10 febraio 2002

Continua a Guantanamo la
"vendemmia dei grappoli dell’ira"

di Lucio Manisco

L’iperventilazione di cui ha parlato il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld a proposito dei vagiti di protesta europea per il trattamento riservato ai detenuti di Guantanamo – in termini medici "iperpnea" – è l’aumento anomalo di atti respiratorii dovuto a carenza di ossigeno.

Donald Rumsfeld ha ragione: a quei pochi governanti europei e ai molti commentatori politici che fino a poche settimane fa esaltavano ogni eccesso degli Stati Uniti nella guerra senza fine dichiarata al terrorismo internazionale è venuto meno l’ossigeno della lotta alla barbarie in difesa dei supremi valori della civiltà e della democrazia occidentali. Glielo ha tolto il Pentagono che ha deliberatamente e intenzionalmente diffuso fotografie e video dei prigionieri afghani e di altre nazionalità inginocchiati con ceppi alle caviglie, catene ai polsi e alla vita, bavagli, occhialoni a luce zero, e poi ancora mentre venivano riportati in barella nelle loro gabbie dopo gli interrogatori in tre baracche ad aria condizionata del "Campo a raggi X" di Guantanamo Bay.

La barbarie per battere la barbarie? Niente affatto ha replicato Donald Rumsfeld, definito anni fa da Henry Kissinger ,che di queste cose se ne intende ,"l’uomo più spietato che io abbia mai conosciuto"; niente affatto, ha ribattuto sorridente e mellifluo il Rumsfeld: i prigionieri sono trattati umanamente, le gabbie permettono loro di respirare l’aria balsamica dei Caraibi (in questa stagione 39 gradi all’ombra, unidità 95% e zanzare da malaria in quantità), possono pregare in direzione della Mecca, le catene poi sono necessarie perché si tratta di vere e proprie bestie feroci capaci di addentare i marines di guardia. Sul sospetto di torture durante gli interrogatori ha detto buone parole il generale di brigata Mike Lehnert, comandante della base militare statunitense a Cuba: "Nessuna tortura, niente staffili, non impieghiamo luci alogene ad alta intensità, non usiamo droghe chimiche. Arrivano barellati perchè in Afghanistan hanno riportato ferite agli arti inferiori. Gli Stati Uniti sono una nazione basata sulle leggi e questi interrogatori vengono condotti seguendo le procedure legali in vigore negli Stati Uniti."

Il generale di brigata Mike Lehnert ha ragione: la deprivazione sensoria, catene e ceppi ai detenuti feriti o sottoposti a interventi chirurgici rispondono alle procedure legali negli Stati Uniti d’America; nei penitenziari non vengono usati staffili ma manganelli di gomma ad anima di acciaio; il sodium penthotal iniettato durante gli interrogatori non viene considerato una "droga chimica" anche se può procurare lesioni permanenti alle cellule cerebrali.

L’altra sera gli "iperventilati" europei hanno potuto trarre un sospiro di sollievo: George "Dubya" Bush ha dichiarato che ai prigionieri talibani, ma non ai membri di al Queeda, verrà riconosciuto lo stato di prigionieri di guerra. "Vedete – hanno detto gli iperventilati – le autorità USA hanno accolto le nostre richieste perchè è gente civile e ragionevole." Poi è arrivata la doccia fredda: il trattamento riservato ai detenuti di Guantanamo non cambierà di uno jota, perchè vengono già trattati con le garanzie prescritte della terza Convenzione di Ginevra. Il comitato internazionale della Croce Rossa, che non perde mai la calma e che mantiene quasi sempre segreti i risultati delle sue inchieste, questa volta ha perso la pazienza: non spetta al potere esecutivo degli Stati Uniti accordare o negare lo stato di prigionieri di guerra ai combattenti catturati in qualsiasi conflitto; questo compito viene eventualmente affidato ai tribunali competenti. Nuova replica di Richard Boucher, portavoce del Dipartimento di Stato: "Il ricorso ai tribunali è necessario solo in caso di dubbio. Abbiamo controllato e fatto accertamenti su questi prigionieri prima e dopo il loro arrivo a Guantanamo e sul loro status non abbiamo alcun ragionevole dubbio."

Il fatto è che delle iperventilazioni europee all’amministrazione Bush non importa un fico, oltretutto in quanto l’opinione pubblica americana rintronata otto ore al giorno dalla televisione del dolore sulle "Twin Towers" ha ormai raggiunto distanze siderali da quella europea.Quello che importa a Bush e ai suoi talebani è che un domani ai soldati USA catturati sui mille campi di battaglia di questa guerra senza fine non vengano riconosciute le tutele della terza Convenzione ginevrina sulla falsariga degli accadimenti a Guantanamo Bay.

E’ vero: come continua a ribadire la stimata ditta "Fallaci-Riotta and Co." gli Stati Uniti ci hanno dato Duke Ellington, Martin Luther King, Herman Melville ecc. ecc.. E’ anche vero che non c’è gran differenza tra il trattamento dei prigionieri del "Campo a raggi X" e quello di almeno venti mila detenuti nelle "Super Max", le carceri di massima sicurezza negli Stati Uniti; la Senatrice progressista della California Diane Feinstein ha sostenuto che più spesso che volentieri i detenuti USA vengono trattati ancora peggio ed ha citato il caso del penitenziario di Folsom nel suo stato. Nei "Super Max" i condannati cosiddetti pericolosi trascorrono mesi ed anni in celle di isolamento senza contatti umani di qualsiasi tipo. Jamie Fellner dell’organizzazione "Human Rights Watch" ha denunciato il fatto che questi detenuti possono trascorrere anni "senza avvertire una sola volta la luce solare sui loro visi"; ricevono il loro cibo attraverso una apertura di 20 centimetri alla base delle porte di acciaio; non possono naturalmente ricevere visite, fare un uso sia pure saltuario e controllato del telefono, e quando vengono trascinati in ceppi e catene fuori dalle loro celle un secondino preme sulle loro schiene un manganello elettrico da bestiame. Lo stato di deprivazione sensoria viene inflitto come punizione ricorrente a questi detenuti. Ne sa qualcosa Silvia Baraldini che ha subito questo trattamento per 19 mesi nel lager di Lexington Kentucky. Il lager in questione venne chiuso in seguito ad una sentenza di un giudice progressista, ma altri penitenziari dello stesso tipo pullulano in ogni angolo della repubblica stellata. Basta pensare a Pelican Bay, a Marion nell’Ohio, a tre carceri texane dove Craig Haney, professore di psicologia all’Università della California ha constatato con i suoi occhi lo stato di degrado totale di detenuti imbrattati di feci, in celle con depositi di orina, urlanti, ridotti in condizioni di demenza suicida fino a sbattere in continuazione le teste insanguinate contro i muri. Normali gli stupri anali e ogni altra violenza sessuale. Né va dimenticato che la popolazione carceraria degli Stati Uniti ha superato da tempo i 2 milioni: 690 per 100 mila abitanti, superando cosí la Federazione Russa e piazzandosi al secondo posto dopo il Ruanda. Il rapporto su 100 mila abitanti è di 115 in Canada e 85 in Germania ed in Italia.

Sì, è vero: ci hanno dato Louis Armstrong e Billie Holliday, William Faulkner, cento premi Nobel e la nostra riconoscenza non avrà mai fine, a partire da quando il primo marine sbarcò ad Omaha Beach al grido di "Right or wrong my Europe!". Ma questi sono anche gli Stati Uniti dello "inno di battaglia della repubblica" che dopo l’11 settembre viene eseguito in ogni commemorazione ed in ogni occasione, come ad esempio in quella delle Olimpiadi di Salt Lake City. Solo che un suo verso fondamentale è stato modificato: l’Onnipotente non ha eliminato una volta per tutte la vendemmia dell’odio ma ha ripreso a pestare "l’uva della rabbia" , ha fatto ribalenare il fulmine fatale della sua tremenda, rapida spada; la sua verità continua a marciare,in Afganistan come a Guantanamo, domani in Somalia, in Irak,in Iran , nella Corea del Nord.

Questa verità del fondamentalismo USA non ha diritto di cittadinanza nella Famiglia dell’Uomo e non è certo la nostra verita’.

Lucio Manisco