(English)                                     (The Nation, 24 gennaio 2000)

L'IMPERATORE DELL'ETERE*

Berlusconi possiede la politica italiana, ma vuole di più

di Alexander Stille

(Il seguente saggio è stato scritto più di un anno fa per il pubblico USA, ma è quanto mai attuale e politicamente valido per il pubblico italiano a poche settimane dalle elezioni nel nostro paese.)

 

Se si mettessero insieme il ruolo politico del leader repubblicano George W. Bush e del capo della maggioranza al Senato Trent Lott, il potere mediatico di Ted Turner e Rupert Murdoch, le ricchezze di Ross Perot e Steve Forbes, nonché i possedimenti e l'arroganza personale di Donald Trump, si potrebbe forse avere un'idea di quanto sia lunga l'ombra di Silvio Berlusconi sulla politica italiana.

Può apparire incredibile che il proprietario delle tre più importanti reti televisive private – e di un considerevole impero della carta stampata – possa fondare un suo partito politico, diventare capo del Governo, sopravvivere a numerosi processi e imputazioni penali e uscirne ancora più forte di prima, ma questo è ciò che è successo in Italia. In quello che è forse il più drammatico esempio al mondo della commistione tra media e politica, Berlusconi è una sorta di Citizen Kane agli steroidi e sta adesso espandendo il suo potere sulla scena europea. Alle elezioni dello scorso giugno per il Parlamento Europeo, il partito di Berlusconi "Forza Italia" è diventato il più importante partito italiano della legislatura ed ora il suo leader, nella sua veste di capo dell'opposizione in Italia, sta spingendo il più possibile per le elezioni politiche anticipate in modo da ritornare trionfalmente ad essere Primo Ministro. Al tempo stesso, a causa del suo massiccio dominio sui media, la maggior parte del pubblico italiano continua ad rimanere beatamente all'oscuro delle prove presentate durante i numerosi processi di Silvio Berlusconi e dei suoi collaboratori più prossimi, accusati di corruzione politica, frode e associazione con la mafia siciliana. Le tre reti nazionali di Berlusconi, Canale 5, Rete 4 e Italia 1, controllano più del 90% del fatturato nazionale della pubblicità e il 45% della audience. Entrando in politica Berlusconi ha netruralizzato l'altro grande potere televisivo, la RAI, la televisione di stato, poiché ogni indagine sulle sue attività può essere dipinta come basata su motivi politici. I due gruppi televisivi coprono insieme il 90% dell'audience. "Poiché la televisione di Stato è troppo timida per alzare la voce, il 45% di Berlusconi pesa come l'80% sull'arena politica", dice Giovanni Sartori, professore emerito di scienze politiche alla Columbia University, da lungo tempo attento osservatore della scena politica italiana. "E' una situazione senza precedenti nelle democrazie occidentali".

Le televisioni sono solo una parte dell'impero di Berlusconi. La sua casa editrice, la Mondadori, è di gran lunga la più importante del paese, con più del 30% del mercato dei libri, più del doppio dei suoi più prossimi concorrenti. Il suo gruppo di giornali e riviste include Panorama, il settimanale più diffuso, e un insieme di riviste femminili e di altro tipo, con una posizione più o meno equivalente a quella di S.I. Newhouse's Condé Nast. Possiede inoltre due quotidiani, Il Giornale, il preferito dal pubblico conservatore nonché il quarto per importanza nel paese, e Il Foglio, un quotidiano di circolazione minore che ha le funzioni di un Rottweiler ideologico per attaccare i nemici di Berlusconi. La sua compagnia di assicurazioni, Mediolanum, è l'equivalente italiano delle società di investimento Fidelity o Vanguard. La sua squadra campione di calcio, il Milan, gli ha regalato, in un paese dove il calcio è seguito con una devozione quasi religiosa, più visibilità e popolarità di ogni altra sua proprietà, ad eccezione delle televisioni.

Nell'arena politica Forza Italia dispone del 18% dei seggi in Parlamento ed è il partito più importante dell'opposizione di centro-destra, il che fa di Berlusconi il probabile futuro Primo Ministro qualora dovesse cadere l'attuale governo di centro-sinistra. I componenti di Forza Italia sanno molto bene che devono al loro leader i loro comodi e ben pagati incarichi e – alla pari degli impiegati delle sue imprese, come molti di loro sono già - si mettono subito in riga quando alza la voce. Per di più, tutti i partiti dipendono dalle reti di Belusconi per una loro presenza televisiva, l'ossigeno di cui tutte le democrazie moderne necessitano per sopravvivere. I politici nemici di Berlusconi sono quasi invisibili sui suoi canali, mentre lo stesso Berlusconi è l'uomo politico più visibile sulla televisione italiana – ancor più del Presidente del Consiglio dei Ministri in carica o del Presidente della Repubblica. Poiché la televisione statale italiana segue da lungo tempo direttive contrarie alla pubblicità diretta di stampo politico, le tre reti di Berlusconi gli conferiscono un monopolio di fatto su tale pubblicità. Dunque, mentre Forza Italia può fare pubblicità praticamente gratis sulle reti di Berlusconi, i suoi rivali politici sono nella situazione perdente di doverlo pagare o di far a meno di qualsiasi pubblicità televisiva. "Questo è l'unico paese al mondo in cui i partiti politici devono pagare il loro avversario politico per poter condurre una campagna elettorale", commenta Giuseppe Giulietti, un esperto di comunicazioni e parlamentare dei Democratici di Sinistra, il partito più importante della coalizione governativa di centro-sinistra.

Durante le elezioni di giugno per il Parlamento Europeo, Forza Italia ha invaso la nazione con 803 spot nazionali, circa quattro volte in più di qualsiasi altro partito. Il centro-sinistra non ne ha avuto uno solo. Non sorprende che la sinistra sia quasi crollata, e che il partito di Berlusconi, con circa il 25% dei voti, abbia vinto 22 seggi al Parlamento Europeo di Bruxelles. con procedure del genere Forza Italia è diventata il partito politico più importante d'Italia.

L'espansione dell'influenza politica di Berlusconi sta spingendo a nuove alleanze nel settore dei media in Europa; come in Italia, i suoi interessi politici ed economici sono sovrapposti e intrecciati. L'anno scorso Forza Italia è stata ammessa nel Partito Popolare Europeo – il gruppo dei partiti conservatori europei, che include i democristiani spagnoli e tedeschi, i conservatori inglesi e i gollisti francesi. Al tempo stesso, Berlusconi ha stipulato numerosi accordi con il conservatore tedesco magnate della talevisione Leo Kirsch, vicino ai democristiani tedeschi. Berlusconi e Kirsch si sono reciprocamente scambiati porzioni dei loro imperi televisivi al fine di aggirare le rispettive legislazioni antitrust nazionali, pur conservando l'effettivo controllo delle parti cedute. Berlusconi e Kirsch possiedono insieme una rete televisiva, Telecinco, in Spagna, dove è al potere il loro alleato politico, il democristiano José Maria Aznar. I giudici spagnoli hanno promosso un'indagine sulla partecipazione di Berlusconi al progetto, sostenendo che vìola la legge spagnola che limita al 25% la quota di partecipazione estera nelle reti televisive nazionali. Gli inquirenti sostengono che Berlusconi ha aggirato la legge coinvolgendo una serie di prestanome, ma che in realtà controlla l'80% dell'impresa e ha frodato lo Stato spagnolo per circa 40 milioni di dollari di tasse.

Le nuove alleanze politiche di Berlusconi a Bruxelles stanno già servendogli nel Parlamento Europeo recentemente rinnovato. La prima mossa dopo le elezioni di quest'estate è stata quella di ottenere il diritto di designare uno dei suoi deputati alla presidenza della commissione cultura del Parlamento, commissione che si occupa di inoltrare proposte e relazioni alla Commissione. La Comunità Europea potrebbe prendere in esame la delicata quetione della concentrazione dei media e rivedrà la sua politica in tema di programmi televisivi in Europa – due aree di notevole interesse personale per Berlusconi. Il grosso della programmazione delle sue reti è costituito da produzioni americane a basso prezzo; la disciplina europea richiede che almeno il 50% dei programmi sia europeo, ma non specifica quando devono essere trasmessi. Berlusconi in generale sceglie le ore morte antimeridiane per questi programmi, riservando il prime time per produzioni come Schwarzenegger e Baywatch. Un manager della compagnia di Berlusconi, Fininvest, mi ha detto che "se fossero costretti a passare la quota europea del 50% durante il prime time, questo li colpirebbe malamente". Per il magnate dei media, tuttavia, una minaccia si profila nella forma del nuovo Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, che ha sconfitto Berlusconi alle elezioni nazionali del 1996 e ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio fino allo scorso anno. Prodi, che era stato costretto a condurre la campagna elettorale senza quasi alcun supporto televisivo, è altamente sensibile al tema della concentrazione dei media; la competizione e le tensioni tra i due sono state una costante della politica italiana sin dalla caduta del governo Berlusconi. Come si può vedere, l'avventura politico-mediatica italiana sta diventando un problema europeo.

L'avventura politica di Belusconi risale all'inizio del 1994, quando sulle sue reti unificate si rivolse alla nazione dal suo ufficio, annuciando la decisione di entrare in politica per il bene del paese, quasi fosse il Presidente degli Stati Uniti che pronunzia un discorso televisivo dallo Studio Ovale.

Non avrebbe potuto avvenire con miglior tempismo. I partiti politici del centro e della destra erano crollati o si erano dissolti dopo che i loro leaders principali erano stati accusati di corruzione dai pubblici ministeri di Milano. La Fininvest stessa era sotto indagine per aver pagato delle tangenti a politici ed era malamente indebitata; i partiti della sinistra – che sembravano già pronti al trionfo – stavano parlando apertamente di approvare delle misure antitrust che lo avrebbero costretto a rinunciare a una delle sue tre reti televisive.

Minacciato sul fronte finanziario e su quello giudiziario, Berlusconi lanciò una campagna politica che investì l'Italia come un tornado. Mise insieme un'immagine telegenica, una retorica da inprenditore fattosi da sé e un sorriso sicuro da "E' un nuovo giorno in Italia". Berlusconi non era certo estraneo alla scena politica. Doveva entrarci con tutti due i piedi perché la protezione dei partiti era sempre stata un elemento centrale del suo successo imprenditoriale. Da giovane imprenditore edilizio negli anni settanta, Berlusconi aveva convinto alcuni centri politici a dirottare i corridoi arei di un aereoporto milanese, trasformando così una zona rumorosa e poco attraente in una miniera d'oro. Nella sua ascesa a magnate edilizio, e più tardi dei media, Berlusconi fu assistito da Bettino Craxi, la cui scalata ai vertici del Partito Socialista Italiano aveva coinciso con la crescente importanza di Berlusconi. Craxi aveva costruito il Partito Socialista su un sistema esteso di clientelismo politico e di corruzione mirato a finanziare il partito e a portargli notevoli vantaggi personali.

Alla fine degli anni settanta, Berlusconi passò dall'edilizia al mercato emergente delle televisioni private. Fino al quel momento la televisione era stata monopolio di Stato, ma una sentenza del 1974 aveva permesso le trasmissioni di reti private locali. Berlusconi trovò tuttavia un modo per aggirare la legge e creare una televisione nazionale. Comperò molte piccole reti locali e, facendo sì che trasmettessero lo stesso programma a pochi secondi di distanza, riuscì ad ottenere un'audience a livello nazionale (ed elevate quote di pubblicità) pur obbedendo in teoria alla lettera della legge.

Numerose autorità giudiziarie si resero conto dell'inganno e cercarono di smantellare questo sistema. Quando la battaglia stava per giungere alla conclusione e la Fininvest rischiava l'oscuramento per ordine della magistratura, Craxi, allora Presidente del Consiglio, emanò un decreto speciale per escludere le televisioni di Berlusconi da un tale provvedimento. Berlusconi espresse la sua gratitudine in diversi modi. Craxi gli fece da testimone alle sue seconde nozze. E i pubblici ministeri di Milano hanno rintracciato almeno 6 milioni di dollari che sarebbero passati dai conti bancari esteri della Fininvest a conti bancari in Tunisia, che la magistratura ritiene essere controllati da Craxi.

Durante gli anni ottanta furono fatti diversi tentativi al fine di introdurre una legislazione antitrust contro la holding di Berlusconi, ma tali iniziative vennero sempre bloccate dai socialisti di Craxi. Nel 1990 il Parlamento approvò la prima vera legge sulle televisioni: la versione finale sembrava fatta a pennello per gli interessi di Berlusconi. Stabiliva che nessuno poteva possedere più di tre televisioni nazionali, esattamente il numero che Berlusconi possedeva. Conteneva inoltre due misure che presentavano l'assunto di un sacrificio da parte sua. Una lo obbligava a cedere la maggior parte della sua partecipazione in una pay-TV via satellite, mentre l’altra stabiliva che il proprietario di una rete televisiva nazionale non potesse possedere anche un quotidiano nazionale. Berlusconi aggirò la seconda disposizione "vendendo" al fratello Paolo il suo quotidiano, Il Giornale (egli ha inoltre venduto la maggior parte della sua partecipazione alla TV via satellite a un gruppo di investitori, prestando il denaro ad alcuni di loro in modo da permettergli l’acquisto).

Ma il vero scandalo della cosiddetta legge Mammì, così denominata dal nome del Ministro delle telecomunicazioni Oscar Mammì, è che la Fininvest, la compagnia di Berlusconi, ne pagò i principali autori. Nel 1993 un funzionario del Governo ha ammesso di aver ricevuto una tangente di dieci miliardi di lire (a quel tempo circa otto milioni di dollari) per conto del Ministro Mammì e del suo partito. Il consulente legale di Mammì, David Giacolone (?), ricevette a titolo personale circa 300 000 dollari - Fininvest insiste che fu un "onorario di consulenza", i magistrati la considerano una tangente.

Nel 1994, quando Berlusconi decise entrare in politica, la magistratura aveva appena iniziato a scoprire la traccia delle tangenti Fininvest e i protettori politici di Berlusconi erano o in galera, o sotto accusa o avevano lasciato il paese, come Craxi. "Se non entro in politica mi faranno a pezzi" disse a Indro Montanelli, il direttore del suo quotidiano Il Giornale. Montanelli sarà una delle prime vittime del conflitto di interesse creato da questo nuovo ibrido, il Berlusconi-politico. Condividendo con Montanelli un orientamento conservatore di base, Berlusconi lo aveva lasciato libero di dirigere il giornale, fondato da Montanelli stesso. Ma quando Il Giornale si rifiutò di sostenere Berlusconi nella campagna elettorale, l’editore si sentì sotto assedio. In un primo momento ci furono telefonate furiose da parte di Berlusconi stesso - anche se aveva ufficialmente venduto il giornale al fratello. In seguito il presentatore di uno dei telegiornali di Berlusconi richiese semplicemente le sue dimissioni in diretta. Infine Berlusconi andò in redazione e insistette per parlare direttamente con i giornalisti, accusandoli per il loro scarso supporto. Montanelli si licenziò per protesta in seguito a questo incidente e al giornale fu assunto un direttore più compiacente.

Durante la campagna elettorale Berlusconi mostrò quanto può essere potente la sinergia tra media e politica. Il direttore della sua campagna elettorale, Marcello Dell’Utri, era a capo della divisione pubblicitaria della Fininvest, una compagnia chiamata Pubitalia. Dell’Utri utilizzò lo staff vendite della sua impresa come macchina elettorale e reclutò un vasto numero di candidati tra dipendenti, consulenti e partners di Berlusconi. Circa venti tra i nuovi membri del Parlamento italiano erano persone che dipendevano da Berlusconi per il loro pane quotidiano. Forza Italia divenne noto come il partito-azienda.

Berlusconi ha introdotto un nuovo livello di sofisticazione mediatica nella vita politica italiana. Ha riempito l’etere con spot abilmente studiati e facili da ricordare ed è stato ed è costantemente presente su ogni rete. Per di più, i telegiornali della Fininvest erano praticamente indistinguibili dagli spot. Nel trattare la delicata questione della corruzione politica, le reti berlusconiane leggevano i comunicati aziendali come se si trattasse di testi indipendenti (un presentatore di telegiornale mi raccontò che era stato allontanato dalla trasmissione e violentemente sgridato poiché durante la lettura di uno di quei comunicati-stampa aziendali aveva aggiunto per scrupolo professionale le parole "secondo l’azienda"). Per credere alla flagrante parzialità delle reti di Berlusconi basta seguirle. Emilio Fede, il presentatore del telegiornale di Rete 4, grida a tutti i venti la sua lealtà. Fede ha pianto di gioia dopo la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994 e ha insistito sul fatto che avrebbe lasciato il paese se i "comunisti" avessero vinto le elezioni del 1996. Alle elezioni del 1996 iniziò il telegiornale della sera con otto minuti e mezzo di campagna elettorale berlusconiana; avrebbe tranquillamente potuto essere una pubblicità commerciale. A questo seguì un minuto e mezzo di Massimo D’Alema, il segretario dei Democratici di Sinistra, mentre discuteva di vari tipi di pesce al mercato di Bari.

Il conflitto di interesse si intensificò quando Berlusconi divenne Presidente del Consiglio nella primavera del 1996. Quasi immediatamente, le sole due questioni cui prestò un interesse reale furono quelle che toccavano più da vicino i suoi interessi personali: la televisione e la giustizia. In quest’ultimo campo nominò il suo avvocato personale, Cesare Previti, al Ministero della Difesa. Poi rimosse dall’incarico il Consiglio di amministrazione della RAI, la televisione pubblica, e sostituì i direttori dei telegiornali delle tre reti statali con suoi simpatizzanti, in alcuni casi con suoi ex-dipendenti.

Nei sette mesi del suo governo nel 1994, i suoi problemi con la giustizia praticamente paralizzarono il paese. Nel giugno del 1994, nel corso dell’operazione Mani Pulite avviata su numerose indagini contro la corruzione nell’economia e nella politica, i magistrati di Milano arrestarono Paolo Berlusconi, che ammise di aver pagato numerose tangenti. Suo fratello Silvio improvvisamente emanò un decreto-legge che rendeva praticamente impossibile arrestare chiunque per crimini dei "colletti bianchi" e in meno di ventiquattro ore uscirono di prigione molti dei politici arrestati da Mani Pulite. Questo decreto, conosciuto come il "Decreto Salva-Ladri", provocò una tale rivolta popolare da costringere Berlusconi a ritirarlo. La sua instabile coalizione di governo crollò dopo che lui stesso fu accusato di corruzione nel novembre del 1994.

Durato sette mesi, l’esperimento tragicomico del governo di Berlusconi avrebbe dovuto evidenziare l’impossibilità di avere nell’arena politica un magnante dei media e imputato di crimini penali, invece non pose fine alla sua carriera. Al contrario ha dimostrato quanto potere possa dare il controllo dei media ogni qual volta siano stati in gioco i suoi interessi vitali. Come dice Mauro Paissan, un parlamentare dei Verdi, "il conflitto di interessi significa che il governo è continuamente ricattato". "Il fatto di essere in politica costituisce una specie di assicurazione a vita per lui: ogni iniziativa volta a regolare o investigare le sue imprese è vista come un attacco politico".

Nel 1995 Berlusconi dovette affrontare la sua più importante sfida: un referendum nazionale che gli avrebbe imposto una sola rete. La Fininvest fece di tutto per attaccare il referendum. In lacrime, gli ospiti delle trasmissioni di varietà salutarono i loro telespettatori facendo intendere che presto non sarebbe stato più possibile andare in onda. Prima della trasmissione di un film, la reti Fininvest avvertivano i telespettatori che se il referendum fosse passato non avrebbero più potuto guardare film in televisione. Il referendum non passò, anche se l'impresa fu denunziata per aver trasmesso degli spot inaccurati e fuorvianti.

Sebbene Berlusconi perse di stretta misura le elezioni del 1996, egli utilizzò il suo successo politico per garantire l'impunità a quelli tra i suoi collaboratori che erano più a rischio di arresto e che potevano di conseguenza coinvolgerlo. Uno degli esempi più eclatanti fu l'elezione di un legale dell'impresa di nome Massimo Berruti, sospettato di aver partecipato all'occultamento di tangenti pagate a ispettori del fisco che avrebbero dovuto controllare le imprese di Berlusconi.

In un altro momento il Parlamento rifiutò alla procura di Palermo l'autorizzazione per l'arresto di Marcello Dell'Utri, direttore della campagna elettorale e deputato di Forza Italia. Le testimonianze di numerosi mafiosi indicavano che Dell'Utri era stato il tramite di investimenti mafiosi nei primi progetti edilizi del Cavaliere. Mentre queste imputazioni non sono ancora state provate, Dell'Utri è stato riconosciuto colpevole della falsificazione dei registri dell'impresa al fine di occultare dei fondi destinati a politici. Per premunirsi nel caso in cui il Parlamento italiano cambiasse idea, Dell'Utri si è ora guadagnato la doppia immunità facendosi eleggere anche al Parlamento Europeo. Nei cinque anni dall'entrata in politica di Berlusconi nessuna televisione italiana, pubblica o privata, ha condotto un esame serio ed esteso delle connessioni tra Fininvest e mafia, nonostante l'esistenza di migliaia di documenti della magistratura e di intercettazioni della polizia che le documentavano. Gli italiani sanno molto di più degli intercorsi sessuali tra il Presidente degli Stati Uniti e una "stagista" della Casa Bianca che della relazione tra l'uomo più potente d'Italia e la mafia.

Tale situazione persiste nonostante ci sia attualmente un governo di centro-sinistra che si situa dalla parte opposta dell'arena politica rispetto a Forza Italia. Secondo Vincenzo Vita, Sotto-Segretario alle telecomunicazioni, "loro impazziscono ogni volta che si toccano le questioni delle televisioni o della giustizia. Hanno un partito-azienda molto compatto, mentre noi abbiamo una maggioranza piccola e non molto compatta".

Vita tuttavia ammette che "molte persone hanno sottovalutato questo problema". Primo tra tutti il Presidente del Consiglio Massimo D'Alema. D'Alema pensava che il conflitto di interessi fosse di importanza secondaria e che, rendendo Berlusconi vulnerabile, potesse forse costituire un vantaggio: una coalizione di centro-destra sarebbe stata zoppicante fino a quando fosse stata guidata da un uomo dal passato ingombrante come Berlusconi, con tutti i suoi problemi legali, finanziari e con la giustizia penale.

D'Alema ha teso la mano a Berlusconi per iniziare i negoziati sulla riforma elettorale, avvertita come essenziale per stabilizzare l'arcinota volatilità della politica italiana. Ma, secondo Vittorio Foa, membro dell'Assemblea Costituente che fondò la Repubblica italiana nel 1946 e senatore dimissionario, "D'Alema si è dimostrato troppo furbo per il suo bene". Berlusconi ha trascinato il dibattito sulle riforme elettorali per tre anni, prendendo tempo e ottenendo preziose concessioni a livello di televisioni e giustizia. Grazie a prestiti bancari e vendendo quote della sua compagnia a investitori esterni è riuscito a rifinanziare la sua impresa, ridenominandola Mediaset. Per di più, Berlusconi è riuscito ad evitare l'arresto di suoi collaboratori fidati come Dell'Utri e a persuadere D'Alema ad attuare una serie di variazioni nel sistema della giustizia penale, modifiche queste che dovrebbero andare largamente a vantaggio di Mediaset.

Dopo le recenti elezioni europee, Berlusconi dichiarò che "poiché le sentenze dei tribunali erano lette a nome del popolo italiano", il popolo italiano si era già espresso facendo di lui il politico più popolare della storia del paese. In sostanza Berlusconi andava asserendo di essere al di sopra della legge. Egli adora citare i sondaggi, attuati dalla sua stessa impresa demoscopica, secondo i quali avrebbe superato Gesù Cristo e Arnold Schwarzenegger come personaggi più amati dai bambini italiani.

Sembra ora che D'Alema e il centro-sinistra abbiano riscoperto il problema del conflitto di interessi. "D'Alema si è svegliato", dice il suo compagno di partito Vincenzo Vita. Il governo ha emanato un decreto-legge che proibisce gli spot elettorali durante il mese precedente le elezioni, stabilisce uguaglianza di accesso alla televisione per tutti e impedisce ad ogni personalità politica di possedere una quota sostanziale di un'impresa dei media. Sfortunatamente, avendo permesso un lasso di tre anni durante i quali Berlusconi ha continuato a controllare il 45% della audience ed il 90% del mercato della pubblicità televisiva, quest'offensiva del centro-sinistra appare dettata più dagli scarsi risultati delle elezioni europee che da una importante battaglia di principio. Infatti il centro-destra ha già dipinto questa misura come una "vendetta politica" per la recente sconfitta della sinistra alle urne e Berlusconi l'ha etichettata come il "decreto salva-comunisti". "Sfortunatamente D'Alema e la sinistra hanno dato l'idea di aver agito per opportunità – ed è quello che hanno fatto", dice il professor Sartori della Columbia University, "ma ciò non toglie nulla alla validità del provvedimento". Durante l'autunno Berlusconi non ha smesso di minacciare ostruzionismo parlamentare, dimostrazioni popolari e un referendum nazionale – ben pubblicizzato senza dubbio – per bloccare ogni provvedimento legislativo sul conflitto di interessi, come pure ogni restrizione dell'uso politico della televisione.

Sul fatto poi che Berlusconi stia tentando di dettare la sua politica sui media europei, Walter Veltroni, segretario dei Democratici di Sinistra, ha commentato: "Avevamo questo problema imbarazzante in Italia – il capo di un partito politico che decide la politica dei media di cui è padrone – ed ora lo abbiamo esportato a livello europeo".