Considerazioni Inattuali n. 114

29 maggio 2020

 

TRUMP RAZZISMO E DEMENZA.

Prima incalza la polizia a maggior durezza. Poi ci ripensa: sia fatta giustizia. Infine definisce “delinquenti” i dimostranti e vuole inviare l'esercito.

di Lucio Manisco

Razzista, megalomane, squilibrato, bugiardo, maniacale su un secondo mandato: tutto vero, tutto ampliamente provato, quotidianamente, in 1225 giorni di governo di una grande potenza, “una nazione di assassini” come ebbe a descriverla Ray MacGovern un attento studioso critico della CIA (definizione più verosimile potrebbe essere “elite di assassini”.

Il Donald non fa parte di questa élite anche se condivide il gusto dei suoi predecessori, primo fra tutti Barak Obama, per le amazzatine in Medio Oriente con i droni di Sigonella dei presunti nemici della repubblica stellata. Il Donald è diverso da chi ha occupato negli ultimi sessantanni l'Oval office della Casa Bianca perché palesa e non nasconde la sua onnipotenza al di fuori dei limiti costituzionali, la sua incongruenza e contraddittorietà , la sua incapacità di prestare attenzione a chi gli parla per più di 50 secondi.

Un poliziotto a Minneapolis soffoca per otto minuti con un ginocchio sul collo un afroamericano amanettato e steso sull'asfalto; tre colleghi seguono indifferenti la scena ripresa dai telefonini di spettatori occasionali che non reagiscono; decine di milioni di americani seguono inorriditi il brutale assassinio. Cosa fa Trump? Con un twitter incalza la polizia a impiegare maggior durezza sui dimostranti. Qualcuno gli tira la giacca e cinque minuti dopo il presidente si corregge: se un reato è stato commesso la giustizia seguirà il il corso. La protesta dei neri esplode forte e violenta, Minneapolis brucia, il suoi ottocento poliziotti fuggono e la loro sede viene messa a ferro e fuoco.

Intanto esplodono manifestanti in decine di città degli Stati Uniti. Gli agenti di New York confrontano con una certa cautela il movimento “Black lives matter” (la vita dei neri conta) ma non vengono più chiamati “The New York finest”. Angela Davis, ua donna ammirabile, ripete il suo slogan “Non basta non essere razzisti, bisogna essere antirazzista”. Donald Trump è razzista e lo dimostra. Chiama i dimostranti di Minneapolis “thugs” delinquenti che disonorano la memoria di George Floyd, il nero ucciso e promette al governatore del Minnesota di inviare nello stato l'esercito degli Stati Uniti.

C'è un termine psichiatrico che circola “sottovoce, piano piano” a Washington e nelle cancellerie europee: demenza. Vi allude chi vorrebbe applicare al suo caso il 25° emendamento della Costituzione: destituzione per malattia o incapacità varie.

Il New York Times di oggi con un fondo dal titolo “Se avessimo un vero leader. D.T, che non sono le iniziali di delirium tremens, dall'inizio della pandemia si comporta più stranamente del solito, cammina ricurvo e con passo incerto. Ha bevuto troppi farmaci antimalarici e qualche bicchiere di varechina? Ovvero è sgomento per i 40 e più milioni di disoccupati, primo passo sulla strada di una vera e propria apocalisse economica? Sta forse preparando a fini elettorali una bombardamento dell'Iran oer compiacere Netanyhau o un blitzkrieg contro il Venezuela per fare fuori Maduro? Noi non auguriamo a nessuno la demenza o l'Alzheimer, anche se negli Usa c'è chi augura a Trump la fine del Conte Ugolino. Prepariamo per il 1° novembre una bella sorpresa elettorale anche se l'alternativa Biden ci fa piangere. Un po' meno.

Lucio Manisco

(www.luciomanisco.eu)