovesciai sbadatamente sulla sua testa un barattolo di trementina destinato alla pulizia dei pennelli: tre giorni dopo mi presentai ai suoi esami alla Sapienza. Mi chiese di leggere ed illustrare dei frammenti di Eraclito in antico greco. Mi ritirai in buon ordine chiedendo scusa per quei colori che avevano lasciato vistose tracce sulla sua argentea chioma.

Lucio Manisco


Lucio Manisco
www.luciomanisco.eu