22 gennaio 2004

La finzione al potere

di Lucio Manisco

Perché manifestare interesse o indignazione per le spudorate menzogne e le clamorose omissioni del messaggio sullo stato dell'Unione quando il 48% di quel 50% dei cittadini statunitensi coinvolti nelle fraudolente procedure elettorali degli Stati Uniti prende per oro colato le parole messe in bocca al capo dell'esecutivo dal vicepresidente Dick Cheney e dallo scrivano della Casa Bianca Karl Rowe?

Perché, nel nostro paese più che altrove, menzogne e omissioni vengono prese a modello dalla premiata ditta Berlusconi & Co. e spacciate per vere da quasi tutti i mass media nostrani: esilaranti a questo proposito i commenti a caldo di Gianni Riotta che per un prolungato soggiorno oltreatlantico passa per profondo conoscitore delle cose d'America, o quelli del meno esperto Giulio Borrelli, corrispondente del Tg1 a New York, secondo cui George Bush avrebbe atteso il risultato dei "Caucuses" nell'Iowa per pronunziare il suo discorso (le date dei due eventi sono fisse ormai da decenni nel calendario politico Usa).

Ascoltando l'altra notte George Dubya, ci è tornata alla mente la validità dell'assioma secondo cui oggigiorno non è più l'immaginazione del '68 ma la finzione al potere quella che regge i destini del mondo. Il tema di fondo del messaggio sullo stato dell'Unione, a dieci mesi dall'aggressione all'Irak, è stato enunciato in questi termini: «Nessuno può ora porre in dubbio la parola dell'America». La parola dell'America, e cioé del suo presidente, era ed è che la guerra sarebbe stata motivata dall'acquisizione irachena di armi di distruzione di massa - nucleari, chimiche e batteriologiche - e dall'intento di Saddam Hussein di passare queste armi alla rete terroristica Al-Qaeda: un falso palese provato da dieci mesi di vane ricerche; nessun'arma del genere è stata rinvenuta, neppure quella tremenda fialetta esibita dal segretario di Stato Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. E così le armi sono diventate programmi per il loro allestimento, e Bush ha citato a questo proposito David Kay, il super-ispettore inviato in loco con centinaia e centinaia di esperti; il problema è che Kay aveva invece tratto conclusioni diametralmente opposte. E conclusioni documentarie altrettanto negative sono state tratte sui presunti rapporti che il dittatore avrebbe intrecciato con Bin Laden.

Il risultato di questa guerra (tutt'ora in corso) e dell'altra contro l'Afganistan (che sta registrando una rientrata in scena dei talibani) è, secondo il presidente, che l'America è oggi più sicura. La paranoia collettiva indotta dal ricorrente allarme "orange" proclamato periodicamente da Tom Ridge e da John Ashcroft, le straordinarie misure di sicurezza sui voli di linea, l'imposizione di coercizioni arbitrarie che violano tutti i diritti garantiti dal Bill of Rights dimostrano esattamente il contrario; dimostrano qualcosa di peggio, che l'intera nazione è caduta in mano a una congrega di "control freaks" di "imbranati del controllo" di tutto e di tutti con una conseguente, devastante invasione della "privacy" ed una repressione non meno devastante del dissenso che non sia quello della leale opposizione di sua maestà.

E' stato anche detto che Karl Rowe, nello scrivere il messaggio di Bush, abbia voluto replicare alle critiche dei candidati dell'opposizione nella prova pre-elettorale dello Iowa, un'ennesima esaltazione questa della dialettica democratica.

Nessuno dei mass media nostrani ha spiegato cosa rappresentino realmente i "caucuses" in questo Stato agricolo di tradizione repubblicani tra il Mississippi e il Missouri: si tratta di un vero e proprio gioco dei quattro cantoni inscenato nelle palestre di Des Moines e dintorni, dove gli pseudo-delegati del partito minoritario si schierano da un lato o dall'altro sotto i cartelli dei candidati in lizza e dopo serrate trattative non dissimili da quelle che precedono il palio di Siena. Relativamente più indicative per la selezione dei candidati democratici le primarie vere e proprie, a partire da quelle del 27 nel New Hampshire, anche se nessuno ha menzionato in Italia la sensazionale, dettagliata denunzia sul New York Times dei brogli elettorali allestiti dall'amministrazione Bush per assicurarsi la vittoria a novembre, senza dover inscenare un altro ribaltamento dell'esito del voto sanzionato quattro anni fa in Florida dalla Corte Suprema (il jerrymandering, la redefinizione dei collegi elettorali a favore del partito repubblicano, le nuove macchinette a schermo elettronico che non lasciano tracce cartacee e che non permettono pertanto il riconteggio dei voti, costruite dalla Diebold Inc., una ditta gestita da milionari bushisti, ed altre amenità del genere). Per tornare al messaggio presidenziale vanno poste in luce alcune clamorose omissioni: che fine ha mai fatto il velleitario programma di conquistare la Luna e Marte, annunziato solennemente dal presidente pochi giorni fa? I primi sondaggi hanno indicato che agli elettori non importa un fico secco del pianeta rosso e del satellite terrestre. Ed è mai possibile che in questa trionfale panoramica delle questioni internazionali abbia brillato per la sua assenza quella israeliano-palestinese? Abbiamo avuto invece un appello agli atleti acciocché non si impasticchino di steroidi e la proposta di un emendamento costituzionale che metta al bando i matrimoni di coppie gay. Poi Bush si è attribuito il merito di un formidabile rilancio dell'economia nazionale dovuto alla sua politica di tagli fiscali che ha detto di voler proseguire energicamente riducendo al tempo stesso a 200 miliardi in cinque anni il disavanzo federale. I fatti: il bilancio federale, che nel 2001 aveva registrato un attivo di 127 miliardi di dollari, nel 2003 è andato in rosso per 374 miliardi e, secondo l'ente statistico indipendente del Congresso raggiungerà annualmente i 500 miliardi fino a tutto il 2009. «Lo stato dell'Unione - ha commentato il candidato Howard Dean, sconfitto da John Kerry nello Iowa - può apparire roseo dai balconi della Casa Bianca o nei lussuosi appartamenti dei milionari che contribuiscono alla campagna di George Bush, ma i lavoratori americani non mancheranno di avvertire sulla loro pelle cosa voglia dire questo pacchetto fiscale legato con un nastrino di buone intenzioni». Il Dean non ha tutti i torti: le riduzioni fiscali di Bush vanno ad esclusivo vantaggio dei più ricchi in terra d'America (le esenzioni aggiuntive per il vicepresidente Cheney ammonteranno a 116 mila dollari). Il numero dei disoccupati è salito a 9 milioni e mezzo; invece dei 130 mila nuovi posti di lavoro previsti per lo scorso mese di dicembre, ne sono stati registrati solo mille. Sono saliti a 44 milioni i cittadini privi di qualsiasi assicurazione medica. Ci sono stati tagli di spesa che hanno tra l'altro colpito i 29 mila soldati feriti, mutilati o traumatizzati dall'esperienza bellica in Irak e che ricevono oggi un'assistenza medica carente o del tutto inadeguata negli ospedali militari del paese.

Questo lo stato dell'Unione definito da George W. Bush "robusto e fiducioso" e benedetto naturalmente dal padreterno.