11 settembre 2003

9/11 è cambiato tutto
non è cambiato niente

di Lucio Manisco

Si fa un gran parlare e scrivere della profonda cesura operata dal 9/11 nella storia degli Stati Uniti, della svolta a centottanta gradi nella loro politica militare ed estera, della ferita ancora aperta nella psiche collettiva del loro popolo. A due anni di distanza da quei tragici eventi è giustificato ritenere che interpretazioni del genere non siano suffragate dai fatti e vengano tuttora strumentalizzate per motivare l'accelerazione peggiorativa quanto maldestra di direttive e tendenze preesistenti nella grande repubblica stellata. Anche per quanto concerne gli effetti traumatici sul popolo statunitense, chiunque abbia avuto occasione negli ultimi venti mesi di visitare gli Stati Uniti e soprattutto New York non può non aver tratto la conclusione che quegli effetti, se mai sono esistiti, hanno lasciato ben poche tracce. Se ne era del resto avuta una prima indicazione pochi mesi dopo il crollo delle Due Torri quando gli eroi di quella catastrofe, i Vigili del Fuoco della metropoli, durante una protesta per la mancata corresponsione degli straordinari, vennero randellati e caricati dalla polizia in una ristabilita normalità di rapporti sociali e sindacali della Grande Mela. Certo, è aumentato il senso di insicurezza e la paura di nuovi attentati, ma l'uno e l'altra appaiono in gran parte provocati dai continui allarmi a diversa graduazione cromatica diramati dall'amministrazione Bush.

Quando si sottolinea la continuità della politica dei centri di potere negli USA è necessario richiamare alla memoria il ruolo che i "Great American Disasters" hanno sempre avuto nella costruzione e nell'espansione dell'Impero: la caduta del fortino Alamo nel Texas, che pochi anni dopo portò alla guerra con il Messico e all'incorporazione di metà del suo territorio nell'unione federale statunitense; la misteriosa esplosione della corazzata Maine nel porto dell'Havana e la guerra ispano-americana conclusasi con l'acquisizione di Haiti, Cuba e delle Filippine; Pearl Harbour, che in quattro anni proiettò l'egemonia nucleare della superpotenza sul mondo intero. Difficile ora prevedere se la proiezione di potenza ingenerata dal 9-11 con la devastazione dell'Afghanistan e dell'Irak e con la proclamazione di uno stato permanente di guerra al terrorismo verrà coronata da successo.

Tutto sembra indicare il contrario: l'unilateralismo, sempre operante nella storia degli USA anche se sottaciuto, ora è diventato dottrina strategica ufficiale del grande Impero d'Occidente facendo carta straccia non solo della Carta delle Nazioni Unite ma anche del Trattato di Westfalia. Gli effetti collaterali dell'abrogazione del diritto internazionale sono stati l'insorgenza franco-tedesca e la rottura dei rapporti di vassallaggio su cui dopo De Gaulle era basata l'Alleanza Atlantica (la pretesa del Cavalier Berlusconi di ristabilire quei rapporti con una sua presunta mediazione personale durante il semestre italiano viene seguita con divertita indifferenza a Parigi, a Berlino e persino a Mosca). Il corso disastroso degli eventi in Irak, il riemergere dei Talibani in Afghanistan e soprattutto il crescente costo in vite umane e in risorse economiche della guerra permanente al terrorismo hanno portato ad un primo ridimensionamento del proclamato unilateralismo di George W. Bush. Nel suo ultimo intervento televisivo il Presidente non ha solo chiesto l'astronomico stanziamento di 87 miliardi di dollari al Congresso, ma ha dato il via ad una vera propria questua tra governi alleati, coalizzati, "willing", amici o ex amici. In una parafrasi del proverbio "chi rompe paga e i cocci sono suoi", che è diventato "chi non rompe paga, non comanda e neppure i cocci sono suoi". Il tutto naturalmente per annientare Al-Queda, per catturare o ammazzare Bin Laden, e Saddam Hussein e sempre partendo dal presupposto che Al-Queda sia l'unica grande rete terroristica operante in tutto il mondo e non una dei molti vertici organizzativi dell'estremismo islamico; anche l'eliminazione dell'ex dittatore iracheno avrebbe probabilmente un effetto contrario a quello desiderato, e cioè l'estensione della resistenza armata anche ai gruppi etnici o religiosi che si erano opposti al suo regime. Ai fallimenti di queste imprese guerresche il governo di Washington ha finora reagito negando la realtà dei fatti ed intensificando la sua azione repressiva contro critici ed oppositori all'interno e all'estero. Il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha a tutti gli effetti equiparato questi oppositori e questi critici a dei sostenitori indiretti della causa del terrorismo internazionale (uno dei bersagli principali è stato identificato nella stazione televisiva Al-Jazeera che per quanto riguarda l'Irak dovrebbe ora essere rimpiazzata da un'altra rete allestita dalla Rai di Lucia Annunziata, mentre si è proceduto in Spagna al corrispondente della tv araba Tayseer Alouni, reo di avere intervistato Bin Laden).

La guerra al terrorismo è stata usata per reprimere il dissenso anche e soprattutto negli Stati Uniti dove del resto i mass media da tempo erano stati "inbedded" e cioè irregimentati e omologati nella difesa dei cosiddetti "interessi vitali" degli Stati Uniti d'America. Cos'altro è venuto alla luce negli ultimi due anni? E' venuto alla luce che gli Stati Uniti non riconoscono più le Convenzioni di Ginevra e i diritti degli avversari sconfitti. Per citare un solo esempio, non si sa che fine abbia fatto il vicepresidente iracheno Tareq Aziz né dove siano finiti i suoi colleghi effigiati in un mazzo di carte, quando persino ai criminali nazisti di Norimberga vennero concessi diritto alla difesa e contatti con i loro familiari. Anche i difensori a spada tratta degli Stati Uniti lamentano che in questi ultimi ventiquattro mesi si sia fatto ricorso a Guantanamo ed altrove alla tortura per infliggere punizioni disumane o per estorcere confessioni. Ma anche in questo caso si deve solo registrare un peggioramento di preesistenti direttive: a torto o a ragione quella statunitense viene chiamata una società carceraria per via di un numero di detenuti che ha superato i due milioni e duecentomila e per quegli altri sei milioni di cittadini che hanno perduto i diritti di cittadinanza e di voto a causa di condanne per reati spesso minori. Né va dimenticato che il trattamento da sempre riservato nei carceri di massima sicurezza degli Stati Uniti come Youngstown nell'Ohio o Corcoran in California, dall'elevatissimo numero di suicidi o di tentati suicidi, non è certo migliore di quello vigente a Guantanamo. Tutte queste possono apparire considerazioni inopportune nel commemorare l'eccidio delle Due Torri, ma esse sono anche inevitabili e necessarie per una fattuale presa di coscienza del corso sempre più fallimentare della politica statunitense.