12 agosto 2004

Kerry e Bush,

i gemelli diversi

di Lucio Manisco

 

Ogni qualvolta le prese di posizioni di John F. Kerry sulla guerra in Iraq si avvicinano o coincidono con quelle di George W. Bush, i suoi estimatori cosiddetti progressisti nella vecchia Europa e soprattutto in Italia, nascondono il loro disappunto con le solite battute trite e ritrite: il presidente repubblicano va battuto a qualsiasi costo e, dati gli umori prevalenti in terra d'America, il candidato democratico per vincere deve dire delle cose a cui certamente non crede.

Gli ultimi interventi di Kerry nel Parco nazionale del Grand Canyon dovrebbero peraltro ridimensionare questa fiduciosa apertura di credito nei confronti del possibile, ma sempre più improbabile successore di Bush. Ha asserito che se nell'ottobre del 2002 avesse saputo quanto sa adesso sull'inesistenza in Iraq delle armi di distruzione di massa e di qualsiasi rapporto di Saddam Hussein con Bin Laden, egli avrebbe votato lo stesso per autorizzare il presidente a scatenare la guerra. «Credo - ha dichiarato - che un capo dell'esecutivo deve disporre di questi poteri».

Non c'è male per chi vanta una profonda conoscenza delle istituzioni della repubblica, dei "checks and balances", equilibrio di poteri tra legislativo ed esecutivo, degli statuti sullo "impeachment" di un presidente che si macchi di infamie o menta per la gola, delle lezioni di una secolare storia imperiale che ha registrato guerre sbagliate e sconfitte cocenti come quella del Vietnam.

Consapevole forse di averla detta grossa per giustificare il voto di due anni fa, John Kerry ha rivolto al presente inquilino della Casa Bianca alcune critiche magari valide, ma non certo sufficienti a motivare l'appoggio di allora all'aggressione all'Iraq: quella di averla scatenata senza alcun piano per gestire la pace, e le altre di aver basato la sua decisione su informazioni sbagliate, di aver tratto in inganno l'America, di non aver coinvolto altri paesi amici e alleati nel conflitto. Vien fatto naturalmente di chiedersi se il senatore di Boston due anni fa avesse preso residenza sulla luna, non leggesse i giornali, non seguisse i dibattiti alle Nazioni Unite, non avesse mai sentito parlare di Chirac e di Schroeder o di milioni e milioni di persone che in tutto il mondo e con motivazioni più che valide si erano opposte all'imminente conflitto.

La risposta è che John Kerry conosceva benissimo la pretestuosità delle ragioni addotte per lanciare una guerra catastrofica e le condivideva nel sottaciuto grande disegno dell'impero anche se poi doveva dissentire sulle modalità dell'intervento. La riprova è nelle sue proposte per uscire dal pantano sempre più insanguinato della guerra: dopo essersi impegnato, una volta entrato nella Casa Bianca, a trovare una soluzione entro la fine del suo primo mandato e cioè entro il 2008, si è reso conto che la prospettiva di altri quattro anni di massacri iracheni e soprattutto di migliaia di caduti americani non era molto appetibile anche a fini meramente elettorali.

Sempre davanti al maestoso paesaggio del Grand Canyon ha così detto di voler ridurre entro la prossima estate il contingente Usa sempre che... Sempre che l'Iraq "venga stabilizzato", che le locali elezioni risolvano tale problema nel 2005, che un nuovo esercito iracheno diventi operativo ed efficiente, che gli alleati degli Stati Uniti acconsentano ad inviare le loro truppe. "Caveat" è ipotesi campati in aria come dimostrato in questi giorni dalla rivolta sempre più estesa di un intero popolo contro l'occupazione straniera. Ben diverso e senza condizioni di sorta l'impegno preso mezzo secolo fa da un altro candidato alla presidenza, Dwight Eisenhower di recarsi di persona in Corea e di porre fine a quella guerra. Impegno prontamente mantenuto dopo la vittoria elettorale.

Non è comunque sulla sola questione irachena che le assonanze di Kerry con il bellicismo dei "neo-cons" al potere sono più marcate delle dissonanze. Basti citare un esempio dei più calzanti anche per la sua imminente scadenza: John F. Kerry ha condiviso i tentativi dell'amministrazione Bush di rovesciare il governo del presidente Hugo Chavez democraticamente eletto in Venezuela; il senatore è un sostenitore di quel lugubre istituto para-governativo che prende il nome di "National Endowment for Democracy", lo stesso che promosse con la Cia il fallito colpo di stato dell'aprile 2002 e che finanzia con la modesta somma di 1 milione di dollari l'anno l'opposizione dei petrolieri dei latifondisti e di uno pseudo sindacato in Venezuela. Nella previsione da tutti condivisa che Hugo Chavez stravinca il referendum di ferragosto, l'alternativa proclamata dal "N. E. D. " e pienamente condivisa, anche se non pubblicamente, dall'amministrazione Usa è quella di assassinare il presidente venezuelano. Ma su quest'ultimo progetto il candidato democratico alla Casa Bianca non si è ancora pronunciato. Per tornare ai progressisti nostrani, ai Rutelli e ai Fassino che estatici hanno fatto anticamera per quattro giorni alla convenzione democratica di Boston senza riuscire a farsi fotografare con il loro idolo, le loro preferenze potrebbero apparire ben motivate su un piano prettamente personale e caratteriale: Kerry non incorrerebbe mai nei clamorosi lapsus di Bush, come quello di sabato scorso: «Al Qaeda vuole colpire il nostro paese e così vogliamo fare anche noi»; John non cercherebbe di addentare, come ha fatto disinvoltamente nella stessa occasione George, una pannocchia acerba di granturco; eppoi l'aristocratico senatore bostoniano non soffre di dislessia e non direbbe "Bod gless America".

Basta questo per ispirare le ardenti simpatie dei leader dell'italico centrosinistra? Il sospetto è che ci sia ben altro: il consueto e ormai logoro desiderio di legittimazione, venuto meno per via del rude antieuropeismo e dell'arrogante unilateralismo di George Bush, il calcolo tuttora approssimativo di puntare sulla carta vincente, l'ostinata negazione della dura realtà egemonica degli Stati Uniti, quale che sia la loro guida, sull'Europa e sul mondo, il timore di venir spazzati via dalle istanze indipendentiste che si stanno facendo strada sul vecchio continente.

Più o meno lo stesso anelito che durante il Risorgimento italiano spingeva gli "austriacanti" a genuflettersi davanti a Francesco Giuseppe.