Considerazioni inattuali n. 28

2 maggio 2011

 

 

L’ELIMINAZIONE DI BIN LADEN, INDISCUTIBILE ANCHE SE TARDIVO SUCCESSO USA, NON PRELUDE A IMMEDIATE RAPPRESAGLIE DI AL QUAEDA, MA NON RIDURRA’ LA RESISTENZA VIOLENTA DELL’ESTREMISMO ISLAMICO ALLA PRESENZA MILITARE DEGLI STATI UNITI NEL MONDO MUSULMANO.

 

 

di Lucio Manisco

 

   

 

L’uccisione di Bin Laden ad opera della CIA e dei “Seabees” rappresenta indubbiamente un successo della cosiddetta guerra al terrorismo condotta nell’ultimo decennio dagli Stati Uniti in Medio Oriente, in Asia, in Africa ed in altre parti del mondo. Il costo in vite umane è stato enorme, la destabilizzazione e la devastazione prodotte da due guerre contro due paesi che poco o nulla avevano avuto a che fare con l’attacco alle Due Torri sono state e continuano ad essere inaccettabili anche e soprattutto se comparate agli esigui risultati conseguiti.

Esistono infine tutti i motivi per ritenere che la resistenza violenta e sanguinosa del mondo musulmano alla presenza militare del Grande Impero d’Occidente non cesserà con la scomparsa di un personaggio simbolo di questa resistenza. Non ci saranno probabilmente quelle rappresaglie immediate anticipate all’unisono dai Governi occidentali interessati per ragioni economiche e di politica interna a mantenere alto il livello di guardia ed a limitare i diritti civili e le libertà dei loro popoli: continuerà al tempo stesso la loro politica dei due pesi e delle due misure per contrastare e ingabbiare la protesta della primavera araba su cui Bin Laden e la galassia di Al Quaeda non avevano finora esercitato influenza alcuna.

Altre considerazioni sia pure preliminari sono inevitabili su quanto ufficialmente reso noto dal presidente Obama e dagli esponenti governativi a Washington sull’uccisione di Osama Bin Laden perché la versione fornita è piena di buchi come una forma di groviera. Anche se disdicevole data la drammaticità dell’episodio è inevitabile pensare ad un’arcinota barzelletta napoletana, quella dell’agente segreto che si presenta al portiere di un edificio con la battuta in codice “La primavera è arrivata” e riceve come risposta: “se vuie cercate il sarto, lo spione, chillo abita al secondo piano”.

E’ difficile pensare che un comprensorio di lusso cintato da alte mura costruito nel 2005 nel quartiere residenziale di Abbotabad (una città di 550.000 abitanti vicina alla capitale Islamabad) ed a poche centinaia di metri dalla principale accademia militare delle forze armate pachistane, non abbia attratto l’attenzione dei vicini sul suo misterioso inquilino. E’ difficile pensare che i servizi segreti dell’ISI non conoscessero l’identità dell’ospite e non ne avessero tutelato la sicurezza. Ed è semplicemente incomprensibile come gli agenti della CIA abbiano impiegato cinque o sei anni per scoprire che quell’inquilino era l’uomo più ricercato del mondo, Osama Bin Laden, mentre l’aviazione USA e i suoi “droni” continuavano a bombardare una catena montana a 150 chilimetri di distanza ed a fare centinaia di vittime tra la popolazione civile nella speranza di colpire l’inafferrabile primula rossa. Poi c’è la storia del corriere oggetto di una confessione estratta con la tortura da un prigioniero a Guantanamo (il che giustificherebbe l’esistenza del “lager” a Cuba), una storia contraddetta dall’altra versione secondo cui sarebbe stato quello stesso corriere meno di due mesi fa ad esporsi proteggendo un collega indonesiano catturato in un ufficio postale di Abbotabad. E si può credere alla sepoltura in mare della salma quattro ore dopo l’incursione dei “seabees” ed una sommaria identificazione tramite il DNA?

Nessun dubbio che l’ucciso sia effettivamente in Laden e che l’evento porti ad una crisi irreparabile tra Washington e Islamabad, con la sospensione di aiuti economici ammontanti ad un miliardo di dollari l’anno e l’abbandono di un altro piano quinquennale che sarebbe costato al contribuente americano altri cinque miliardi e mezzo di dollari.

E la storia continua…