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The Guardian, 20 luglio 2000

IL DEBITO NON ESISTE

Il "debito" del Terzo Mondo è solo uno trucco contabile

di George Monbiot

Tra il 1503 e il 1660, 185mila chili d'oro e 16 milioni di chili d'argento furono mandati per nave dall'America Latina in Europa. Il leader indigeno Guaicaipuro Cuautemoc sostiene che il suo popolo non dovrebbe considerare questi trasferimenti come dei crimini di guerra, ma come "il primo di numerosi prestiti amichevoli accordati dall'America per lo sviluppo dell'Europa". Nell'ipotesi di conteggiare gli interessi di questo prestito, al modesto tasso del 10%, l'Europa dovrebbe ai popoli indigeni dell'America Latina una catasta d'oro e di argento superiore al peso del pianeta.

Curiosamente questo deficit non compare nell'agenda del G8 che si terrà domani in Giappone. La cancellazione che viene chiesta con urgenza ai leader del mondo industrializzato riguarda quei debiti che si ritiene le nazioni povere del Sud debbano al Nord. Le espropriazioni di terre, manodopera, minerali e legname operate dai colonialisti e dalle grandi società del Nord sono un debito cancellato ancor prima di essere mai stato registrato. L'importante "debito relativo al cambiamento climatico" che i ricchi devono ai poveri rimane ufficialmente invisibile.

Queste ingiustizie sono ben documentate. Ma c'è un altro aspetto della crisi del debito che raramente viene preso in considerazione. Il debito del Terzo Mondo è una frode. Non è per niente un debito, ma il prodotto di un sistema contabile distorto.

Nel suo sorprendente ultimo libro Goodbye America!, l'economista Michael Rowbotham dimostra che il debito è il risultato inevitabile della conferenza di Bretton Woods del 1944. John Maynard Keynes, a capo della delegazione britannica, predisse che il debito si sarebbe automaticamente auto perpetuato in eterno a meno che non si fosse rivisto radicalmente il sistema su cui si basava il commercio internazionale. Propose una "Unione di Compensazione Internazionale" e una nuova valuta, il bancor, con cui regolare le transazioni internazionali. Questa Unione avrebbe addebitato sui conti degli Stati l'ammontare sia degli scoperti che dei surplus, incoraggiando i creditori a investire i bancor in surplus nei paesi debitori, in questo modo eliminando prontamente il loro deficit.

Gli Stati Uniti, all'opposto, erano il più importante creditore mondiale e volevano mantenere tale preminenza. La delegazione statunitense propose che gli Stati potessero prendere prestiti da una banca internazionale che avrebbe penalizzato i debitori, ma non i creditori. Insistettero che era l'oro, valutato in dollari, a dover essere utilizzato per fissare i tassi di cambio, assicurando in questo modo al dollaro lo status di valuta di riferimento a livello internazionale. Gli Stati Uniti vinsero la partita sotto la minaccia di ritirare il prestito di guerra promesso alla Gran Bretagna. Venne in questo modo edificato, tramite la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, un sistema mondiale di scambi che assicurò da un lato il consolidamento dell'egemonia statunitense, dall'altro irredimibile indebitamento dei paesi poveri.

Il problema è stato peggiorato dall'aumento del "fractional reserve banking", ossia quel procedimento per cui le banche creano moneta dal nulla prestando molto di più di ciò che detengono. Poiché i governi hanno smesso quasi del tutto di emettere banconote e monete su "aggi reali", nella maggior parte delle nazioni industrializzate tale moneta magica corrisponde ormai al 95% della massa monetaria. In poche parole l'indebitamento è diventato il necessario corrispettivo della creazione di valuta. Questo implica che il debito totale dei cittadini di un Paese non potrà mai essere restituito. Ecco perché, nonostante gli sforzi coraggiosi di Gordon Brown martedì scorso, i nostri ingenti pagamenti in favore della riduzione del debito nazionale potranno solo intaccare marginalmente il totale complessivo. Ecco perché la nostra grande democrazia basata sulla proprietà privata è ipotecata fino al collo.

In questo modo si spiega anche perché il debito del Terzo Mondo sia diventato irredimibile. Costrette a prendere a prestito dalle banche commerciali, le nazioni debitrici creano la moneta che permette ai paesi industrializzati di vendere loro le loro eccedenze in beni e servizi. Secondo l'opinione di Rowbotham, il debito non è frutto di corruzione, incompetenza o fallimento economico dei paesi in via di sviluppo: e' l'inesorabile e intenzionale risultato di un sistema finanziario basato sull'indebitamento. Il "debito" non è altro che la misura della capacità del sistema bancario di creare magicamente moneta.

Dopo un'attenta considerazione, questo dovrebbe significare che la "crisi del debito" è molto più semplice da risolvere di quanto credano i leaders mondiali. Poiché quasi tutta la massa monetaria deriva dalla creazione del debito, la restituzione di quest'ultimo è principalmente una questione contabile. Se fosse permesso alle banche di annullare tutti i titoli di debito in loro possesso, conservandoli tuttavia sui loro libri contabili, esse potrebbero pareggiare i loro conti senza soffrire alcuna perdita a livello di riserve. Ovviamente si tratta di un trucco, ma di quel tipo che già mantiene a galla il sistema bancario internazionale, se si considera che attualmente i debiti non riscuotibili sono segnati al loro pieno valore teorico. E se il Fondo Mondiale Internazionale e la Banca Mondiale fossero sostituiti da un sistema quale quello proposto da Keynes, gli errori degli ultimi 50 anni non si ripeterebbero.

Rimarrebbe ancora un compito fondamentale: "perdonare". E' risibile pensare di "perdonare" il debito dei paesi poveri. Il leaders del G8 dovrebbero piuttosto essere loro a chiedere perdono al Terzo Mondo per tutti gli orribili e deliberati pasticci perpetrati ai danni dell'economia mondiale.

g.monbiot@zetnet.co.uk