Considerazioni Inattuali n. 93

22 settembre 2016 

 

Dopo le grossolane ingerenze dell'Ambasciatore USA a Roma

NORMALE PER IL CAPO DELLO STATO CHE ALTRI PAESI

SI INTERESSINO ALL’ITALIA

John Phillips rincara la dose per salvare il soldato Matteo. Perentorio invito a votare sì alla riforma costituzionale che ricorda quella di Mussolini con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni

di Lucio Manisco

Salvate il soldato Matteo

È sereno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sereno e sorridente quando commenta senza menzionarlo un evento sconcertante anche se frequente nella storia del nostro paese, il perentorio invito rivolto agli italiani dell’Ambasciatore USA John Phillips a votare “sì” sul referendum costituzionale.

Il primo cittadino esorta i connazionali a “vivere serenamente” il tempo che resta al voto. Sempre su quell’intervento da proconsole del grande impero d’occidente prende serenamente atto della “interconnessione” dei paesi del globo e giudica normale che tutti questi paesi si interessino a quanto avviene dalle nostre parti (interessante l’analogia tra il popolo, diciamo, del Ruanda e il rappresentante a Roma della più grande potenza mondiale).

Con un crescendo di olimpica serenità ricorda infine che in Italia “la sovranità è demandata agli elettori”.

Ci permettiamo di osservare che l’articolo I della Costituzione non demanda ma impone a lui un compito impegnativo e solenne, la “osservanza” della costituzione, l’obbedienza cioè ai suoi mandati e quindi la tutela e la difesa della sovranità popolare contro chi la offenda o cerchi di violarla.

Non pretendiamo certo da Sergio Mattarella un’esplicita e pubblica condanna del pronunciamento del diplomatico americano: sarebbe bastata una richiesta discreta e riservata di rettifica tramite il Capo del Governo. La mancanza di questa richiesta ha indotto John Phillips ad aggiungere un carico da novanta: è entrato a gamba tesa nel dibattito nazionale su quel pasticciaccio brutto della riforma costituzionale convocando a Villa Taverna i costituzionalisti che si sono schierati sul fronte del “no”. Per informarsi su questioni di diritto su cui dovrà pronunciarsi anche la consulta? Non legge i giornali? Non dispone a Palazzo Margherita e dintorni di esperti legali (e illegali) statunitensi e italiani? Certamente sì. Li ha convocati per ordinar loro “to cease and deist”, di cessare e desistere da prese di posizioni non gradite all’Amministrazione Obama che vuole la stabilità del Governo Renzi, una riforma di tipo presidenziale che semplifichi la trasmissione e l’esecuzione degli ordini impartiti da Washington a Roma, che elimini ostacoli sindacali e d’altro genere alle speculazioni finanziarie, chiamate “investimenti” delle imprese americane in Italia.

(Gli investimenti sono necessari ma quelli “sani”, che a tutt’oggi hanno creato posti di lavoro e benefici e profitti da una parte e dall’altra dell’Atlantico si contano sulle dita di una mano; tutti gli altri hanno devastato e fatto spezzatino di imprese nostrane, istituti di credito, amministrazioni locali e hanno moltiplicato i casi Alcoa in tutto il paese. E non parliamo di chi ha scatenato nel mondo intero e in Italia la più spaventosa crisi economica dopo quella degli anni trenta).

Precursore della riforma?

Per tornare al signor Phillips che si era già distinto tempo fa invitando il governo italiano a spedire 5.000 soldati in Libia, è chiaro che debba servire gli interessi imperiali degli Stati Uniti, come hanno fatto con più efficacia gli ultimi suoi predecessori a Villa Taverna.

Se le sue ingerenze sono diventate ufficiali e pubbliche, negli ultimi dodici mesi, se ha voluto improvvisamente ricalcare le orme dell’indimenticabile Clare Boothe “Seaman Joe” Luce non è certo perché il presente governo si sia dimostrato meno remissivo e subalterno di quelli Monti, Berlusconi ecc. – è vero il contrario come verrà dimostrato dalle esaltanti accoglienze che il 18 ottobre il Matteo riceverà a Washington – ma perché l’alleato e pupillo rischia lo sfratto da palazzo Chigi e tanto vale sostenere a spada tratta quella sua riforma costituzionale che, fatte le debite distinzioni, richiama alla memomria un’altra, varata nel 1939 dal Cav. Benito Mussolini con l’abolizione invece del Senato dell’Assemblea di Montecitorio e la sua sostituzione con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu