il manifesto, 28 aprile 2005

Per la prima volta in cinque anni

SOTTO ATTACCO

L’AMMINISTRAZIONE RUMSFELD – BUSH

 

Si sgretola la maggioranza repubblicana del Senato sulle nomine presidenziali e sulla “filibuster”. Il Washington Post ritrova lo spirito del Watergate. Solo fastidio per la disputa “lessicale” con l’Italia sul caso Calipari. Le escandescenze dell’ex piazzista di missili Edward Luttwak.

 

di John Manisco e Lucio Manisco

 

Per la prima volta dal 2001 l’Amministrazione Rumsfeld, come viene ormai chiamata sulle rive del Potomac quella di cui è nominalmente titolare Gorge W. Bush, naviga in cattive acque e non è certo la disputa lessicale Usa – Italia sul rapporto Calipari a turbare i sonni dei neocons che dal Pentagono hanno assunto il controllo diretto di Dipartimento di Stato e Casa Bianca. L’attacco frontale al loro strapotere è stato lanciato dal Senato, il club più esclusivo al vertice della nazione, che sotto la minacciata lesione di uno dei suoi diritti fondamentali di “advise and consent”, la filibuster  o ostruzionismo sulle nomine presidenziali di ministri, ambasciatori e magistrati delle assisi superiori, si è ribellato con la defezione di alcuni membri della maggioranza repubblicana in campo democratico.

Come avevano appreso a loro spese  non solo il controverso Richard Nixon ma lo stesso Ronald Reagan al culmine della sua popolarità, è ben difficile governare il paese con l’ostilità dichiarata della camera alta. Il causus belli che ha portato allo sgretolamento della maggioranza repubblicana è stato fornito dalla rabbiosa reazione dell’amministrazione al rifiuto del Senato di approvare dopo un dibattito di dieci giorni la nomina dell’ex sottosegretario di Stato John Bolton ad ambasciatore alle Nazioni Unite: il dibattito è stato aggiornato al prossimo 10 maggio e con il ricorso all’ostruzionismo potrebbe portare al ritiro della nomina. Il Bolton è stato prescelto da Rumsfeld & Co. proprio con l’intento di demolire quel poco che è rimasto dell’organismo societario. “Il palazzo delle Nazioni Unite  a New York ha 38 piani – ebbe a dichiarare pochi anni fa -  se perdessimo i primi dieci piani non cambierebbe assolutamente nulla”. I primi dieci piani in questione sono quelli che ospitano i vertici ONU e il suo Segretario Generale. Il baffuto pupillo di Cheney e Rumsfeld si era del resto già distinto con le sue accuse a Cuba di avere sviluppato segretamente armi chimiche, alla Siria di avere ricevuto in consegna le presunte armi di distruzione di massa allestite dal regime di Saddam Hussein e di avere così puntellato con altre baggianate del genere le motivazioni di ogni possibile guerra preventiva degli Stati uniti. I neocons  hanno così fatto ricorso alla cosiddetta opzione nucleare, fare approvare cioè a maggioranza semplice dal Senato l’abrogazione della “filibuster” ed assicurare così il passaggio pressocchè istantaneo delle nomine non solo di Bolton ma delle candidature di un centinaio di magistrati della destra più fondamentalista ai tribunali federali e alla Corte Suprema. Troppo per una dozzina di senatori della maggioranza decisi a far fronte comune con quelli della minoranza democratica. Analogo, anche se di minore importanza, il caso verificatosi alla Camera dei Rappresentanti con la rivelazione di clamorosi  scandali che hanno coinvolto il capogruppo repubblicano Tom DeLay, amico personale di Gorge W. Bush e di Rumsfeld. Il “comitato etico” della Camera dovrebbe occuparsi del caso ma la maggioranza repubblicana ha cercato di imporre un cambiamento delle regole di giurisdizione e delle sanzioni di cui ha sempre disposto lo stesso comitato. Si è così giunti ad una situazione di stallo tale da porre a rischio l’approvazione di altri programmi della Casa Bianca come quello di una ulteriore, drastica privatizzazione del welfare nel settore pensionistico.

E come se non bastasse il controllo intimidatorio sui mass media, facilitato dopo il 9-11 dall’eccesso di zelo patriottico, incomincia a venir meno. Il Washington Post ha improvvisamente ritrovato lo spirito del Watergate accusando di “indegnità nazionale” l’amministrazione  per le assolutorie conclusioni raggiunte dalle inchieste interne sul ricorso sistematico delle forze armate americane alla tortura e all’eliminazione di presunti terroristi nei lager di Guantanamo, Abu Grahib e nei centri di detenzione in Afganistan. In un lungo articolo di fondo pubblicato il 26 aprile con il titolo di  “Impunità”, il quotidiano della capitale ha accusato il Segretario alla Difesa Rumsfeld, l’ex direttore della CIA Gorge Tenet,  l’ex consigliere della Casa Bianca Gonzales, divenuto poi ministro della giustizia, e una dozzina di generali sul campo di avere personalmente ordinato la violazione di ogni convenzione di Ginevra sulla tortura. La loro assoluzione - secondo il Washington Post – “è persino più infamante per il sistema politico americano degli stessi abusi perpetrati”.

Il titolare del dicastero della difesa ha ignorato ogni accusa e nella conferenza stampa di ieri l’altro, dedicata alla vittoria certa anche se ritardata sul “terrorismo iracheno”, ha trovato il tempo di assecondare le istanze del governo Berlusconi rispondendo brevemente ad una prima domanda ben programmata del giornalista “Charlie”: l’inchiesta sul caso Calipari-Sgrena non si è conclusa, come da molti riferito il due aprile, ma andrà avanti fino a quando non ci sarà un acordo con la controparte italiana e i suoi risultati verranno resi noti a Baghdad. Un giornale dell’Arkansas citando fonti del Pentagono ha parlato di dissensi di carattere “lessicale” con le autorità italiane perché l’uso del condizionale e del termine “presunto”  non rientrano nel linguaggio anglosassone dei comunicati ufficiali.

Di fronte agli altri gravi problemi su citati il dissenso, lessicale o meno, con il governo Berlusconi è avvertito a Washington come un elemento di fastidio del tutto marginale. Non la intende in questi termini l’ex piazzista di missili della Martin Marietta Edward Luttwak che solo in Italia passa per “storico e analista militare americano”. Esilarante per le sue escandescenze l’intervista da lui concessa a un quotidiano del nord: “Italiani smettetela di dire bugie. Le vostre autorità ci danno ragione ma solo in privato”. Disponendo indubbiamente di contatti con qualche furiere del Pentagono il Luttwak parla della “grave imprudenza” commessa da Nicola Calidari che non avrebbe dovuto affrettare, “forse per l’occasione mediatica”, il rientro a Roma con l’ostaggio liberato. E così l’analista militare e storico Luttwak va bene al di là dell’autoassoluzione del Pentagono e dà adito a ipotesi e illazioni delle più perverse: che cioè la “grave imprudenza” del Calipari sia stata solo quella di avvertire in anticipo del suo arrivo le autorità italiane e americane dell’aeroporto di Baghdad facilitando così una imboscata già programmata.

 

www.luciomanisco.com