Considerazioni Inattuali n. 78

10 agosto 2015

Dal grido di dolore al piagnisteo.

QUESTIONE MERIDIONALE: REPERTO ARCHEOLOGICO?

Renzi: riformare le classi dirigenti del Sud. Al metodo Ricasoli La Marmora del 1861 – 116.000 soldati piemontesi nella guerra civile contro il “brigantaggio” – il Governo preferisce una blitzkrieg di strabilianti promesse di investimenti nel Sud. Agosto, bilancio mio non ti conosco.

di Lucio Manisco

Nel rispetto dei trattati non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi”.

(Vittorio Emanuele II, 10 gennaio 1859 alla vigilia di stracciare i trattati e dichiarare guerra all’Austria.)

Noi siamo insensibili al piagnisteo che da tante parti del Meridione si leva verso di noi.

(Matteo Renzi, 7 agosto 2015 dopo il rapporto SVIMEZ sul sottosviluppo del Sud.)

“Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”.
(Massimo D’Azeglio, 1861.)

Abbiamo fatto le riforme, ora dobbiamo riformare le classi dirigenti del Meridione.

(Matteo Renzi, id.)

Oggi, un secolo e mezzo dopo, Massimo D’Azeglio non potrebbe certo compiacersi dei risultati raggiunti. Già pochi mesi prima di manifestare il proposito di “fare gli Italiani” c’era stata la strage dei contadini siciliani a Bronte perpetrata dalle truppe piemontesi al comando di Nino Bixio e subito dopo aveva inizio quella sanguinosa guerra civile chiamata tutt’ora nei testi scolastici “guerra al brigantaggio”. Sempre con il proposito di conferire identità nazionale ai meridionali e di riformarne le classi dirigenti, il governo Ricasoli scatenò 116.000 militari piemontesi comandati dal Generale La Marmora contro i “senza terra” della Basilicata, del Molise, dell’Abruzzo, della Calabria, delle Puglie e della Sicilia. Erano i braccianti in rivolta per l’esosità dei patti agrari (cicoria e fave per un quintale di frumento) e per i nuovi esorbitanti oneri fiscali del Regno unitario (incombeva la tassa sul macinato). Si trattava naturalmente di eliminare i residui del regime borbonico e di “convertire” i proprietari terrieri legati da una provvisoria e opportunistica alleanza con i contadini-briganti. Dopo quattro e più anni di eccidii, fucilazioni, incendi di centinaia di villaggi, vinsero i Piemontesi e i latifondisti volta gabbana, vennero sconfitti i borbonici e milioni di contadini vennero ridotti nuovamente alla fame, ma non furono certo “fatti italiani”.

E’ da escludere che Matteo Renzi intenda riesumare il metodo Ricasoli-La Marmora per riformare o sostituire i burocrati corrotti e incapaci del Sud anche se l’impiego dell’esercito venne contemplato da un precedente governo prima che il movimento dei forconi si rivelasse un fuoco di paglia. Certo è che ventiquattro ore dopo la pubblicazione del rapporto SVIMEZ sulla perdurante arretratezza ed il drammatico sottosviluppo di una parte così importante del paese non ha più sottaciuto l’esistenza del problema ed è corso ai ripari.

Da par suo. Con una pirotecnica blitzkrieg di astronomiche quanto fantomatiche promesse di investimenti in infrastrutture, cantieri, riallocazioni di fondi europei non più utilizzabili, altri incentivi fiscali alle imprese sempre secondo la fallimentare economia dell’offerta e non quella valida della domanda. Se ne riparlerà a settembre, se se ne riparlerà, perché la nostra repubblica non è più fondata sul lavoro ma sull’amnesia dell’opinione pubblica. E comunque si sa: agosto, bilancio mio non ti conosco.

Il presidente del consiglio, forse a corto di argomenti, ha parlato dello Stato, con la esse maiuscola, della necessità dei cittadini di riconoscersi nello Stato. Da Giambattista Vico e da Georg Wilhelm Friedrich Hegel in poi sembra che non ne abbia parlato nessuno. Né dello stato di diritto e tanto meno dello stato etico. Quale stato allora in Italia? Lo stato che il volgo ha identificato nelle figure di presidenti della Repubblica come Gronchi, Leone, Segni, Napolitano, di Capi di Governo come Tambroni, Craxi e Berlusconi? Certamente non ha voluto alludere al suo più costante sostenitore e allo Stato della trattativa con la mafia.

Per finire, ma può darsi che la memoria ci venga meno, in due anni di governo e nell’intervento fiume del 7 agosto sulle promesse al Sud, non abbiamo mai sentito Matteo Renzi menzionare la Questione Meridionale, qualcosa di trascurabile come un reperto archeologico antecedente la Magna Carta e non l’essenza fondamentale di un dibattito secolare, vivo ieri e molto più oggi per conoscere e cercare di risolvere i problemi del Mezzogiorno.

Disdicevole, ma non infondato pensare che il bimbo fiorentino di quel dibattito sappia poco o nulla e abbia cestinato come conservatori e superati, alla pari di sindacalisti e progressisti della sinistra, pensatori come Giustino Fortunato, Guido Dorso, Antonio Gramsci, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci e tutti gli altri studiosi e ricercatori che hanno assemblato fatti e conoscenze sui temi sociali, economici e culturali del Sud. Senza la loro guida, si possono solo ripetere gli errori del passato, improvvisare partendo da zero, cianciare a vuoto, promettere tutto e realizzare il nulla, seminare vento e raccogliere tempesta.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu