10 aprile 2004

"Condi" Rice va alla guerra

diLucio Manisco

La consigliera di Bush contro Al Qaeda? No contro i democratici

Il baratro iracheno diventa sempre più profondo, senza vie d'uscita: bagni di sangue, prese di ostaggi, stragi di civili, 650 soldati Usa ammazzati dalla resistenza, i governi della coalizione sempre più inclini a seguire l'esempio spagnolo, un improbabile intervento dell'Onu invocato da chi lo vuole usare come foglia di fico per non ritirare su due piedi le proprie truppe di occupazione. E come affronta la crisi in questo infausto anniversario il presidente degli Stati Uniti d'America? Lontano dalla Casa Bianca, inchiodato per più di tre ore davanti al maxi-televisore del suo ranch texano di Crawford per seguire estasiato la sceneggiata della prediletta "Condi" Rice che duella con gli esponenti democratici della commissione congressuale d'inchiesta sulle responsabilità del 9/11. E fa sapere a tutti di non aver staccato gli occhi dal teleschermo e di essere rimasto entusiasta della performance fornita dalla direttrice del Consiglio per la sicurezza nazionale.

La signora Condoleeza somigliante ad uno di quegli autoritari personaggi femminili tanto cari ai cultori dell'erotica vittoriana, non indossava indumenti di cuoio nero, né impugnava staffili, ma con i suoi dentini da coniglietta arrabbiata ha cercato più volte di azzannare gli insolenti congressisti che osavano porre in dubbio la capacità di George "Dubya" Bush di concentrare la sua attenzione prima degli attentati alle due torri e al Pentagono sul palese pericolo rappresentato da Al Qaeda.

Non c'era niente da fare, nessuna misura preventiva poteva essere presa - ha ribadito una ventina di volte la signora - per via naturalmente della "paralisi sistemica" dovuta alla rivalità ed incomunicabilità tra Cia, Fbi e gli altri servizi ed anche e soprattutto per gli insegnamenti impartiti dalla storia.

Tra l'attonita incredulità dei dieci rappresentanti del popolo l'ex professoressa dell'università di Stanford ha così parlato dell'affondamento della Lusitania nel 1915, dell'inazione delle democrazie occidentali di fronte alla minaccia nazista negli anni '30, degli accordi di Monaco, di Pearl Harbour, tutti eventi catastrofici che non potevano essere previsti e tanto meno evitati. Quando Richard Ben-Veniste, il congressista reso famoso dall'inchiesta sul Watergate, ha cercato di riportare la testimone sul terreno dei fatti, sui segnali di pericolo inviati alla Casa Bianca dall'Fbi ed ha martellato più volte l'interrogativo «Ma lei ha parlato o no al presidente?». Condi si è riservata di rispondere in un secondo tempo ed ha insistito su vari excursus storici: se non si fosse trattato della responsabile per la sicurezza nazionale avrebbe corso il rischio di incriminazione per reticenza e per "contempt of Congress".

L'attenzione dei dieci inquirenti e quella dell'opinione pubblica si è accentrata su un documento ormai famoso inoltrato dai servizi alla Casa Bianca il 6 agosto 2001; di questo documento "secretato" dall'Esecutivo - lo hanno letto solo due dei congressisti - si conosce solo il titolo "Bin Laden deciso ad attaccare il territorio degli Stati Uniti" ed un paragrafo che identificava le modalità di questo attacco terroristico mediante atti di pirateria aerea. La signora ha difeso ad oltranza il presidente sostenendo che il documento non era tale da sollevare vero e proprio allarme, non indicava ad esempio la possibilità che gli aerei venissero usati come missili, né precisava i bersagli, la loro ubicazione, e tanto meno i tempi di attuazione: si sarebbe trattato di un saggio di carattere storico sui precedenti di Al Qaeda a partire dagli anni '80.

Perché mai coprirlo con un "top secret" - hanno chiesto i congressisti democratici invitando invano la testimone a renderlo di pubblica ragione. Condi ha risposto picche, ha preferito insistere sulla scarsa credibilità della precedente testimonianza resa dall'ex capo dell'antiterrorismo Richard Clarke che anche in un suo libro dal titolo "Contro i nemici tutti: la guerra al terrore vista dal di dentro" aveva sostenuto, prove alla mano, e fino al 9/11 il presidente non aveva prestato la minima attenzione alle operazioni di Al Qaeda.

La verità è che il presidente sin dal suo ingresso alla Casa Bianca era ossessionato da una sola idea, quella di attaccare l'Iraq e di far fuori Saddam Hussein, macchiatosi tra gli altri crimini di quello intollerabile di aver tentato di uccidere "Daddy" e cioè papà Bush.

La questione della guerra che sta devastando l'antica Mesopotamia ed in risorse umane ed economiche sta assestando durissimi colpi alla superpotenza non rientra, per decreto della Casa Bianca, nel campo dell'inchiesta congressuale; questa verrà ultimata il 26 luglio p. v. ma sempre per lo stesso decreto i suoi risultati non potranno essere pubblicati prima del 30 marzo 2005, cinque mesi dopo cioè le elezioni presidenziali.

Poste in questi termini le indagini potrebbero assumere il profilo di uno dei tanti riti tribali della Repubblica stellata; ma forse non sarà così perché i rovesci di una guerra data per vinta da Bush 11 mesi fa hanno cambiato le carte in tavola ed il Congresso potrebbe ritrovare la sua spina dorsale come ai tempi del Vietnam e del Watergate. Di particolare interesse sotto questo aspetto le prossime udienze tutte a porte chiuse, come quella dello stesso presidente che ha posto come condizione quella di avere al suo fianco il principe reggente Dick Cheney o l'altra del ministro alla Giustizia John Ashcroft, soprannominato il "talebano dell'amministrazione" per il gran gusto con cui sta demolendo in nome dell'antiterrorismo le garanzie costituzionali e i diritti civili del popolo statunitense.