Considerazioni Inattuali n. 104

5 giugno 2017

 

Menchien lo aveva previsto: uno specchio dell’idiozia nazionale alla Casa Bianca.

L’AMERICA DI TRUMP MINACCIA LA PACE

E LA SOPRAVVIVENZA DEL PIANETA.

Lo zoccolo duro del neo-presidente nelle cinture della Bibbia e della ruggine.

di Lucio Manisco

“Con il perfezionamento della democrazia l’ufficio del presidente rappresenterà sempre più fedelmente lo spirito genuino del popolo. Verrà, grande e glorioso, il giorno in cui la gente semplice di questo nostro paese realizzerà finalmente il sogno del cuore e la Casa Bianca verrà ornata ed occupata da un vero idiota…”.

H.L. Menchen: “La politica come carnevale di baggianate”. 8 agosto 1913.

Si è avverata dopo un secolo la profezia del più caustico ed amaro critico delle istituzioni e dei miti della democrazia a stelle e strisce: l’equivalente italiano potrebbe essere un frullato al limone sott’aceto di Mario Melloni (Fortebraccio), Sergio Saviane, Ennio Flaiano e Marco Travaglio. Henry Louis Menchen con tutto il suo pessimismo sulle lacune morali e culturali del carattere nazionale richiama più propriamente alla memoria un Giacomo Leopardi – la vergogna che debbono provare gli italiani – o un Piero Calamandrei – l’inclinazione del nostro popolo alla putrefazione morale, alla sistematica vigliaccheria – e dunque un politically incorrect destinato a colpire senza speranza alcuna di redenzione la turpitudine innata di una collettività o di una sua parte, resa per la prima volta determinante da un marchingegno elettorale. Il famoso giornalista e saggista politico del “Baltimore Sun” aveva previsto cento e sei anni fa che una maggioranza del popolo semplice avrebbe insediato alla presidenza un uomo a sua immagine e somiglianza e cioè un “moron”, un idiota. Donald John Trump non è certo un idiota, ma è un uomo senza scrupoli che è riuscito a rappresentare egregiamente, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti i valori, i disvalori cioè dell’idiozia del suo elettorato (il 27 per cento degli aventi diritto al voto). In poco più di quattro mesi ha rafforzato questo zoccolo duro dei suoi consensi mantenendo scrupolosamente fede alle più dissennate delle sue promesse elettorali. Queste promesse scritte nelle piattaforme o programmi dei partiti vengono sistematicamente ignorate dal vincitore della corsa alla casa bianca, valgono cioè, come sentenziò Lyndon B. Johnson, quanto il contenuto di uno spittoon, di una sputacchiera. Perché sono diventate il vangelo, un mandato assoluto da osservare per il neo-presidente? Perché questo zoccolo duro da consolidare ogni giorno, ogni ora, ha assunto le funzioni dello scudo di un novello Captain America sempre più impenetrabile agli strali degli scandali, alle collusioni con potenze straniere, dalla Russia di Putin all’Arabia Saudita, alle rivelazioni incalzanti sui miliardi di rubli che hanno segretamente rifinanziato dopo ogni bancarotta gli investimenti del più spregiudicato speculatore immobiliare del pianeta.

          Mentre la popolarità a livello nazionale di Trump è in calo, cresce quella dei suoi sostenitori, sempre più cieca, fanatica, inossidabile e soprattutto più minacciosa per i miti democratici del grande impero d’occidente che avevano sostenuto ed alimentato la sua espansione militare ed economica sul mondo intero. Declino e caduta più o meno dilazionata che stanno esaltando una sinistra estrema in Europa digiuna di conoscenze e conseguenze. Perché mai non compiacersi dello stato confusionale in cui versano i governanti del vecchio continente, dell’incipiente sgretolamento della NATO e quindi dell’occupazione militare dell’Europa (solo in Italia più di 100 basi USA), di un ancora improbabile ma possibile fine della seconda guerra fredda scatenata dal Premio Nobel Barack Obama? Perché è un fumo che copre l’arrosto climatico del pianeta, perché l’America di Trump è una minaccia alla pace con un Capo dell’Esecutivo che in nome del patto d’acciaio con Israele dischiude prospettive di conflitti convenzionali e fors’anche nucleari con l’Iran e qualcosa di simile e più catastrofico in estremo oriente con un attacco preventivo alle centrali atomiche e missilistiche della Corea del Nord.

La potenziale “force de frappe” del movimento America First – qualcuno ha parlato di una possibile secessione di alcuni stati – ha già sortito i suoi frutti: le inchieste del congresso a maggioranza repubblicana sul Russiagate che avrebbero potuto portare in teoria alla procedura dello “impeachment” sono state neutralizzate dalla nomina di Robert Mueller, ex direttore dello FBI a National Counsel (investigatore speciale) di un’indagine a porte chiuse che durerà almeno due anni e che, salvo imprevisti, porterà ad un insabbiamento degli accertamenti sul caso. (Robert Mueller è lo stesso personaggio che alla presenza del Ministro della Giustizia Janet Reno ci disse che la nostra campagna per riportare in Italia Silvia Baraldini avrebbe potuto concludersi solo con l’uscita della nostra concittadina da un carcere federale “in posizione orizzontale con i piedi davanti”. Non finì così).

          Chi sono i “trumpisti” dello scudo di Captain America? Sono i sudisti della “bible-belt”, evangelici, metodisti, militanti fanatici di sette protestanti che fanno paura anche a Papa Bergoglio. Avversari accaniti dei diritti civili, dell’integrazione razziale, dell’aborto, sono razzisti, islamofobi, antisemiti e misogini. La prospettiva di una donna, Hillary Clinton, alla Casa Bianca, dopo un presidente afro-americano, li ha mobilitati in massa a sostegno della candidatura del Donald. Ci sono poi i disperati da decenni senza lavoro della “rust Belt”, la cintura della ruggine, i centri di un’industria metalmeccanica e manifatturiera che ha chiuso i battenti, si sono fatti abbindolare dal protezionismo del neo-presidente che dovrebbe riaprire e ristrutturare quelle fabbriche ormai senza mercato. Nell’insieme milioni di persone che non accettano di dibattere le loro idee o quelle degli avversari, tutti atei, comunisti, nemici della patria. All’insegna della America First tengono in ostaggio un mondo che non conoscono e sono pronti alla morte.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu