Considerazioni Inattuali n. 102

4 marzo 2017

 

“Arrivano i russi, arrivano i russi”.

TRUMP: 30 ANNI DI AFFARI CON MOSCA E IL “RUSSIAGATE”.

Dilaga lo scandalo dei contatti segreti del ministro della giustizia, del genero del presidente e dei suoi assistenti con gli emissari dell’amico Putin. Il tutto per ringraziarlo dell’aiutino alla sconfitta di Hillary? Perché il Donald denunzia le presunte malefatte di Obama e non pubblica le sue cartelle fiscali?

di Lucio Manisco

Titolo di apertura dell’odierno New York Times:”Una fiumana di contatti con la Russia pone la squadra di Trump sulla difensiva”. I tweets del neo-presidente poche ore dopo:”È una caccia alle streghe”, “Obama ha ricevuto dozzine di volte l’ambasciatore russo e lo scorso ottobre ha intercettato le mie telefonate”. Tutti i mass media USA insistono intanto sulle menzogne sotto giuramento del neo ministro alla giustizia Jeff Session che davanti al comitato congressuale per la conferma della sua nomina aveva negato di avere incontrato l’Ambasciatore russo a Washington durante la campagna elettorale, poi aveva ammesso di averlo fatto due volte ed infine è stato costretto ad autosospendersi dalla gestione delle inchieste su questo ed altri casi affini.

E i casi affini sono numerosi e continuano ad aumentare grazie alle fughe di notizie dei servizi segreti, definiti dal capo dell’esecutivo “di tipo nazista”: dimissionato dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale il generale Micheal Flynn per i suoi abboccamenti segreti con il diplomatico del Cremlino, indagati per lo stesso motivo il genero di Trump Jared Kushner ed un’altra mezza dozzina di responsabili e coordinatori della campagna elettorale del candidato.

Dilaga il Russiangate che secondo il Washington Post fa impallidire la memoria del Watergate; i due casi hanno peraltro in comune l’avversità del Presidente fellone e del Presidente in carica per gli Special Prosecutors indipendenti, le Gran Juries, i tribunali in genere. Furono la destituzione illegale del pm straordinario nominato dal Congresso ed il giudice ordinario Sirica a portare alle dimissioni Richard Nixon. E il Donald non vuole certo fare la stessa fine. L’atmosfera che si respira a Washington è quella, in versione cupa e drammatica, di un brillante film comico degli anni sessanta dal titolo “The Russian are coming, the Russian are coming”, “arrivano i russi, arrivano i russi”: un sommergibile sovietico in avaria sulle coste del New England provoca le reazioni assurde ed ilari dei suoi abitanti che si mobilitano per respingere l’invasione dell’URSS. Ma il pregiudizio anti-socialista, anti-comunista, anti-sovietico ed anti-russo fa parte dell’intera storia della repubblica stellata. Quel pregiudizio più vivo oggi che mai nel grande impero d’occidente ha acquisito nuova forza propulsiva per la stima e l’amicizia professate più volte da Donald Trump per Vladimir Putin e da quest’ultimo ricambiate almeno a parole.

Nei fatti ci sono le interferenze degli hackers russi tramite i WikiLeaks di Assange nelle elezioni dello scorso anno, interferenze e cioè intercettazioni delle conversazioni e dei piani del Comitato Centrale Democratico che avrebbero contribuito alla sconfitta di Hillary Clinton. Un attentato alla democrazia ed alla libertà del popolo americano? Un Presidente usurpatore e infiltrato dal nemico come il “candidato della Maciuria”? “Facitime ‘o piacere!” diceva Totò. Resta da spiegare il perché di questi contatti continui di assistenti, generali, consiglieri e parenti stretti della “squadra” Trump con il signor Sergey Kislyvak, ambasciatore a Washington e con gli altri emissari del Cremlino. Diciotto e più mesi di tempo per dire grazie, grazie tante all’amico Putin? Una gratitudine che si sarebbe manifestata concretamente con una svolta epocale nell’approccio politico, economico e militare nei confronti del nemico di sempre? Disdicevole – si fa per dire – ma inevitabile opinare che ci sia ben altro. Parliamo dei rapporti d’affari intessuti per trenta anni dall’imprenditore immobiliare Donald Trump con i miliardari della plutocrazia russa. Trump ammette solo di aver organizzato a Mosca l’elezione di Miss Universo e asserisce di non avere (oggi) investimenti, compartecipazioni, progetti edilizi o d’altro genere nella Federazione Russa. Per il passato la storia è un po’ diversa, a giudicare almeno dall’inchiesta pubblicata il 17 gennaio del corrente anno dal New York Times con il titolo “I tre decenni di Donald a caccia di affari in Russia”. Il quotidiano precisa che nessuno di questi affari sarebbe stato portato a buon fine. Non è stato ad esempio realizzato il grandioso progetto di un grattacielo “Trump Tower” sul Moscova, il fiume della capitale: erano state scritte lettere di intenti con l’intermediario Felix Stater ma erano poi emersi dissensi sui finanziamenti. Non è emersa invece traccia di trasferimenti di denaro in direzione opposta. Miscredenti e maldicenti di Wall Street continuano a chiedersi come e dove Donald Trump abbia rinvenuto fondi miliardari per rilanciare i suoi investimenti dopo due delle sue bancarotte, quando cioè le banche gli avevano chiuso i rubinetti del credito. Possibile anche se improbabile che abbia fatto ricorso a piccoli risparmiatori, speculatori o finanziatori privati che nutrivano fiducia nelle sue capacità imprenditoriali.

Certo è che a tutt’oggi, malgrado le pressioni dei miscredenti e maldicenti di cui sopra, non ha voluto rendere pubbliche le sue cartelle fiscali, un fatto inedito ed inconsueto per un candidato poi eletto alla massima carica degli Stati Uniti d’America. Continua ad asserire di attendere l’esito della revisione dei suoi conti da parte degli addetti al fisco nello stato di New York. Avrà seminato zecchini d’oro o rubli come Pinocchio, ed in tal caso il suo ruolo è stato quello del gatto o della volpe?

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu