CONSIDERAZIONI INATTUALI N. 80

7 settembre 2015

Un bambino, il risveglio delle coscienze, i migranti.

LA PAROLA D’ORDINE: NON MENZIONARE LE RESPONSABILITA’ USA.

Le cause: le guerre come catastrofi naturali, gli errori in Libia, Assad, l’ISI. La soluzione: ribombardare la Libia, bombardare le Siria, coinvolgere maggiormente i paesi europei nelle guerre in corso ed in quelle previste in Medio Oriente e in Africa per i prossimi venti anni. Moltiplicare cioè per cento e per mille l’esodo dei profughi.

di Lucio Manisco

La fotografia del corpo senza vita di un bambino di tre anni su una spiaggia turca ha risvegliato le coscienze del mondo occidentale, ha rilanciato la leadership europea della Germania di Angela Merkel, vacillante dopo la devastazione finale della nazione greca – nessun processo alle intenzioni, l’apertura delle frontiere tedesche ai migranti siriani rimane un evento positivo – ha anche ribadito la più oscena delle parole d’ordine per i mass media e i governi del vecchio continente: ignorare le responsabilità e le cause dirette ed indirette del grande impero d’occidente per questo tragico esodo di massa dal Medio Oriente e dall’Africa.

Una nuova forma di negazionismo dalle conseguenze funeste per l’Europa dei prossimi venti anni. Lo ha affermato, senza il minimo accenno alle responsabilità sue e del suo Governo, il Capo di Stato Maggiore statunitense Martin Dempsey a poche settimane dal termine del suo mandato. In un’intervista del 3 settembre u.s. alla rete televisiva ABC (gran rilievo sui mass media europei, poco o nulla su quelli USA) ha definito quello dei migranti un “grande problema, una crisi reale”

che si protrarrà per altri due decenni. Ignorare le cause di questo grande problema, di questa crisi reale vuol dire perseverare nei metodi seguiti da Washington più o meno deliberatamente con l’unico risultato di accrescere a dismisura l’uno e l’altra nel suo disegno di dominio globale. L’orrore e l’emozione destati dal corpo senza vita di quel bambino non cambieranno certo quel disegno servilmente sostenuto dagli alleati della NATO e probabilmente non alimenteranno a lungo i primi segni di solidarietà per i dannati della terra che premono sulle frontiere dell’Europa. Inevitabile l’analogia con un’altra immagine –icona di 43 anni fa, quella della bambina vietnamita di nove anni Kim Phuc ignuda e urlante per il napalm che le bruciava il dorso, il collo e una gamba in fuga da un villaggio bombardato dai B-52 statunitensi. E’ stato detto e ripetuto che quell’immagine mobilitò l’opinione pubblica contro la guerra e portò al ritiro caotico degli invasori. Non è vero: quella mobilitazione si spense quando il presidente Nixon abolì la coscrizione obbligatoria; l’offensiva Viet Cong e Nord vietnamita del Têt quattro anni prima aveva portato il Segretario alla Difesa MacNamara ad amari ripensamenti sull’incerto esito della guerra senza un insostenibile aumento da 500.000 ad un milione di militari americani nel sud del paese; il numero dei caduti aveva superato i 50.000 contro i due milioni di morti in Vietnam, in Laos e in Cambogia e la foto di Kim Phuc del 1972 non contribuì alla fine della guerra che continuò per altri tre anni fino al 1975, il “decent interval” decretato dallo stesso Nixon.

Se l’icona della bambina ustionata dal napalm è comunque rimasta incisa nella memoria dell’intera umanità, non altrettanto si può dire di un’altra ondata di migranti a cui gli Stati Uniti dovettero far fronte (in malo modo) dal 1977 al 1979, quella dei “boat people” vietnamiti in fuga dal sud del paese liberato o sottoposto al duro regime comunista che dir si voglia.

Erano ottocentomila, ma decine di migliaia erano morti nei naufragi, respinti dai paesi vicini dell’Asia di Sud Est e vittime dei pirati. Non erano solo soldati, collaboratori, spie del regime di Saigon e a migliaia i figli di prostitute e di soldati USA, ma anche civili in fuga dai “campi di rieducazione” del paese riunificato. Ci fu una mobilitazione internazionale per porre in salvo i “boat people” - tre unità navali italiane ne recuperarono 830 e li portarono nel Veneto ove vennero trattati molto meglio dei 360.000 accuratamente selezionati come valida manodopera da funzionari USA in due campi di concentramento in Malesia e Indonesia. Ne passarono di tutti i colori in Texas e in California quando entrarono in concorrenza con gli impresari dell’industria ittica dei due stati.

Acqua passata? Un’esperienza che ha modificato i comportamenti verso i migranti delle autorità e dei politici USA? Non si direbbe a giudicare dai programmi del favorito nella gara repubblicana alle presidenziali, Donald Trump, un Berlusconi-Salvini agli steroidi, che vuole deportare 11 milioni di immigrati messicani e sudamericani dagli Stati Uniti. Non si direbbe dalle aspre e ipocrite critiche mosse dalla stampa e dalla televisione del Grande Impero alla mancanza di solidarietà ed ai fallimenti dell’Unione Europea nei confronti di profughi dall’inferno siriano (gli USA ne hanno accolti 1.495).

Parliamoci chiaro: le critiche sono più che meritate, ma da qual pulpito viene la predica! C’è solo da augurarsi che in occasione della visita di un papa che predica bene e razzola meglio il Presidente Obama non inciti solo gli alleati a bombardare di più per proteggere le comunità cristiane in Medio Oriente e in Nigeria, ma faccia delle buone azioni come aumentare i contributi USA al “World Food Program” costretto dalla mancanza di fondi a ridurre a 13 dollari e 50 centesimi al mese la spesa per ogni rifugiato in Giordania e nei paesi vicini. E che soprattutto non si metta a discutere con il Bergoglio della validità delle guerre scatenate dagli Stati Uniti per riportare libertà e democrazia in Iraq, in Afghanistan, nel nord del Pakistan e delle altre sostenute con armi, droni e mercenari americani ed europei in Libia, in Siria e via dicendo. Perché se gli parlerà della pax americana il papa penserà solo al proverbio – proclama dello Strategic Air Command, “Death from above, peace on earth”, “Morte dall’alto, pace in terra”. E’ dalla pace eterna che fuggono, secondo l’ONU, 60 milioni di disperati.

L’Unione Europea fino a poche settimane fa, si è dimostrata disunita, inospitale, contaminata da impulsi razzisti, avara di mezzi: “Poseidon” e “Frontex” hanno applicato, estendendolo geograficamente, il dovere di soccorso in mare, che chi ha preso la prima patente nautica ha imparato ad osservare anche per non incorrere in severe sanzioni. I capi di governo e i burocrati di Bruxelles hanno ostentato indifferenza e mancanza di umanità e solidarietà nei soccorsi e nell’accoglienza. Qualcosa ora è cambiato in Germania, in Austria e in Francia ma non in tutto il vecchio continente. Non vogliamo parlare della bestialità degli Orban e degli Erdogan. Parliamo invece di un paese come il Regno Unito ricco nei secoli di una tradizione di ospitalità per gli esuli, le vittime di persecuzioni, di sudditi del vecchio Impero in fuga dalla povertà e dalla fame. Parliamo dell’indegno erede di questa tradizione, del presente inquilino di 10 Downing Street, David Cameron che ha definito l’ondata dei profughi a Dover e altrove “a swarm of migrants”; “swarm” in inglese vuol dire sciame, sciame di insetti. E per non lasciare campo libero alla Merkel si è dichiarato disposto ad accoglierne poco più di 200.000, da selezionare in loco alla partenza e non all’arrivo. Perché quelli clandestini il Regno Unito li sbatte in galera al costo di 70.000 sterline cadauno all’anno. Ed infine fedele cagnolino degli Stati Uniti si è impegnato a bombardare la Siria di Assad, responsabile secondo lui dello sciame che si sta abbattendo sulla civiltà britannica. Per l’appunto, sotto una minaccia così grave, il proverbiale “Britannia rules the waves” diventa “Britannia waves the rules”, in un’approssimativa traduzione dal governo delle onde Britannia passa ad ondeggiare, ad accantonare le regole.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu