Considerazioni inattuali n. 30

9 maggio 2011

   

 

NELLA “CARTOONIA” USA ESSENZIALE ED URGENTE REPERIRE DOPO BIN LADEN UN ALTRO NEMICO PER CAPTAIN AMERICA.

COSA GUARDAVA ALLA TELEVISIONE BARACK OBAMA LA NOTTE DELL’ATTACCO DEI SEALS? LA PARTITA DEI DALLAS COWBOYS NEL SUPERBOWL?

 

di Lucio Manisco

 

I “knee jerking liberals”, i “liberali dalle ginocchia traballanti”, nella terra dei liberi e nella patria dei coraggiosi hanno espresso sgomento per l’editoriale del Washington Post del 4 maggio che non si limitava ad esultare per l’assassinio di Osama Bin Laden e di suo figlio Khalid, ma esortava l’Amministrazione Obama ad adottare lo stesso metodo per ammazzare Muhammar Gheddafi e i suoi figli (l’editorialista ovviamente ignorava che l’Amministrazione ci aveva già provato pochi giorni prima uccidendo uno solo dei figli e tre nipoti).

Altri commentatori della sinistra critica – sì, esistono ancora in qualche caverna delle Montagne Rocciose e tra i bloggers di Internet – si sono spinti oltre: Ray McGovern di “Counterpunch” ha scritto che si vuole trasformare l’esercito degli Stati Uniti in una squadra di assassini in giro per il mondo, una vera e propria “Murder Inc.” globale equipaggiata con armi letali ad alta tecnologia e fornita di una lista di persone “da catturare o uccidere”. “Siamo diventati – ha concluso il McGovern – una nazione di assassini”.

L’influenza sull’opinione pubblica di questi sopravvissuti è uguale a zero. Lo stesso non si può dire di Maureed Dowd che il 2 maggio sulla “op-page” del New York Times aveva ironizzato sull’ordine dato da Obama ai “Seals”: “Lasciate l’elicottero, portate via il cadavere”. “Più che un grande presidente – aveva scritto – sembrava Michael Corleone nel “Godfather”: “Lasciate le pistole, portate via i cannoli”.

Sette giorni dopo subissata dalle critiche a questa sua dissacrante satira sul Capo dell’Esecutivo ha fatto precipitosamente marcia indietro giustificando tra l’altro le manifestazioni di giubilo del popolo americano all’annunzio che un uomo disarmato – anche se definito il peggiore terrorista del mondo – era stato ammazzato dai soldati statunitensi sotto gli occhi della moglie che lo stava abbracciando e dei suoi bambini.

“Giustizia è fatta” ha comunque detto Barack Obama dopo aver seguito in diretta alla televisione insieme a Gates, alla Clinton, a Panetta & co. la “ammazzatina” dei Seals ad Abbottabad. Poi il Panetta ha rivelato che il collegamento con le microcamere sui caschi degli incursori si era interrotto poco prima dell’atterraggio degli elicotteri. L’interrogativo: cosa stavano guardando con drammatiche espressioni dipinte sui volti i convenuti nella sala operativa della Casa Bianca? Una meta segnata a sorpresa dai Dallas Cowboys in uno dei più famosi superbowls degli ultimi anni? Non c’è male per il candidato Barack Obama che si era solennemente impegnato a restituire trasparenza e “onore etico” alla presidenza degli Stati Uniti. Chi non è affetto da obamismo (n.d.r: con la b e la m e non con due n) sa che la continuità e la coerenza della politica estera, economica, militare ed interna del Grande Impero d’Occidente sono assiomi fondamentali ed inattaccabili quali che siano i presidenti, le loro capacità, i loro difetti caratteriali, le loro carenze o la loro cultura.

E’ vero, dopo la guerra del Vietnam è aumentata la governabilità del popolo americano che vive ormai nel regno di Cartoonia: dopo Bin Laden è ora assolutamente necessario trovare un altro nemico per Captain America, un altro Joker per Batman. Verrà trovato e verrà impiccato o ammazzato dai corpi speciali a stelle e strisce tra il tripudio dei sudditi sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico.

Chi scrive ha lavorato da giornalista per trentotto anni a Washington e New York, ha seguito da vicino le direttive di otto presidenti – troppo da vicino quelle di John Fitzgerald Kennedy, il che ha inficiato l’obiettività delle sue corrispondenze per un quotidiano della provincia romana, presume comunque di avere acquisito una modesta conoscenza delle istituzioni, dei vertici del potere reale, delle involuzioni dei costumi, delle finzioni democratiche e delle sofferenze del popolo nella grande repubblica stellata. Ha appreso che c’è più verità nei “Federalist papers” che non in quell’aulico “We the people...” o nel “Bill of rights”.

Superata la parentesi kennediana, sapientemente gestita dall’amico Pierre Salinger, ha fatto suo quanto scritto da Nicholas Lemann sull’Atlantic Monthly del marzo 1985: “Oggi la nostra politica – basata su una visione del mondo noi e gli altri – è di appoggiare essenzialmente tutte le rivoluzioni contro i governi socialisti o a noi ostili e tutti i governi non socialisti, autoritari e a noi subordinati contro ogni rivoluzione”.

E’ quanto sta accadendo e continuerà ad accadere con qualche eccezione di breve durata. A rigor di logica gli Stati Uniti dovrebbero invadere il Pakistan perché ha ospitato Bin Laden, così come dieci anni fa per lo stesso motivo hanno invaso e devastato l’Afghanistan. La differenza è data dal fatto che il Pakistan è una piccola potenza nucleare…