Liberazione, 18 giugno 2002

LANZICHENECCHI

di Lucio Manisco

Correva il dì 6 maggio del 1527 e "a mezzanotte - narra il Gregorovius - fu dato il segnale di rompere le righe … e allora, con furore diabolico, trentamila soldati si riversarono su Roma per saccheggiarla".

Quattrocentoventicinque anni dopo, il decreto-legge n.63/2002 prelude ad un altro sacco di Roma e alla devastazione dell'intera penisola? Giuliano Urbani e Giulio Tremonti come Georg e Melchiorre Frundsberg, generale e capitano imperiali dei Lanzichenecchi? Silvio Berlusconi come Carlo di Borbone? E poi Vittorio Sgarbi come Benvenuto Cellini ad archibugiare dagli spalti di Castel Sant'Angelo contro li todeschi?

Non esageriamo: quelli erano omini d'arme, pronti a farsi scannare anco per la promessa del soldo che, non mantenuta, portò alle estreme conseguenze il sacco dell'Urbe. E' pur vero che la carenza del soldo - oggi buco nero di bilancio a fronte degli impegni per megagalattiche opere pubbliche e di una promessa elettorale recepita come meno guardia di finanza per tutti - può aver privato del senno i nostri ministri e il Presidente del Consiglio.

A voler insistere sulle più dissacranti e paradossali analogie, è forse ingiurioso paragonare Carlo Azeglio Ciampi a Papa Clemente VII, che mentre già bruciavano Borgo e Trastevere continuava ad offrir queruli compromessi di pace agli Imperiali? Con il dovuto rispetto per la più alta istituzione repubblicana, l'analogia storica appare oggi quantomai calzante e inevitabile. Perché il Presidente della Repubblica poteva, doveva rinviare alle Camere come incostituzionale quel decreto-legge sull'istituzione del "Patrimonio dello Stato S. p. A. " e della "Infrastrutture S. p. A. "; le ragioni le aveva lui stesso specificate nelle "raccomandazioni" incluse nella lettera di accompagnamento. Ragioni gravi, gravissime, su cui il governo ha già indicato di voler fare "orecchie da mercante", travisando gli intenti del Capo dello Stato sull'ordine del giorno Vizzini, sulle contraddizioni e antinomie del decreto, sull'inalienabilità/alienabilità dei "beni pubblici" da trasferire alle due S. p. A.

Tralasciamo le banali e ripetitive battute dei Tremonti, Urbani, Siniscalco e affini sull'intenzione di non vendersi Colosseo e Fontana di Trevi; limitiamoci ad una sola allarmante affermazione del Ministro per i Beni Culturali sull'intesa tra il suo Dicastero e quello dell'Economia in merito ad un'eventuale dismissione di parte del patrimonio artistico: «La vera protezione - ha dichiarato l'Urbani - è data dal complesso delle norme che rende indisponibile il patrimonio veramente importante dell'arte italiana: qui c'è la Costituzione, qui ci sono le altre norme che non sono ovviamente abrogate».

E' quel veramente importante che fa rizzare i capelli in testa. L'articolo 9 della Costituzione è esplicito sulla tutela dell'intero patrimonio storico e artistico della Nazione: ora il Ministro discetta e distingue: chi decide se è importante Sebastiano e non Marco Ricci, Duccio e non il Sassetta, Giacomo e non Procopio Serpotta? Lo stesso Giuliano Urbani, dopo essersi consultato non più con il suo riottoso ma esperto sottosegretario Vittorio Sgarbi, e magari con la Bono-Parrino? Quell'Urbani che nell'ultima intervista a Il giornale dell'arte (del c. m.) attribuisce in certo qual modo la tutela del patrimonio artistico alla diffusione della cultura popolare, per giunta televisiva: "La gente - egli ha asserito - conserva il patrimonio se ne capisce l'importanza … per l'arte ci troviamo di fronte a un pericoloso analfabetismo di ritorno; questa ignoranza del suo valore può portare danni irreparabili. Stiamo facendo un grosso lavoro di sensibilizzazione della Rai e di Mediaset".

I danni irreparabili sono quelli varati dal suo deceto-legge a cui dovrebbero apporre ora riparo Bruno Vespa ed Emilio Fede. Ma questo è lo stesso Giuliano Urbani che è stato il principale promotore nella Legge Finanziaria di un'aggiunta all'articolo 10, che prevede di "dare in concessione a soggetti diversi da quelli statali la gestione di servizi finalizzati al miglioramento della fruizione pubblica e della valorizzazione del patrimonio artistico come definiti dall'articolo 15, comma 3, del D. L. 31 maggio 1998, secondo modalità, criteri e garanzie con regolamento emanato ai sensi della legge 23 agosto 1988". Sono sei mesi che stiamo attendendo, anche nella sede della Commissione Cultura del Parlamento Europeo, quel regolamento che dovrebbe stabilire le procedure di affidamento dei servizi a licitazione privata "con i criteri concorrenti dell'offerta economica più vantaggiosa" appunto a quei soggetti non statali, e quindi privati, che ora dovrebbero collocarsi sotto l'ombrello delle due S. p. A.

Nel novembre dello scorso anno furono i direttori dei più grandi musei del mondo a insorgere contro quella "aggiunta" alla Legge Finanziaria. Philippe de Montebello del Metropolitan di New York, Thomas Krens del Guggenheim, Thomàs Llorens del Thyssen-Bornemisza, Henri Loyrette del Louvre, Earl A. Powel della National Gallery di Washington e tanti altri che scrissero sdegnate o apprensive lettere di protesta a Il giornale dell'arte, al Governo Berlusconi, alla Commissione Europea e all'Unesco. E nulla ancora si sapeva del "Patrimonio dello Stato S. p. A. " e dell'"Infrastrutture S. p. A. ".

Legittimo dunque, al di là di ogni sdegnato sfogo polemico, parlare oggi di un'altra pagina aggiunta a quella storia dell'infamia a cui tanto ed indelebile contributo diedero Georg e Melchiorre Grundsberg, con i loro Lanzichenecchi nel sacco di Roma.