Considerazioni Inattuali n. 108

2 febbraio 2018

 

A due minuti dalla mezzanotte spostate le lancette dell'orologio della fine nucleare.

SEMPRE PIU' FORSENNATE LE MINACCE DI TRUMP ALLA COREA DEL NORD.

Solo una guerra convenzionale o nucleare potrebbe salvare il Presidente da un'ignominiosa destituzione. Silenzio dei mass media italiani sulle dichiarazioni guerrafondaie del capo dell'esecutivo a Davos e al Congresso:”Ein volk, ein Reich, ein Donald”.

di Lucio Manisco

Due minuti all'apocalisse nucleare. Le lancette dell'orologio “doomsday” spostate di 30 secondi verso la mezzanotte, un livello d'allarme mai raggiunto da sessantacinque anni a questa parte. L'orologio in questione non è un'icona inventata da pacifisti e antimilitaristi ad oltranza, da catastrofisti del Secondo Avvento. È il prodotto di ricerche e studi condotti dagli scienziati, esperti di armi atomiche e rapporti internazionali che pubblicano il “Bulletin of Science and Security” con la collaborazione con una “Board of sponsors” di cui fanno parte 17 premi Nobel. L'ultimo, emblematico movimento di quelle lancette è stato annunziato il 29 gennaio u.s.. Può darsi che ci sia sfuggito, ma ne abbiamo visto traccia sui mass media italiani mentre la notizia è stata pubblicata sulle prime pagine del N.Y. Times, del Guardian, di Le Monde, del Frankfurt Algemeine, del Frankfuer Runschau e diffuso dalle reti televisive britanniche, francesi e tedesche. Silenzio tombale della RAI i cui corrispondenti da New York, ripresi da tempo sullo sfondo di cartoline illustrate in Cromakey del ponte di Brooklyn e dei grattacieli di Manhattan. Parlano con benevoli sorrisi dei peccadillos del Presidente, qualche volta del Russia Gate e del Me Too e degli abusi sessuali di personaggi famosi. Giudizi positivi invece sul discorso di Trump a Davos e sul suo messaggio sullo stato dell'Unione. Nessuna menzione che nel preambolo dell'intervento in Svizzera il Presidente ha indentificato nella “denuclearizzazione della Corea del Nord” il primo urgente obiettivo degli Stati Uniti d'America. Omesse le più allarmanti e bellicose intenzioni del Capo dell'esecutivo nel discorso al Congresso, un discorso di infausta memoria:“Ein volk, ein reich, ein Donald”. Autoreferenziale, egomaniaco ha esaltato i presunti successi dell'economia, il benessere presente e futuro del suo popolo e la sua riforma fiscale con la riduzione degli oneri dal 35 al 21 per cento – nessuna delle grandi corporazioni pagava, al di là delle elusioni massicce, più del 26 per cento – i 350 miliardi di dollari affluiti dall'estero negli USA nel giro di poche settimane, i salari in rapida ascesa – ben lungi da quelli minimi perennemente in vigore di 7 dollari l'ora, pari a quelli delle assistenti domestiche in Italia, un priezionismo mascherato da accordi bilaterali sul commercio estero e poi balle, sempre balle prontamente identificate dal N.Y. Time. Ma non sono state balle le esplicite enunciazioni di un inevitabile “first strike”, di un attacco preventivo contro la Corea del Nord che minaccia con i suoi missili nucleari il popolo americano, un regime dittatoriale che tortura la sua gente e,a proposito di torture, ha detto che non chiuderà mai Guantanamo, Gitmo for ever. Il mese scorso il Wall Street Journal aveva rivelato nei dettagli il piano di un massiccio attacco preventivo con mezzi convenzionali sul paese comunista che il Pentagono ha preparato lo scorso novembre e che ha trasferito tre squadroni navali con quattro portaerei nei mari del Giappone. La risposta di Kim Yong-Un: l'annunzio di lanci multipli di missili per l'otto febbraio.

Titolo del New York Times:”Giochi Olimpici nell'ombra nucleare Nord Coreana”. Il 2 febbraio un altro titolo:”La Casa Bianca vuole altre opzioni dal Pentagono” e nell'articolo si pone in rilievo una certa riluttanza a formulare alternative che permettano al Presidente di accompagnare l'impiego di armi convenzionali con armi atomiche.

A cosa servono gli ottanta miliardi di dollari aggiuntivi allo stratosferico bilancio della difea per modernizzare il termonucleare USA se poi non viene impiegato? Si aspetta forse di perfezionare il sistema antimissilistico americano che continua a registrare fiaschi, l'ultimo è del 31 gennaio? Molto probabilmente non sarà Kim Jong-Un ma il signor Robert Mueller a provocare la prossima guerra convenzionale o nucleare! Il primo sembrava fino a ieri prendere tempo con i giochi olimpici della Corea del Sud, il secondo nella veste di grande inquisitore di Donald Trump stra accelerando i tempi della sua inchiesta più che sulle presunte interferenze di Putin nella campagna elettorale americana, sugli astronomici flussi di rubli nelle tasche dell'ex imprenditore immobiliare ed ora Capo dell'Esecutivo, prima di essere destituito in un nuovo “massacro del sabato sera”. A differenza di Richard Nixon il Donald non rischia lo “Impeachment” con la maggioranza repubblicana del Congresso ed una minoranza democratica pavida e rinunciataria, ma un processo per alto tradimento: potrebbe evitarlo con il ricorso all'art. 25 della costituzione, (incapacità fisica o di intendere e di volere) meglio ancora con una bella guerra locale o globale che mobiliti a suo favore il popolo bue e patriottardo del paese. All'America First, un Me First da giudizio universale. Ne è capace? Secondo un titolo sempre del New York Times Trump non è un malato di mente ma un jerk, un deficiente. Nell'uno o nell'altro caso un'apocalisse intenzionale o preterintenzionale e secondo l'orologio “doomday” più che probabile, imminente. Ha minacciato di annientamento totale e di cancellazione dalle mappe globali la Corea del Nord, con i suoi 27 milioni di abitanti. Neppure Adolf Hitler pronunziò minacce del genere contro la Gran Bretagna. Ad ogni buon conto il Donald per salvarsi da un'ignominosa caduta ha progetti alternativi all'Apocalisse, ad esempio una guerra convenzionale per procura contro l'Iran, un progetto a cui l'amico Benjamin Netanyahu si sta preparando operosamente da più di un decennio, frustrato solo dai veti di Bush Junior e Obama: un attacco dell'aviazione israeliana sulle centrali per l'energia nucleare di Teheran, con l'ombrello dello Strategic Air Command USA e l'intervento di terra delle forze armate dell'Arabia Saudita, dell'Egitto e di qualche altro paese mediorientale. Re del caos è stato battezzato Trump dai funzionari del Dipartimento di Stato emarginati fino alla paralisi dagli Stranamore del Pentagono. “Un vanesio ed un idiota che non legge e non ascolta nessuno” è stata la definizione data da alti funzionari della Casa Bianca intervistati da Michael Walf nel libro “Fire and Fury”. Del resto il suo stesso Segretario di Stato Rex Tillerson lo aveva chiamato “moron”, cioè deficiente. E per tornare ad un altro titolo del New York Times:”Trump non è uno psicopatico, è solo un jerk”, un cretino. È questo il personaggio a cui sono stati affidati i destini dell'umanità tutta. Se ne parla in quasi tutte le cancellerie europee. Angela Merkel ha preso ufficialmente le distanze dal Donald delineando l'urgente necessità di un'autonomia decisionale della UE anche, ahimé, nel settore difesa. Emmanuel Macron (Napoleonic o Neapolitanic) ha posto a disposizione dell'Europa la force de frappe francese.

E l'Italia? L'Italia coinvolta finoal collo in una non improbabile catastrofe globale per la sua subordinazione postbellica al grande impero d'occidente, tace anche se è un berasaglio primario in un conflitto per via delle 60 o 80 o 100 bombe termonucleari in arrivo a Ghedi e ad Aviano.

Ci sono poche eccezioni alla disinformazione italica; prima fra tutte quella di Manlio Dinucci che non sarà forse il più grande giornalista investigativo europeo, ma è il più documentato perché, a differenza dei suoi colleghi, legge con scrupolosa attenzione gli atti del Congresso USA, delle sue commissioni Ways and Means, Defence, Homeland Security ed i comunicati del Pentagono. La politica estera italiana? Si limita a sgomitare per avere un posticino sotto il tavolo franco-tedesco e “battere il pugno sul tavolo” - si fa per dire – su quello dell'Unione in materia di immigrazione e sforamento del tre per cento. L'attenzione della nostra opinione pubblica non si accentra certo sulla più balorda campagna elettorale a memoria d'uomo ma subisce con partecipazione e ampio consenso gli effetti della TV, del mezzo di distrazione di massa: Sanremo, lo scudetto, persino Miss Italia e via dicendo. Abbiamo forze militari a rischio in Medio Oriente, in Africa e a ridosso della frontiera russa nelle repubbliche baltiche, ma nessuno ne parla perché sono volontari, ben pagati – 5.000 euro al mese oltre alla paga: dulce et decorum est pro mutuo mori – perché è vietato loro parlare, pena l'immediato rimpatrio, coi pochi giornalisti sul campo, anche loro embedded, incorporati su esempio USA dalla disciplina e dalla censura militare. Un quadro desolante che richiama alla memoria il detto del rivoluzionario Jean-Paul Marat:”Per rendere schiavo un popolo, basta addormentarlo”. Si può svegliarlo solo con una mobilitazione di massa che coinvolga gli altri popoli del vecchio continente contro la guerra, contro tutte le guerre, per la salvezza della famiglia dell'uomo. Non è troppo tardi per fermare in extremis prima della mezzanotte le lancette del Doomsday Clock.

Lucio Manisco

POSTSCRIPTUM: A chi mi ha chiesto per chi voterò il 4 marzo rispondo che voterò per i candidati Potere al Popolo per la coerenza marxista che mi portò nel 1992 nelle file di Rifondazione Comunista di cui ho promosso le mobilitazioni contro le guerre in Afganistan, in Iraq ed in altri paesi come direttore di Liberazione e parlamentare italiano ed europeo. Perché apprezzo le direttive ed i programmi del segretario Acerbo e confido nelle sue capacità di promuovere nella campagna elettorale la causa finora assente della pace e della sopravvivenza del genere umano.

Lucio Manisco

(www.luciomanisco.eu)