La Rinascita della Sinistra, 7 febbraio 1999

 

BOMBE ATOMICHE IN ITALIA: OMERTA' E SILENZI UFFICIALI

di Lucio Manisco

 

Dati ufficiali della NATO.

DA 26 A 29 LE BOMBE ATOMICHE "B-61" DISLOCATE IN ITALIA.

Stravolta la strategia difensiva della NATO: previsti interventi nucleari contro i "rogue states", gli stati definiti "fuori legge" dagli USA in Medioriente o in Africa. Il sottosegretario alla difesa Brutti si trincera dietro il segreto militare, ma il vice presidente del consiglio ammette la presenza degli ordigni sul territorio nazionale.

 

Gli Stati Uniti mantengono sulle basi NATO e su quelle della US Airforce in Europa sistemi di armi nucleari per complessive 170 - 180 ogive e bombe gravitazionali atomiche, in gran parte del tipo "B-61" da 300 kilotoni, di una potenza cioè venti volte superiore a quella dell'ordigno sganciato nel 1945 su Hiroshima. Il numero delle "B-61" dislocate in Italia oscilla da 26 a 29 per motivi esclusivamente tecnici (servicing ogni 18 mesi del materiale fissile "tritium", altre verifiche e trasferimenti temporanei su altri teatri operativi); questo arsenale nucleare non include le armi atomiche della VI Flotta le cui unità utilizzano gli impianti logistici permanenti di tre basi navali italiane e quelle dei quattro o cinque sommergibili nucleari da attacco basati alla Maddalena.

Secondo un comunicato della United States Air Force del 12 febbraio 1998 diciotto nuovi impianti sotterranei per lo stoccaggio, la sicurezza e il servicing di altrettante bombe "B-61" sono stati completati il 22 gennaio del 1996 sulla base statunitense di Aviano: fanno parte dell'armamento del 31mo Stormo di caccia-bombardieri dual use "F-16" al comando del quartier generale del 31mo Gruppo Logistico degli Stati Uniti. Secondo lo stesso comunicato altri undici impianti sotterranei per altrettante "B-61" sono diventati operativi sulla base NATO di Ghedi - Torre utilizzata dal Sesto Stormo di Tornado italiani ma sotto l'effettivo controllo del 31mo MUNSS degli Stati Uniti.

I depositi esposti a ritorsioni convenzionali

Dai costi relativamente bassi di queste strutture-bunker si deduce che esse siano destinate, in caso di incidenti, a contenere la dispersione dei materiali fissili (uranio, plutonio, tritium) delle bombe, ma non a prevenire una catastrofica contaminazione radioattiva su centinaia e centinaia di chilometri quadrati qualora le strutture stesse vengano colpite da missili tattici a testate convenzionali, quali ad esempio quelli di cui dispone la Federazione Jugoslava.

I dati fin qui riferiti sono in gran parte di dominio pubblico negli USA in quanto vengono evidenziati dagli atti del Congresso, più specificamente da quelli del sottocomitato della Camera dei Rappresentanti per gli stanziamenti della difesa; vengono periodicamente ottenuti da diversi centri di studi strategici in base al "Freedom of Information Act"; più semplicemente vengono enunciati dai rapporti divulgati dalla NATO: basterà qui citare il comunicato finale della conferenza ministeriale del Consiglio Nordatlantico indetta a Berlino il 2 e 3 giugno 1996 ed il documento allegato sulla strategia militare dell'alleanza che reca la sigla MC 400-1. Dati sostanzialmente analoghi vengono publicati in Italia dal Centro di Cultura Scientifica "Alessandro Volta, Landau Network", diretto dal Prof. Maurizio Martellini dell'Università di Como: l'ultimo eccellente studio dal titolo "Sulla Politica Nucleare della NATO" reca la data del 20 gennaio c.a. .

Ha destato pertanto viva sorpresa la dichiarazione resa il 1 del c.m. nel programma televisivo RAI "Porte Chiuse" di A. Purgatori dal sottosegretario alla difesa Brutti secondo cui la presenza di bombe atomiche americane sul territorio nazionale non poteva essere da lui nè confermata nè smentita "in quanto coperta da segreto militare".

È stata questa sconcertante affermazione - contraddetta nello stesso programma TV dallo studioso americano William Arkin, da Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale nell'Amministrazione Carter, e dallo scrittore Gore Vidal - a indurre gli On. Armando Cossutta e Tullio Grimaldi del PdCI a presentare il 3 del c.m. una interpellanza parlamentare in cui si chiede al Presidente del Consiglio ed ai Ministri della Difesa e degli Esteri di chiarire, alla vigilia del 2000 e dieci anni dopo l'implosione dell'Unione Sovietica, quale sia la posizione del nostro governo su un tema di tale gravità, apparentemente sottaciuto e comunque sottratto all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale.

Replicando l'11 c.m. ad un'altra interpellanza del deputato leghista Edouard Ballaman, il vice presidente del consiglio Sergio Mattarella, non curandosi delle asserzioni del sottosegretario alla difesa, ha ammesso a tutti gli effetti la presenza di armamenti nucleari americani sul territorio nazionale sostenendo tra l'altro che essi avevano registrato una riduzione dell'80 per cento in Europa ed in Italia. Alludeva ovviamente allo smantellamento degli euromissili "Pershing-2" e "Cruise" e non certo alle B-61 dislocate nell'ultimo decennio nelle seguenti basi NATO o USA: Araxos (6), Grecia; Buchel (11), Ramstein (54), Germania;Volkel (11), Olanda; Klein Brogel (11), Belgio; Incirlik (25), Turchia; Lakenheath (33), Gran Bretagna. Le altre 20 o 25 bombe nucleari sono probabilmente dislocate su altre basi quali ad esempio: Balikesir e Murted in Turchia; Memmingen e Noervenich in Germania.

Le nuove direttive di Clinton

Esistono peraltro altri recenti sviluppi che hanno riproposto in termini di incalzante attualità lo stesso tema:

1) la decisione in data 22 gennaio c.a. del Presidente Clinton di identificare nel terrorismo internazionale, negli Stati o nei gruppi che lo appoggiano, i nuovi avversari che vanno pertanto combattuti con ogni mezzo convenzionale o nucleare, nazionale e della NATO, ad un costo aggiuntivo di 2 miliardi e 800 milioni di dollari per il contribuente americano (ma già nel giugno 1996 il Pentagono aveva contemplato la possibilità di un attacco nucleare contro un presunto impianto sotterraneo di armi chimiche a Tarhunah in Libia);

2) l'aspra reazione negativa USA alla proposta del governo socialdemocratico tedesco - proposta prontamente ritirata - di rimettere in discussione il first use, l'impiego preventivo ed unilaterale di armi nucleari da parte della NATO;

3) l'opposizione, principalmente francese all'interno dell'alleanza atlantica, all'unilateralismo egemonico della "iperpotenza USA", criticato persino da Papa Wojtyla.

Questi ed altri sviluppi critici, deliberatamente ignorati dai mass media nazionali, sono maturati in seguito ad una serie di imposizioni e diktat USA che hanno stravolto la strategia difensiva articolata sul deterrente nucleare della NATO, un'alleanza investita dopo il crollo dell'Unione Sovietica di compiti militari non più statutari e su sempre più estesi teatri operativi euro-asiatici ed africani. Il rafforzamento del dispositivo nucleare americano in Italia, con l'aumento da 13.000 a 16.000 degli effettivi USA sul territorio nazionale, in contrasto con la riduzione degli stessi effettivi negli altri paesi europei, è stato posto in atto in base ad accordi bilaterali tra i governi di Roma e quello di Washington, accordi di cui diede per primo notizia lo stesso Presidente Clinton in un intervista concessa alla rivista "Limes" nell'ottobre del 1996: " Negli ultimi sei mesi - rivelò in quell'occasione il Capo dell'Esecutivo USA - in stretta collaborazione con il governo italiano abbiamo preso alcune importanti decisioni riguardanti cospicui investimenti nel potenziamento delle istallazioni che le forze statunitensi possono utilizzare in Italia. Questo rappresenta un chiaro impegno alla nostra presenza in Italia vista come componente essenziale della nostra futura presenza in Europa." Non risulta che tali accordi siano stati sottoposti all'esame delle Commissioni Difesa della Camera e del Senato come prevede l'Art. 80 della Costituzione che così recita: "Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica o coimportano variazioni del territorio o oneri alle finanze o modificazioni delle leggi." Il caso della base di Sigonella potenziata ed estesa sul territorio limitrofo con un cospicuo contributo finanziario italiano, basterebbe da solo a indicare l'inadempienza di questo mandato costituzionale, senza menzionare quella macroscopica dell'Art. 11.

La prolungata ed in alcuni casi rafforzata presenza di armi atomiche americane in Italia viene così motivata nel documento ufficiale "National Security Strategy" del 1997: "Le forze nucleari strategiche costituiscono un'assicurazione vitale per un futuro incerto, una garanzia dei nostri impegni per la sicurezza degli alleati ed un deterrente per coloro che contemplino l'acquisizione o lo sviluppo di loro arsenali atomici... Una componente aggiuntiva di armi nucleari non strategiche e di forze convenzionali dislocate in posizioni avanzate aggiunge credibilità ai nostri impegni."

La "Direttiva 60" promulgata dal Presidente Clinton enuncia chiaramente l'opzione del primo impiego di armi nucleari tattiche in missioni volte a prevenire la proliferazione di armi atomiche o di altre armi di distruzione di massa - chimiche e batteriologiche - posta in atto da "paesi terzi", in particolar modo da "rogue states", da quegli stati che secondo le decisioni variabili e unilaterali di Washington vengono stigmatizzati come "stati fuori legge" (Iraq, Libia, Sudan, Cuba, Siria e Iran hanno fatto parte o fanno tuttora parte della lista dei reprobi). Ma c'è di più: le armi nucleari sub-strategiche dislocate in Italia e in Europa possono essere impiegate "contro soggetti o gruppi non presenti al livello istituzionale di Stato, contro i loro centri operativi che dispongano di mezzi non atomici di distruzione di massa".

 

Fantomatica "co-decisione" italiana

L'integrazione della "Direttiva 60" e dei nuovi criteri di impiego di armi atomiche nella preesistente strategia dell'alleanza verrà approvata dalla conferenza dei Capi di Governo della NATO indetta per l'aprile del corrente anno. Tale integrazione (già in atto),secondo i nuovi vincoli imposti da Washington, non verrà sottoposta all'approvazione dei parlamenti dei paesi alleati.

L'estensione dell'uso di armi nucleari su altri bersagli non previsti dagli statuti NATO ha riproposto allarmanti quesiti sulla cosidetta "co-decisione": Un esempio dei più calzanti è quello dei Tornado italiani dislocati a Ghedi-Torre e i cui piloti vengono addestrati a l'impiego delle undici bombe atomiche "B-61" custodite nei "weapons storage and security systems" (WS3) della base. Il governo italiano potrebbe decidere di non coinvolgere questi aerei in interventi nucleari USA contro la Libia o contro altri paesi mediorientali o africani? Sembrerebbe di no: secondo le decisioni prese a Glenneagles dal Nuclear Planning Group della NATO "una particolare considerazione verrà estesa bilateralmente dagli Stati Uniti ai governi eventualmente coinvolti nell'impiego di armi atomiche"; ma secondo alcuni esperti della NATO rimarrebbe in vigore la direttiva enunciata nel 1964 dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Charles E. Johnson: "Conseguentemente all'impegno NATO su modalità nucleari della difesa comune, gli alleati non nucleari dell'alleanza in caso di guerra assumono a tutti gli effetti il ruolo di potenze nucleari". Co-decisione dunque fino ad un certo punto: una volta proclamato lo stato di emergenza o di guerra, i dispositivi nazionali, come i Tornado di Ghedi-Torre, sottratti ai poteri decisionali dei rispettivi governi, riceverebbero ordini unicamente dai comandi USA in Europa.