21 ottobre 2007

UN TORQUEMADA ALLA CASA BIANCA.

CAMBIA IL NOME, MA LA TORTURA E’ OGGI DIRETTIVA UFFICIALE DEL GOVERNO USA.

 

 

di Lucio Manisco

 “Che Bush menta è diventato ormai irrilevante – scrive Frank Rich sullo Herald Tribune – E’ giunto il momento di guardare in faccia la realtà ben più cruda che noi americani stiamo mentendo a noi stessi”. Frank Rich raggiunge questa amara conclusione dopo che il presidente degli Stati Uniti malgrado le rivelazioni sulle direttive segrete del dicastero della giustizia ha continuato a proclamare: “Questo governo non tortura la gente”. Un’asserzione categorica basata unicamente sulla ridefinizione del termine tortura elaborata dal dicastero della Giustizia e dal suo ultimo titolare dimissionario Alberto Gonzales per autorizzare interrogatori “estremi” dei sospettati di terrorismo a Guantanamo, in tutti i centri di detenzione in Medio Oriente e in molti altri paesi europei e non inclusi nel programma delle “extraordinary renditions” della CIA. Non sono quindi più torture il “waterboarding”, l’iniziale ma protratto soffocamento con l’acqua di un prigioniero bendato e legato ad una tavola, la totale privazione sensoria, udito e vista, accompagnata alla privazione del sonno, l’ipotermia, la costrizione in posizioni fisicamente insostenibili, l’assordamento con suoni o musiche ad altissimi decibel, gli scuotimenti e le percosse alla testa, la chiusura per settimane e mesi in celle di isolamento illuminate notte e giorno da lampade accecanti. Se queste non sono dunque più torture il presidente non viola la Costituzione, la legge, gli statuti carcerari degli Stati Uniti e le convenzioni di Ginevra, oltretutto in quanto i sospettati di terrorismo catturati dentro e fuori i campi di battaglia non sono più prigionieri di guerra ma rientrano in una categoria inedita, quella di “combattenti nemici”.

Andrew Sullivan, un altro giornalista britannico, giunge al punto sul conservatore “Sunday Times” di tracciare un’analogia fino a ieri quanto mai disdicevole e quindi impubblicabile dalla stampa benpensante: queste tecniche “spinte”, sostiene, sono le stesse adottate durante il secondo conflitto mondiale dalla Gestapo con la denominazione di “Verschaerfte Vernehmung”, per l’appunto “interrogatorio intensificato” o “potenziato”.

Che l’amministrazione Bush non intenda rinunciare alla tortura per estrarre confessioni ai detenuti di Guantanamo e di altri centri di detenzione e soprattutto alla sua ridefinizione di “non tortura” è emerso chiaramente dalle dichiarazioni di Michael B. Mukasey, nominato da Bush alla direzione del dicastero di Giustizia dopo le dimissioni del Gonzales; davanti alla Commissione del Senato che deve approvare la sua nomina ha parlato in termini così ambigui ed evasivi dei poteri costituzionali del capo dell’esecutivo da provocare l’irritazione anche di alcuni legislatori repubblicani: frasi come “se il waterboarding è tortura, allora sarebbe non costituzionale”. “Giochi semantici” sono stati definiti dal Senatore democratico Sheldon Whitehouse, mentre l’ultimo liberale rimasto nel Congresso, il Senatore Patrick J. Leahy, lo ha accusato di “avere aperto nella Costituzione un buco così grande da farci passare un autotreno”. La stragrande maggioranza dei senatori si è comunque espressa a favore della nomina presidenziale.

E’ qui opportuno tornare alle amare considerazioni di Frank Rich sugli “americani che mentono a se stessi”. Non si tratta solo del massiccio condizionamento di mass media come la rete televisiva di Murdoch “Fox News”, o della reticenza e timidezza di giornali cosiddetti autorevoli come il “New York Times”, ma anche di un’inculcata insensibilità dell’opinione pubblica verso ogni tematica controversa o eticamente reprensibile nei comportamenti dei loro Governi. Subito dopo l’evidenza fotografica emersa sulle torture ad Abu Grahib lo abbiamo constatato nuovamente parlando a New York e a Washington con la gente comune: l’indifferenza generale per quelle immagini orrende era tutt’al più accompagnata da un’eco lontana delle esternazioni governative su aberrazioni isolate ed eccezioni alla regola. E così la credibilità zero delle motivazioni addotte da Bush, Cheney e Rumsfeld per scatenare la guerra contro l’Irak non sono oggi alla base dell’opposizione largamente diffusa alla guerra stessa, bensì al fatto che non abbia prodotto risultati. Il che è a dir poco allarmante ora che un’analoga credibilità zero sulla presunta minaccia nucleare iraniana accompagna i preparativi dell’offensiva aeronavale statunitense ed israeliana contro la repubblica islamica.

Sono  comunque necessari decenni se non secoli, come nel caso del genocidio della popolazione indigena del Nord-America, perché la verità si faccia parzialmente strada nell’opinione pubblica. Ci sono voluti ad esempio più di sessanta anni prima che un documentatissimo saggio dello storico Giles McDonogh dal titolo “Dopo il Reich: la brutale storia dell’occupazione alleata” rivelasse le atrocità perpetrate dalle truppe Usa in Germania nei due anni dopo la vittoria sul nazismo (quarantamila prigionieri di guerra tedeschi morirono di stenti, di fame e di freddo nei campi di concentramento allestiti dai comandi Usa nella Germania Occidentale). Le violazioni delle convenzioni di Ginevra sono comuni a tutti i paesi in guerra, compreso naturalmente il nostro, ma nel caso della tortura praticata dal grande impero d’occidente sui prigionieri sospettati di terrorismo si è superato ogni limite, perché questa procedura disumana e barbarica non è più avvolta da segreto o coperta dal silenzio delle autorità, ma è diventata, sotto denominazione diversa, direttiva ufficiale degli Stati Uniti d’America nella guerra al terrorismo.