Considerazioni Inattuali n.90

28 aprile 2016 

 

Precauzioni e limiti istituzionali della democrazia USA.

TRUMP E CLINTON ORMAI CERTI DELLE CANDIDATURE ALLE PRESIDENZIALI.

Il demagogo repubblicano sconfigge lo establishment del partito sull’onda travolgente della rabbia anti sistema del suo elettorato. Lo establishment democratico consacra la vittoria dell’ex segretaria di stato riducendo il numero dei delegati assegnati nella Convenzione al socialista Bernie Sanders.

di Lucio Manisco

La difesa delle istituzioni repubblicane dalle interferenze di una democrazia partecipata affonda le sue radici – storiche, documentate – nelle origini degli Stati Uniti d’America, nella Dichiarazione di Indipendenza, nella Costituzione, nei Federalist Papers, negli emendamenti della Carta o Bill of Rights. I Padri Fondatori pur esaltando valori come libertà di espressione, di culto, di possedere armi contro i soprusi dei poteri centrali paventavano l’accesso egualitario alle urne degli schiavi liberati, dei ceti cosiddetti inferiori, delle minoranze etniche, di quelle masse che definivano “rabble”, teppa, marmaglia. Sono trascorsi poco meno di tre secoli ed importanti progressi sono stati registrati nelle procedure elettorali, ma sono rimasti limiti, schermi e filtri per impedire a quella che negli anni trenta Walter Lippmann chiamava la “bewildered herd”, la “mandria sgomenta e disorientata” di trasformare i suoi voti di maggioranza o minoranza in potere politico: l’Electoral College che può tradurre in minoranza la maggioranza dei suffragi nazionali, il divieto di accesso alle urne negli stati del Sud degli afroamericani colpevoli di reati minori come le violazioni dei codici stradali, il jerrymandering o ridisegno dei collegi elettorali a vantaggio di uno dei due partiti, le frodi elettorali nel conteggio dei voti, gli interventi della Corte Suprema che nelle elezioni dell’anno 2000 azzerò la vittoria del candidato democratico progressista Al Gore assegnandola al repubblicano George Bush Junior ed infine, last and not least, l’assurdo e caotico sistema delle primarie che ne altera i risultati con la selezione abnorme di delegati e superdelegati nelle convenzioni o congressi dei due partiti riservando ai rispettivi establishments la scelta dei candidati ufficiali alla presidenza degli Stati Uniti nelle elezioni di novembre. La premessa di cui sopra è necessaria per comprendere perché, a distanza di due mesi dai Congressi, l’establishment repubblicano è stato sconfitto e il fascistoide Donald Trump è già a tutti gli effetti il candidato del partito alle presidenziali dimostrando che la sua “bewildered herd” gli è rimasta fedele malgrado le manovre a favore di avversari posticci e più equivoci di lui. In campo democratico è ormai certa la candidatura di Hillary Clinton alla Casa Bianca: grazie alle manipolazioni delle primarie poste in essere dalla dirigenza del partito è riuscita a ridurre drasticamente il numero dei delegati raggiunto dalla “rabble” dell’avversario socialista Bernie Sanders.

Le spiegazioni del fenomeno “The Donald” fornite dagli osservatori benpensanti e cosiddetti indipendenti non convincono: è un istrione che è riuscito a mobilitare con la sua oratoria veemente o obbrobriosa una fascia minoritaria ma iperattiva di un partito la cui direzione aveva fatto tardivo affidamento su altri candidati inetti e impopolari come Rubio, Cruz e all’ultimo momento Kasich.

Dalle sue iniziali e per la sua dissennatezza gli avevano affibbiato il nomignolo di Delirium Tremens. Ne avevano anticipato una sconfitta nella Convenzione del partito a luglio e se  nominato, un più clamoroso insuccesso nelle presidenziali del primo martedì di novembre. Hanno confermato le loro valutazioni dopo il suo trionfo nelle ultime cinque primarie a cui ha fatto seguito un discorso di politica estera non meno dissennato dei suoi precedenti interventi.

Non basta tutto questo per identificare le ragioni della anomala e meteorica affermazione di un imprenditore milionario e truffaldino sul palcoscenico elettorale degli Stati Uniti. Sono necessarie altre considerazioni sulla crisi che da otto anni ha sconvolto e continua a sconvolgere la società americana e a provocare un’involuzione pericolosa del suo elettorato non solo repubblicano. E’ un elettorato esasperato e rabbioso che ha perso qualsiasi fiducia nelle classi dirigenti del paese, nelle sue finzioni propagandistiche e sempre più inefficaci per quanto concerne l’uscita dalla crisi, i dati falsati su disoccupazione e povertà dilaganti, su un sogno americano scomparso  anche come mito da realizzare in un futuro più o meno lontano. L’elettorato di Donald Trump si estende ben oltre gli attivisti del partito, raggiunge strati sociali più estesi che fino alle ultime consultazioni popolari identificano la loro protesta nell’astensione dal voto. Ora sono pronti a votare per il più acceso e violento nemico del sistema, accoglierebbero con grandi applausi il trasferimento del Conte Dracula dal castello di Bran in Transilvania alla Bianca Magione di Pennsylvania Avenue. Figuriamoci se non sono oggi disposti a votare per un demagogo che promette di far fuori le oligarchie repubblicane e democratiche di Washington, di dar lavoro a tutti, di restituire prosperità, grandezza e prestigio all’America, di aumentarne a tal uopo il già astronomico bilancio militare. Non si è curato di spiegare come farà ad ottenere questi mirabolanti risultati una volta eletto e quando lo ha fatto come l’altro giorno nel leggere per la prima volta sul teleprompter i suoi programmi di politica estera ha enunciato baggianate incoerenti, falsità facilmente confutabili, iperboli senza senso per criticare Obama, Bush, Clinton & Co. Ha salvato solo Reagan, il Presidente Alzheimer, suo modesto antesignano nel raccontar frottole al popolo della grande repubblica stellata. Sono queste frottole all’ennesima potenza che piacciono al suo popolo di cui egli ha colto gli umori e le tendenze più eversive. C’è da augurarsi che questi umori e queste tendenze vengano meno nei prossimi sei mesi anche se la scelta obbligata dello establishment democratico, Hillary Clinton, non è stata delle più felici. L’ex First Lady e ex segretaria di stato porta con sé un bagaglio politico a dir poco imbarazzante che è stato già posto in luce da Donald Trump. E contro di lui la signora Hillary da più di un mese ha lanciato i suoi strali ed a proposito del suo rivale Bernie Sanders, sconfitto in quattro delle ultime cinque primarie, ha amorevolmente proclamato “che ci sono più cose che la uniscono di quelle che la dividono da lui”.

Già, Bernie Sanders, che ha visto i successi in molte consultazioni preliminari alterati nel numero dei suoi rappresentanti alla convention del partito. Abbiamo già scritto che una sua vittoria era impossibile citando la battuta di quaranta anni fa di John Chancellor della NBC a proposito delle prospettive di un altro candidato progressista, il reverendo afro-americano Jessie Jackson: “Se dovesse battere Dukakis e vincere le elezioni assisteremmo ad un colpo di stato”. Il socialista Bernie ha dichiarato che continuerà a battersi fino al Congresso; intanto ha ridotto il numero dei suoi consiglieri ed organizzatori della campagna pre-elettorale ed ha aggiunto che con il numero ridotto ma consistente dei suoi delegati determinerà i contenuti sociali della platform, del programma politico del presidente eletto.

Questo documento programmatico viene ogni volta tranquillamente ignorato da tutti i nuovi inquilini della Casa Bianca, ultimo in ordine di tempo Barack Obama. Anzi per parafrasare il rude Lindon B. Johnson sui poteri reali di un vice-presidente: “The platform is not worth a quart of split in a spittoon”, “il programma non vale un quartino di sputo in una sputacchiera.
Povero Bernie: se è certo che dopo la convenzione presterà il suo appoggio alla campagna per eleggere Hillary, non è altrettanto certo che nel 2017 si lanci in una mission impossible, la fondazione di un partito socialista o socialdemocratico di opposizione negli Stati Uniti d’America.

 

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu