14 dicembre 2009  

Considerazioni inattuali n. 16  

Il discorso di Obama ad Oslo:

perché ha accettato il Nobel per la pace?

 

di Lucio Manisco

 

Come comandante in capo della più grande potenza militare del mondo ha rivendicato il diritto-dovere di fare la guerra: per il momento due guerre, quella in via di conclusione in Irak e l'altra in Afganistan che lui stesso sta portando a livelli mai prima raggiunti con l'invio di altri 46.000 soldati USA. Ha professato umiltà dicendo di non poter essere paragonato a giganti della storia come Luther King, ma ha implicitamente ripudiato il suo magistero sulla non violenza sempre perché come comandante in capo ecc. ecc. Con un sommario accenno alla possibilità di errori commessi in passato ha ribadito che gli Stati Uniti d'America hanno contribuito alla sicurezza globale per più di sei decenni con il sangue dei loro cittadini e la forza dei loro armamenti, aggiungendo che la sua nazione non ha mai lanciato una guerra contro "una democrazia". Tra i possibili errori non ha menzionato l'aggressione al Vietnam, Cambogia e Lagos con tre milioni di morti, le guerre della CIA nell'America Centrale con 340.000 vittime, i sanguinosi colpi di stato promossi e finanziati da Washington nel Cile di Allende ed in un'altra dozzina di paesi dell'America Latina con altre centinaia di migliaia di morti. E a proposito del rispetto per i paesi democratici non ha ovviamente ricordato l'altro assioma della politica estera e militare USA del Guatemala del 1954 ai nostri giorni: appoggiare tutte le rivoluzioni contro i governi progressisti, democratici o meno, e tutti i Governi autoritari di destra contro ogni rivoluzione mirante a ristabilire giustizia sociale, libertà e democrazia. E della superpotenza che ha introdotto per prima i più micidiali strumenti di distruzione di massa nella storia dell'umanità ha detto che rimarrà all'avanguardia nella conduzione di ogni guerra "giusta" presente e futura evitando atrocità bandite dalle convenzioni internazionali.  

Un discorso di 37 minuti quello di Barak Obama per accettare il Nobel per la pace ad Oslo e una sosta di sole 26 ore nella capitale norvegese che non gli ha permesso di presenziare al pranzo offerto in suo onore dal re e dal comitato delle celebrazioni ufficiali.  

Un tempo sufficiente comunque ad intascare il premio di 10 milioni di corone, pari a circa un milione e seicentomila dollari.  

Un discorso pragmatico, realistico, ispirato allo "eccezionalismo" della missione degli Stati Uniti nel mondo - è stato il commento unanime degli obamisti europei e americani. Un commento che indipendentemente dalla sua accettabilità evade un quesito fondamentale: perché Barak Obama ha accettato il Nobel per la pace ed ha colto questa occasione per ribadire che "i soldati degli Stati Uniti continueranno ad uccidere e ad essere uccisi?" E se è convinto che questa sia l'amara realtà con cui lui deve confrontarsi come presidente della superpotenza, perché mai non ha rifiutato, senza ostentare umiltà ma con orgoglio e coraggio, la più alta onorificenza destinata a chi si batte per la pace?  

Altri lo hanno fatto prima di lui: ricordiamo tra gli altri nel 1973 Le Duc Tho, negoziatore nordvietnamita nel negoziato di pace a Parigi, perché la guerra continuava a devastare il suo paese e perché insieme a lui era stato premiato il Segretario di Stato Henry Kissinger corresponsabile primario di quella e di altre guerre.  

Tre ipotesi, sicuramente disdicevoli ed indigeste per gli obamisti su menzionati: Obama ha preso atto che la sua popolarità in Europa si traduce in impopolarità negli Stati Uniti e con il suo discorso ha voluto invertire il corso sempre più negativo dei sondaggi nazionali preoccupato com'è dalla prospettiva tra undici mesi di perdere la maggioranza democratica al Senato e fors'anco alla Camera nelle elezioni di medio termine. La seconda ipotesi correlata con la prima vuole che con un discorso forse non bellicista ma certamente impostato sulla necessità ed inevitabilità della guerra egli abbia inteso respingere le accuse di pacifismo a tutti i costi, rinunciatarismo e alto tradimento rivoltegli dai repubblicani e persino da alcuni membri del suo stesso partito.  

Ed infine la più malaugurata delle tre ipotesi: Barak Obama si accingerebbe ad aprire un nuovo fronte o una nuova guerra non solo "necessaria ed inevitabile" ma imminente in Medio Oriente. Ad Oslo non avrebbe quindi potuto fare un discorso diverso, articolato cioè su promesse sia pur generiche di pace per poi essere smentito dalle sue stesse decisioni di guerra.