CONSIDERAZIONI INATTUALI N. 75

22 giugno 2015

La cancellazione della memoria di un grande pittore.

SENZA NOME PER PIU’ DI QUATTRO MESI LA TOMBA DI DORAZIO.

Gli eredi litigavano su chi dovesse pagare la lapide.

Veti e interdizioni su mostre e commemorazioni dopo la morte nel 2005.

L’amarezza del critico e storico dell’arte Gabriele Simongini dopo il divieto apposto dagli eredi ad una grande mostra di Dorazio al Museo della Fondazione Roma del 2009.

 di Lucio Manisco

Lucio Manisco alla commemorazione di Dorazio, Todi 17 maggio 2015

La damnatio memoriae, la condanna o cancellazione della memoria era la pena inflitta dal Senato agli hostes, i nemici di Roma nell’era repubblicana; la pena veniva spesso inasprita con la abolitio nominis, l’abolizione del nome a colpi di scalpello sulle lapidi funerarie degli stessi nemici.

Un nozionismo latino da studi ginnasiali dedicato a chi, pur condividendo le nostre critiche agli eredi del grande pittore Piero Dorazio, hanno giudicato eccesso polemico accusarli di damnatio memoriae per i loro comportamenti nei confronti del maestro dell’astrattismo italiano.

Orbene, ricordiamo loro che per la durata di quattro o cinque mesi dopo la morte del maestro, il 15 maggio 2005, le sanzioni inflitte al loro munifico benefattore hanno incluso una sia pur temporanea abolitio nominis: per quei quattro o cinque mesi la tomba di Dorazio è rimasta senza nome perché gli eredi hanno litigato su chi dovesse pagare il completamento con la lapide della cappella funeraria di Canonica di Todi.

Chi scrive aveva avuto un presentimento su quanto stava per accadere quando gli stessi eredi, prima tra tutti la vedova Giuliana Soprani, avevano posto un veto alle solenni esequie che l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni aveva predisposto nella Protomoteca del Campidoglio: venne prima menzionato l’alto costo del trasporto della salma – sui mille euro – e poi la figlia Angela ci dichiarò al telefono di “non voler strapazzare il povero papà con un viaggio di andata e ritorno Todi-Roma”.

Ricordiamo ancora la costernazione del critico e storico dell’arte Gabriele Simongini, estimatore e autore di numerosi saggi sul pittore, che aveva lavorato per più di un anno ad una mostra antologica della sua opera promossa e finanziata con centinaia di migliaia di euro da Emmanuele Emanuele al Museo della Fondazione Roma di Via del Corso, quando nel 2009 a due settimane dall’inaugurazione gli eredi bloccarono l’iniziativa esercitando il loro diritto di veto sulla riproduzione fotografica delle ottantacinque opere nel catalogo già stampato da Skira. Perché mai? Perché secondo loro la sede, una delle più prestigiose della capitale, non “era degna ed all’altezza della fama del padre”. Non parliamo di altre mostre e commemorazioni colpite negli anni seguenti da simili divieti.

Se questa non è “damnatio memoriae”, i nostri studi con Piero Dorazio e Achille Perilli al liceo ginnasio Giulio Cesare a nulla sono serviti. O forse sono serviti molto. Ecco perché continueremo a rivendicare la memoria artistica e il lascito culturale all’Italia ed al mondo di Piero Dorazio nelle prossime Considerazioni Inattuali, con la collaborazione già prevista della stampa del nostro paese e di quella statunitense.

Lucio Manisco
www.luciomanisco.eu