4 settembre 2004

Dopo che i suoi hanno parlato di guerra, George W. ha dedicato una larga parte del suo discorso al programma economico. Ma le Tv guardano altrove

L'Ossezia cancella Bush

dagli schermi televisivi

di Lucio Manisco

Un destino cinico e baro ha colpito il presidente George W. Bush: la follia omicida di un gruppo di ceceni e l'inefficienza dei servizi di sicurezza russi hanno occupato di prepotenza gli schermi televisivi americani spazzando via resoconti e commenti sul discorso pronunciato poche ore prima dal capo dell'esecutivo alla convenzione repubblicana di New York.

Data la qualità ed i contenuti di questo discorso della corona si dovrebbe trarre la conclusione opposta, che cioè quel destino è stato benevolo nei confronti delle fortune politiche dell'inquilino della Casa Bianca; ma non è così perché per tradizione è l'occupazione di tutti gli spazi dei mass media all'immagine e non alle qualità dell'oratore quella che conta e questa occupazione non c'è stata: la Cnn non ha dedicato un solo minuto all'evento del Madison Square Garden nelle sue dirette senza fine da Beslan in Ossezia; scarsa l'attenzione prestata dalle reti Nbc e Cbs anch'esse mobilitate per coprire con servizi speciali la tragedia dei bambini presi in ostaggio e le caotiche azioni a fuoco delle forze speciali russe. Resta da vedere quale effetto in tutto avrà sulla popolarità del presidente, che aveva già registrato diversi punti di vantaggio su quella del candidato democratico Kerry; va comunque registrato per dovere di cronaca che anche le reazioni di quest'ultimo agli attacchi personali rivoltigli dal presidente sono passate pressoché inosservate.

L'opinione pubblica nazionale, almeno quella sua piccola parte che presta attenzione alle kermesse elettorali dei due partiti, è stata così privata dell'immagine di un presidente in guerra che non passa un solo giorno o una sola notte senza pensare alla sicurezza della nazione, di un condottiero impegnato a tempo pieno nella guerra al terrorismo in Afghanistan come in Iraq e in ogni altro angolo del mondo, a differenza di un avversario democratico incoerente, esitante e contraddittorio sui temi della difesa e soprattutto ignaro del radicale cambiamento imposto alla conduzione del paese dagli attacchi terroristici del 9/11.

Memore della sconfitta paterna nel 1992 ("The economy, stupid! "), George junior ha dedicato la prima parte della sua concione ai "vigorosi" programmi di politica economica e sociale che caratterizzeranno il suo secondo mandato. Todd S. Purdum sul New York Times di ieri osserva che questi programmi così come sono stati enunciati dal presidente e poi articolati in un opuscolo distribuito ai delegati repubblicani, sono tutto fuorché formidabili, anzi sono aria fritta: «Ha offerto pochi dettagli critici - scrive il commentatore - riduzione della spesa pubblica, semplificazione del codice fiscale, offerta di alleggerimento degli oneri sui risparmi mirati agli investimenti nelle assicurazioni mediche e nel mercato azionario sono state delle più vaghe». Altri hanno aggiunto che la sola riforma fiscale così come è stata descritta dall'oratore, imporrebbe una ristrutturazione dell'intero sistema ad un costo di miliardi di milardi di dollari e per giunta in tempi di vacche magre e di totale dissesto nei bilanci federali.

La formula dei "neocons" - trapiantata in Italia da Berlusconi - è fin troppo nota: ridurre le tasse essenzialmente a favore dei ceti più abbienti e cioè di quel 2% di ricchi e straricchi in terra d'America, demolire quello che è rimasto dello stato sociale privando di finanziamenti federali gli Stati, promuovere le privatizzazioni del sistema sanitario, di quello pensionistico e di quello scolastico pubblico. E poi presentare il tutto come modernità, lungimiranza, rifiuto di un passato bollato come fallimentare, a cui si aggrappa per mancanza di idee un John Kerry dedito solo al vecchio programma di «Tassare e spendere». Un John Kerry «anima e cuore di Hollywood», definizione meno cruda e grossolana di quella affibbiatagli il giorno prima da Arnold "Terminator" Schwarzenegger che lo aveva chiamato «a girlie candidate» un candidato ragazzuola ed effeminato.

Con un dibattito politico sceso a livelli di tipo leghista non debbono stupire disinteresse e astensionismo dell'elettorato Usa. Se ne rendono ben conto gli strateghi della campagna repubblicana, da Karl Rove a Richard Perle, che hanno imposto una loro grandiosa "politica della paura" della "union sacreè" della guerra permanente al nemico esterno, ieri il comunismo oggi il terrorismo.

A proposito di terrorismo sono stati in molti a notare come nel discorso di George W. Bush abbia brillato per la sua assenza il nome del nemico pubblico numero uno, quello di Osam bin Laden, reo fra i suoi mille misfatti di non usare il cellulare e di non permettere così alla Cia di individuare il suo nascondiglio.