UNA SECONDA PEARL HARBOUR

E ora la strumentalizzazione degli eventi minaccia ogni prospettiva di pace
nelle aree calde del conflitto in Medio Oriente

di Lucio Manisco

Bruxelles – E' stata per gli Stati Uniti una seconda Pearl Harbour, forse più catastrofica e psicologicamente più devastante della prima, in quanto ha colpito i due centri nevralgici del potere economico e militare nel cuore dell'Impero ed è stata seguita in diretta da duecento milioni e più di americani. A giudicare da quanto riferito dai mass media USA e dalle numerose telefonate ricevute da oltreatlantico, l'opinione pubblica della Repubblica stellata é in stato di choc, e non solo per il numero delle vittime, definito "enorme" dal sindaco di New York Rudolph Giuliani, ma anche e soprattutto per il senso di impotenza e di paralizzante vulnerabilità emerso dagli eventi apocalittici delle ultime ore. Impotenza e vulnerabilità che in un certo senso sono state evidenziate dalle reazioni dei poteri esecutivi negli Stati Uniti: la flotta del Nord Atlantico che lascia i porti, l'allerta nucleare posta in atto dal Comando Strategico sul territorio nazionale e sulle basi aeronavali del mondo intero, la mobilitazione a fini di rappresaglia del dispositivo militare in tutto il settore mediorientale ed infine un Presidente degli Stati Uniti che non fa più ritorno nella capitale e si chiude temporaneamente nel bunker sotterraneo di un comando militare nello Stato della Louisiana.

Tutti, a partire da un ex Direttore della Sicurezza Nazionale, fino ad un ex Comandante Generale della Nato, hanno identificato i perpetratori dell'Apocalisse in questo o quel gruppo della resistenza palestinese e nel fantomatico Ben Laden, ma c'è stata un'eccezione: il prof. Paul Rogers, dell'Università di Bradford, ha definito prive ancora di fondamento queste attribuzioni di responsabilità, ed ha ricordato il precedente di Oklahoma City; anche quando saltò in aria l'edificio federale di quella città, il terrorismo mediorientale venne posto sotto accusa fino a quando venne arrestato Timothy Mc Veigh, poi giustiziato pochi mesi fa. "Il prestigioso edificio newyorkese colpito per la seconda volta, per non parlare del Pentagono, ha un grande valore simbolico per gli attentatori, chiunque essi siano – ha dichiarato il Rogers – Un'operazione a così vasto raggio presuppone l'esistenza di un gruppo paramilitare ben organizzato e con radicamenti di appoggio logistico nazionali." Le reazioni di un'opinione pubblica traumatizzata sembrano preludere ad una violenta rappresaglia militare contro il terrorismo islamico e il primo mostro da punire sembra questa notte dover essere il regime dei talebani e fors'anche quello iracheno. I dinieghi degli interessati in tutto il Medio Oriente, non solo vengono respinti da tutti i commentatori più o meno ufficiali che si alternano sugli schermi televisivi della CNN, della ABC e della CBS, ma vengono paradossalmente presentati come prove di colpevolezza.

E' vero, il mondo dopo l'11 settembre 2001 non sarà più lo stesso: sarà un mondo più violento, più mortalmente coinvolto in una crescente spirale di ritorsioni e di attacchi terroristici, un mondo dove ogni legittimo movimento di protesta contro le direttive imperiali dei padroni del mondo verrà criminalizzato e soppresso. Scriviamo a caldo queste annotazioni a Bruxelles, in quella che viene chiamata la capitale della nuova Europa, e dalle finestre dell'Europarlamento guardiamo al massiccio schieramento della polizia belga, mentre viene ordinata l'evacuazione del quartier generale della Nato e gli esponenti del Partito Popolare Europeo chiedono a gran voce l'evacuazione delle megagalattiche strutture del Parlamento, della Commissione e del Consiglio. Un'ondata di panico e irrazionalità ha raggiunto dalle altre sponde dell'Atlantico la dirigenza dell'Unione Europea: auguriamoci che passi senza lasciare tracce o danni permanenti. Quella che maggiormente preoccupa é la pochezza di chi dirige il cosiddetto concerto d'Europa, per non parlare di chi dirige il grande Impero d'Occidente: una cosa è il senso di simpatia e di cordoglio per il popolo americano e per le migliaia di vittime di questi dissennati atti terroristici, ed un'altra ancora è prestarsi ad una strumentalizzazione degli eventi che minaccia ogni prospettiva di pace nelle aree calde del conflitto in Medio Oriente ed altrove. Certo è che una crisi internazionale di questa portata non poteva esplodere in un momento meno opportuno per l'economia mondiale entrata da tempo in una fase recessiva senza precedenti nella storia del dopoguerra. O forse c'è qualcuno che spera irresponsabilmente, anzi criminalmente, di poter utilizzare una crisi così drammatica per uscire, se non subito in tempi brevi, da recessioni e crolli in borsa.

 

Lucio Manisco