Liberazione, 21 maggio 2002

PARANOIA ED ISTERISMO USA

di Lucio Manisco

Per isteria o isterismo – recita lo Zingarelli – si intende uno stato di eccitazione esagerata e incontrollata, spesso fanatica e collettiva. Di questo apparente disordine mentale aggravato da una buona dose di paranoia hanno palesato tutti i sintomi in meno di ventiquattro ore il Presidente e il Vice Presidente degli Stati Uniti d’America: il primo con un discorso di inaudita violenza contro Cuba destinato da un lato a ridimensionare il successo della missione di Jimmy Carter all’Avana e dall’altro a consolidare l’appoggio degli esuli cubani al governatore della Florida nelle elezioni di novembre. Il governatore, guarda caso, è suo fratello Jeb Bush che tanto si era dato da fare due anni fa insieme alla Corte Suprema per spostare la Florida dal campo democratico a quello repubblicano ed insediare così alla Casa Bianca George "Dubya" Junior.

Cuba dunque rappresenta una minaccia alla democrazia dell’intero emisfero e va restituita alla libertà con un ulteriore inasprimento delle sanzioni economiche che la stanno affamando da quarantatre anni: lo dice il più alto esponente di un governo che ordisce fallimentari colpi di stato in Venezuela e immerge in un ennesimo bagno di sangue la Colombia. Al di là degli interessi elettorali della dinastia Bush, tutto fa brodo nella grande crociata contro il terrorismo internazionale anche se questa crociata, secondo alcuni reprobi congressisti democratici, può essere stata inficiata prima dell’undici settembre dalla singolare disattenzione del Capo dell’Esecutivo per alcuni allarmanti rapporti della CIA e dello FBI. A rimettere le cose a posto tacitando ogni critica ha provveduto il numero due dell’Amministrazione, il "reggente" Dick Cheney con un discorso da far rizzare i capelli in testa a duecento ottanta milioni di cittadini nella repubblica stellata: sulla base di recenti informative dei servizi c’è da attendersi un attacco terroristico più devastante di quello portato alle due torri e al Pentagono (e il direttore dello FBI si è affrettato a prestargli man forte): "A mio parere – ha dichiarato il Cheney con una espressione da menagramo sul viso – la possibilità di un attacco del genere equivale a certezza. La questione non è "se" ma "quando": può materializzarsi domani, la prossima settimana o il prosimo anno. I terroristi ci proveranno di nuovo e noi dobbiamo tenerci pronti."

Come? Rafforzando la grande coalizione internazionale che da otto mesi sta sgominando le armate di Bin Laden in Afghanistan e dintorni, riallineando quegli Europei pavidi ed incerti che non ne vogliono sapere di partecipare ad un nuovo eccidio iracheno programmato per la metà di gennaio e premiando con riconoscimenti di ogni genere "Pootie-Poot Putin" – come viene affettuosamente chiamato alla Casa Bianca il Presidente della Federazione Russa – che in cambio del via libera alle sue ammazzatine senza fine in Cecenia sta cedendo diversi gioielli di famiglia dell’ex Unione Sovietica. Ci penserà George "Dubya" durante il suo imminente viaggio a Mosca ed in altre capitali europee ad esaltare e celebrare l’ipotetico ingresso del nuovo socio nella NATO grazie ad una improbabile promozione del Cav. Berlusconi; il più direttamente interessato ha comunque precisato di non aver interesse alcuno ad entrare ufficialmente in una alleanza militare che sta incorporando gli stati baltici molto meno lontani da Mosca di quelle repubbliche del sud dove già scorazzano i soldati statunitensi. Parte integrale delle affabulazioni celebrative del Presidente USA sarà la firma di "Pootie-Poot" su un accordo di disarmo nucleare che di qui a dieci ani sarà tutto fuorchè un accordo di disarmo in quanto permetterà agli Stati Uniti di accantonare e non di smantellare qualcosa come 10.000 ogive atomiche.

A chi in Europa solleva obiezioni a queste iniziative unilaterali e fraudolente dell’Amministrazione , Bush, risponde con inusitata asprezza il Segretario di Stato Colin Powell che acusa gli alleati di arroganza e slealtà, rispolverando il tema del "chi non è con noi è contro di noi".

"Si tratta di un atteggiamento sgradevole e pericoloso – ha scritto Will Hutton in Il Mondo in cui ci troviamo, una opera che sta destando gran scalpore nel mondo anglosassone - Imporre un ordine unilaterale al mondo intero è controproducente anche se gli Stati Uniti rappresentassero un modello di virtù economiche, sociali e morali. Perchè quello che si nasconde dietro questo atteggiamento è solo l’esercizio di un potere brutale accompagnato dalla richiesta a tutti gli altri di subordinare i loro interessi, i loro valori e la loro maniera di pensare ad una forza superiore. In questi termini si tratta di una impostazione inerentemente gravida di tensioni ed in ultima analisi insostenibile."

Ovvero sostenibile – aggiungiamo noi – fino a quando isterimo e paranoia rimarranno strumenti governativi di controllo dell’opinione pubblica negli Stati Uniti d’America.