6 febbraio 2007

L’ALTRAMERICA CLINTONIANA E OBAMIANA 

NELLA FANTASIA 

DEI COSIDDETTI PROGRESSISTI ITALIANI

di Lucio Manisco

Lo “altramericanismo” – la credenza in un’America diversa, liberale, progressista, pacifica, dedita ai diritti civili del “bill of rights”, riemersa sul palcoscenico elettorale statunitense dopo sette anni di devastazioni busheviche con le candidature alla presidenza dell’afroamericano Barak Obama e della signora Hillary Rodham Clinton – è un fenomeno bizzarro, aberrante ed endemico che in Italia, molto più che in Europa, condiziona e distorce giudizi e valutazioni su quanto sta avvenendo nel grande impero d’occidente. La doccia fredda del 5 maggio, il super-duper Tuesday delle 24 primarie, non ha alterato minimamente questo strumentale filoamericanismo di ritorno che ha contagiato persino i due quotidiani della nostra sinistra cosiddetta radicale: la contesa pressoché paritaria tra Billary (due presidenti al prezzo di uno per la Casa Bianca) definita impietosamente da Jane Fonda “un portavoce del patriarcato in vagina e gonnella” e il keniota-americano Obama che non riesce ancora a raccogliere un consenso se non universale almeno decisamente maggioritario nel suo elettorato etnico, sarebbe solo un incidente di percorso che verrà risolto dalle prossime primarie negli stati della Louisiana, Washington, Virginia, Ohio, Texas e comunque alla vigilia della convenzione democratica d’estate, magari con un “ticket” unitario per la Presidenza e la vice-presidenza. Un “ticket” che con configurazione anche diversa sarebbe destinato a trionfare sul repubblicano John McCain il quale sui temi della guerra oggi in Irak e domani contro l’Iran si è meritato a pieno titolo il nomignolo di nuovo Bush agli steroidi.

Anche senza questo esito del voto reale, quello del primo martedì di novembre, gli “altramericanisti” sono convinti che le candidature di una donna e di un nero ai vertici della campagna elettorale democratica rappresenti un cambiamento radicale, una vera e propria rivoluzione copernicana nella storia, negli orientamenti e nel costume politico degli Stati Uniti d’America. In apparenza non hanno del tutto torto anche se nella realtà l’emergere dei due candidati ha assunto tutti gli aspetti di un “freak event”, di una anomalia del sistema pre-elettorale USA, dei suoi finanziamenti corporativi plurimiliardari spalmati solo su personaggi “non alternativi” e dai loro programmi politici ad encefalogramma piatto: vedi l’eliminazione dei Kucinich e degli Edwards, vedi l’allineamento più o meno mascherato di Hillary e Obama all’avventurismo militare e alla guerra permanente al terrorismo del presente inquilino della Casa Bianca, vedi al di là dell’audacia della speranza e degli accorati lamenti per le decine di milioni di poveri, di cittadini privi di assistenza sanitaria, di vittime dei subprime mortage loans gettate sul lastrico con preavviso di quattordici giorni – vedi al di là di tutto questo la loro sostanziale adesione all’iniqua politica fiscale ed al folle indebitamento pubblico dell’Amministrazione al potere.

Ecco perché appare oggi ininfluente ogni previsione a breve tempo sui finanziamenti milionari a cui potrà ancora attingere Obama a differenza di “Billary” e sulla potenza della macchina elettorale che suo marito metterà in campo in una “brokered convention”, in una convenzione democratica da mercato delle vacche; ben più allarmante e realistica l’ipotesi del vantaggio che la candidatura dell’uno o dell’altra o dei due insieme elargirà tra agosto ed ottobre al repubblicano McCain magari accompagnato per la vice-presidenza dall’ultraconservatore evangelico Mike Huckabee che crede nella biblica “rapture” e nel secondo avvento.

E’ un’ipotesi disdicevole di cui si parla sottovoce o non si parla affatto anche in campo repubblicano perché smentirebbe clamorosamente sia l’idea di una “altra america” che quella di un’america sanamente conservatrice e patriotticamente unitaria nelle sue diversità etniche e religiose. Purtroppo l’ipotesi parte da realtà sottaciute, a mala pena mimetizzate dall’ipocrisia del destino manifesto, e dell’eccezionalità della repubblica stellata e del suo popolo: sono le realtà del razzismo viscerale e dell’antifemminismo misogino mai estirpati dalla società americana dai tempi della guerra civile ai nostri giorni.

Nelle scuole elementari americane – non in tutte – si insegna che quella guerra civile, da molti chiamata guerra di secessione, ha posto fine alla schiavitù al costo di un milione di vite umane, ma ha lasciato un’eredità di ingiustizia sociale tra gli afro-americani che a livello educativo si preferisce non specificare e quantificare e contro cui la parte migliore della società e delle sue istituzioni si starebbe battendo con successo soprattutto negli ultimi quarantaquattro anni: la disfunzione delle aggregazioni familiari, una povertà endemica, la sproporzionata prevalenza di neri nella popolazione carceraria, per citare solo pochi esempi, sarebbero solo gli effetti di un’inferiorità storica inflitta da due secoli e mezzo di schiavitù precedenti la guerra civile. Non fa parte delle conoscenze comuni il fatto che all’abolizione della schiavitù seguì una sua reintroduzione sotto forme diverse ma non meno esiziali sotto l’etichetta della cosiddetta “ricostruzione”, dove l’unità nazionale imposta dal Nord al Sud ebbe assoluta priorità sulla libertà e i diritti dei neri. Questi ultimi non sono stati solo vittime passive della discriminazione sociale ed economica esercitata nei loro confronti con la cultura di Jim Crow e l’uso di apposite leggi destinate a “tenerli al loro posto”: si sono battuti ed hanno ottenuto importanti ma insufficienti risultati con il movimento da tempo in declino per i diritti civili; il razzismo, anche se non dichiarato ad eccezione di alcuni stati del Sud, rimane una corrente sotterranea quanto mai impetuosa nella società americana. Scrive James  Carroll sul “Boston Globe” che la stessa convinzione sulla giustezza delle stragi di massa in nome di criteri astratti come la difesa della libertà nel mondo non nasce dalla guerra di indipendenza contro il giogo britannico ma dalla guerra civile in cui il massacro di centinaia di migliaia di individui venne giustificata dall’impegno nei confronti di un’uguaglianza razziale che non esisteva nei propositi di chi la sbandierava ai quattro venti. Barak Obama ha un ben parlare del grande cambiamento operato dalla sua candidatura, ma non c’è alcun cambiamento reale nel razzismo della psiche nazionale o nelle direttive politiche perseguite dalle istituzioni di Washington dai tempi di Reagan ai nostri giorni. I dissensi sulla legittimità della sua candidatura vengono disseminati a piene mani da repubblicani e democratici di destra e da buona parte della stampa cosiddetta ben pensante tra la sua stessa etnia: Obama sarebbe un afro-americano “bianco”, il padre keniota appartiene alla tribù Luo, la stessa di Raila Odinga, il leader dell’opposizione che ha scatenato la guerra civile, la madre bianca ha antenati che erano dichiaratamente schiavisti.

Pregiudizi analoghi colpiscono Hillary Rodham Clinton che femminista certamente non è: assicura così i suoi avversari più o meno maschilisti che sarà lei a portare i pantaloni alla Casa Bianca (a Bill Clinton verranno riservati tutù e scarpette rosse?); e le repliche sono malevole: scoppierà in lacrime davanti al Presidente Nordcoreano Kim Jong-il? Perché la sua ambiguità sull’aborto? E perché mai anche le donne d’America sono divise sulle sue capacità di governare la nazione? Antifemminismo e misoginia sono presenti oggi come quando venne concesso il diritto di voto all’altra metà del cielo, ben sessanta anni dopo lo stesso diritto elargito ai neri d’America.

L’ex inquilino dello Hanoi Hilton e quindi eroe della guerra d’aggressione al Vietnam, John McCain non ricorderà certo ad Hillary di aver votato a favore dell’altra guerra di aggressione contro l’Irak ma non potrà fare a meno di appellarsi discretamente a un antifemminismo secolare nella vera e propria campagna elettorale qualora la signora Rodham dovesse emergere vincitrice dalla convenzione democratica della prossima estate, così come più dichiaratamente disputerà la eventuale presenza di due presidenti alla Casa Bianca. Senza poi menzionare, per quanto riguarda Obama il fallimento dello “endorsement kennediano” nel Massachussets ed in altri stati dell’Unione.

Per tutti questi motivi non è affatto da escludere una vittoria a sorpresa dei repubblicani il prossimo novembre, una vittoria attribuibile anche alla “default”, alla carenza programmatica del partito democratico, di rado contestata dai mass media americani.

Mentre tra guerra in corso e guerre programmate, una recessione economica che fa scricchiolare l’intero sistema bancario occidentale, la disoccupazione che cresce su tutte e due le sponde dell’atlantico, una crisi petrolifera all’insegna della speculazione che potrebbe portare il prezzo del greggio a 200 dollari il barile, si delinea una “perfect storm”, una tempesta perfetta che neppure il capitalismo assoluto della globalizzazione potrebbe riuscire a controllare: i quesiti posti ai candidati repubblicani e democratici sono altrettanto generici ed evasivi dei loro programmi politici.

Per non parlare poi del nostro sventurato paese dove nessun operatore dell’informazione si sogna di porre ai Veltroni o ai Berlusconi e agli altri grigi epigoni di una sinistra allo sfascio quali siano le loro intenzioni per far fronte ad un’emergenza del genere: l’Italia “farà la sua parte” nella guerra all’Iran prevista per il maggio prossimo venturo? I nostri alti comandi militari hanno approntato piani per l’evacuazione delle nostre “forze di pace” dall’Afganistan e dal Libano? Il presente e futuro governo stanno provvedendo ad un aumento delle nostre riserve strategiche di greggio e dei suoi derivati? Appoggerà il nostro paese la candidatura di Tony Blair alla Presidenza Europea, tappa finale del controllo statunitense sui vaghi conati di autonomia del vecchio continente?

Ahimè, ci rimangono solo gli “altramericanisti” che fanno affidamento come ultima spes su un’America clintoniana o obamiana.