28 marzo 2004

Stragisti a Kabul

contro

stragisti a Bagdad

L'imbarazzante inchiesta del Congresso Usa sugli attentati dell'11 settembre

di Lucio Manisco

Sembra che il dibattito in corso ai veritici di Cosa Nostra coinvolga gli stragisti degli anni '90, pronti con Provenzano a riprendere «ammazzatine ed attentati mirati» in fraterna solidarietà con Totò Riina e con gli altri detenuti del 41bis e i "moderati", i sostenitori cioè della tesi secondo cui la mafia non sarebbe stata mai così potente e prospera da quando ha smesso di assassinare sulle basi di un palese quid pro quo con politici e magistrati. E' un peccato che questo dibattito non sia pubblico o non ne vengano pubblicati i verbali perché le analogie con quello svoltosi il 23 e il 24 del corrente mese al Congresso degli Stati Uniti sulla carenza di misure preventive dell'attentato del 9/11, risulterebbero, anche se disdicevoli, più immediate e calzanti.

Va premesso che l'inchiesta congressuale ha previsto solo due sessioni aperte alla televisione e al pubblico, e tutte le altre si svolgono a porte chiuse, con vincoli ferrei sul segreto di stato, e che i risultati non verranno pubblicati prima del 30 marzo 2005 «per non interferire con la campagna presidenziale in corso» (Bush pro domo sua).

Quanto è emerso da quarantotto ore di deposizioni e battibecchi tra congressisti repubblicani e democratici e testimoni quali l'ex segretario di Stato Madeleine Albreight, il segretario di Stato, Colin Powell, il capo della Cia, George Tenet, l'assistente alla sicurezza nazionale Armitage - Condoleezza Rice ha declinato di presentarsi - e l'ex coordinatore dell'antiterrorismo Richard Clarke che senza risparmiare Bill Clinton ha accusato di insipienza e criminale irresponsabilità George W. Bush, è stato comunque più che sufficiente a stabilire che assassinii mirati, bombardamenti massicci e stragi di civili erano all'ordine del giorno, normali alternative cioè all'esame dell'una e dell'altra amministrazione: il bersaglio grosso a partire dal 1995 era ed è tuttora Bin Laden che naturalmente ha messo a buon uso gli addestramenti al terrorismo antisovietico ricevuti dalla Cia negli anni '80. Quello che il Congresso sta cercando di chiarire è perché non sia stato fatto fuori prima del fatale 11 settembre 2001, così come erano stati fatti fuori personaggi di ben altra levatura morale e politica come Lumumba, Allende e tanti altri, perché dopo gli attentati alle ambasciate Usa nel Sudan e in Tanzania il presidente Clinton si sia limitato a lanciare una ventina di missili Cruise su una base abbandonata di Al Qaeda e su un impianto farmaceutico che produceva aspirine per tutto il Medio Oriente, perché non abbia usato uno solo di questi missili dopo l'attentato all'incrociatore "Uss Cole", perché per otto mesi l’amministrazione Bush non si sia occupata affatto di Bin Laden malgrado i segnali di minacce tremende e incombenti lanciati da funzionari della Cia, dello Fbi e soprattutto da Richard Clarke che oggi ha messo tutto nero su bianco nel bestseller "Contro tutti i nemici".

Richard Clarke per ovvii motivi è ora diventato il beniamino dei democratici e del senatore Kerry candidato alla presidenza, ma a sentirlo parlare davanti alla Commissione di Washington c'è abbastanza da far rizzare i capelli in testa a chiunque pensi ancora alla repubblica stellata come patria del diritto, della libertà e grande arsenale della democrazia. L'ex coordinatore dell'antiterrorismo sin dal 1998 una soluzione l'aveva trovata: aveva proposto di cancellare dalla mappa mondiale l'Afghanistan, non solo il regime dei talibani che proteggeva Bin Laden, ma le infrastrutture della società civile, i ponti, le strade, gli impianti idrici, le colture agricole del paese più devastato e povero del pianeta.

L'amministrazione Clinton mise il piano in un cassetto perché le informazioni raccolte dalla Cia sugli stretti legami tra talibani ed AlQaeda, anche dopo l'attentato allo "Uss Cole" erano solo "preliminari e lacunose" e perché il resto del mondo non avrebbe capito bene le motivazioni di una "ammazzatina" di qualche milione di poveracci. A dire il vero non sembra che i più famosi "servizi" del mondo siano diventati oggi molto più efficenti, a giudicare almeno dalla selezione e dalla classificaizone dei messaggi inviati alla Casa Bianca; questa pochi giorni fa ha inviato a chi scrive il seguente messaggio: «Grazie per l'e-mail inviato al presidente Bush. Le vostre idee e i vostri commenti sono per lui molto importanti; per il momento il presidente non può rispondervi di persona, ecc. ecc.». Chi scrive non si è mai sognato di inviare alcuna e-mail al presidente inquilino di Pennsylvania Avenue e può solo attribuire questo strano emergere del suo nome negli archivi della Casa Bianca ad uno scambio di lettere tutt'altro che cordiali sulla pena di morte che risale al 1999 quando George W. Bush era governatore del Texas. C'è da chiedersi se Bin o Saddam abbiano ricevuto messaggi del genere prima durante o dopo la devastazione dei paesi in cui dimoravano.

Per tornare all'inchiesta congressuale quanto è risultato evidente, oltre ad un generalizzato scaricabarile tra "servizi" e due amministrazioni, è il totale disinteresse di Bush & Co. per Al Qaeda e per la minaccia terroristica fino al 9/11: per otto mesi alla Casa Bianca si era parlato soltanto di attaccare l'Iraq, una vera e propria ossessione del Presidente anche perché, come ebbe a dire, Saddam aveva cercato di ammazzare il suo "daddy". L'attentato alle due torri aveva imposto solo un rinvio dovuto all'adozione del piano originario di Richard Clarke quello di colpire l'Afghanistan.

Il commento dell'ex coordinatore dell'antiterrorismo: «In Afghanistan non abbiamo ottenuto il risultato voluto perché Bin Laden e i talibani sono tornati ad operare a pieno ritmo; abbiamo invece trasformato l'Iraq in un nuovo prolifico vivaio del terrorismo internazionale».

Anche se i metodi sono simili, per quanto riguarda i risultati conseguiti, sembra purtroppo che ci sia maggiore efficienza ai vertici di Cosa Nostra quale che sia l'esito del dibatitto in corso a Palermo e dintorni.