Liberazione, 27 aprile 2004

Aborto e guerra donne contro Bush

di Lucio Manisco

Cambia il vento negli Usa: più di un milione le persone scese in strada a Washington

Grandi i numeri e pesanti per l'amministrazione Bush: un milione e mezzo per gli organizzatori, mentre per il capo della Polizia Charles H. Ramsey i partecipanti hanno superato di gran lunga il tetto dei 750mila fissato dall'autorizzazione municipale di Washington.

Sono arrivati e sono arrivate da ogni angolo degli Stati Uniti, hanno marciato dall'alba al tramonto in difesa del diritto di libera scelta delle donne in materia di interruzione della gravidanza, un diritto sancito dalla Corte Suprema nella storica sentenza "Roe Versus Wade" del 1973 e riconfermato dalla stessa Corte nel 1992. «Fermiamo la guerra di W. Bush alle donne» era scritto su cartelli e striscioni, ma non mancavano certo le bandiere della pace ed altri inviti perentori a fermare una guerra guerreggiata che sta devastando l'Iraq con 15mila morti tra i civili e più di 600 tra i militari Usa.

Oltre i 500, ma sicuramente meno di 1.000, i controdimostranti del "Movimento per la vita" o "Pro-life", che agitavano i consueti macabri cartelli con le immagini di feti sanguinolenti. I "Pro-lifers" vogliono salvare la vita dal momento della concezione, ma sono decisamente a favore della pena di morte, delle guerre preventive, del potenziamento dell'arsenale nucleare e naturalmente dell'occupazione militare dell'Iraq e dintorni, nonché dell'appoggio incondizionato americano al governo israeliano di Sharon. Anche quando rende ufficiale l'intento di assassinare Arafat e di annettersi il 42% della Cisgiordania. L'identificazione con programmi e direttive dei "neo-cons" installatisi alla Casa Bianca e al Pentagono non potrebbe essere maggiore.

Con determinazione e tenacia il presidente degli Stati Uniti ha fatto sua la campagna antiabortista fin dal primo giorno del suo ingresso alla Casa Bianca, anche se ha formalmente disapprovato il ricorso all'assassinio dei medici che praticano l'interruzione delle gravidanze (5 uccisi a colpi di arma di fuoco o con bombe incendiarie contro le cliniche). Ha proibito qualsiasi finanziamento federale alle organizzazioni per il controllo delle nascite e all'ente delle Nazioni Unite per il "Family planning" nei paesi del terzo mondo; ha messo al bando le pillole "del giorno dopo"; ha promosso i programmi educativi che privilegiano l'astinenza come unico metodo per ridurre, prevenire o abrogare del tutto gli aborti, ha reso vincolante il consenso dei genitori sul ricorso a pratiche abortive delle figlie; ha infine promulgato una legge che definisce crimine federale l'uccisione di un feto nel contesto di ogni reato violento. In base a questa legge "un bambino non ancora nato è membro della specie homo sapiens, in qualsiasi momento dopo la concezione e durante ogni fase di sviluppo nel ventre materno». Il che vuol dire far carta straccia delle due sentenze della Corte Suprema.

Un po' troppo per il milione o milione e mezzo di donne e uomini che hanno invaso domenica la capitale nella convinzione che i verdetti della suprema assise del paese non possano essere violati con il ricorso a sotterfugi legalistici da parte dell'esecutivo e che la "free choice", il diritto delle donne ad una libera scelta conquistato dopo aspre lotte, trentuno anni fa, non possa essere negato dai nuovi talebani oggi al potere.

I manifestanti nella capitale non hanno mancato di sottolineare che il "conservatore compassionevole" Bush, protettore di non-nati, neonati e dei pargoli in genere, ha tagliato drasticamente i fondi federali a tutti i programmi degli stati volti ad assistere i minori: il risultato è stato evidenziato ieri dallo stesso dicastero "per la salute e i servizi umani" che ha indicato in 900mila le vittime infantili di abusi e carenze assistenziali con 1.400 decessi nel solo 2002. Come se non bastasse gli stati privati dei fondi federali ora dovranno pagare multe salatissime per inadempienze di cui sono solo in parte responsabili: la multa inflitta alla California, ad esempio, ammonta a 18 milioni e 200mila dollari.

Numerose le personalità che si sono unite alla marcia per le vie della capitale, dalle reduci di antiche campagne per i diritti delle donne come Gloria Steinem e Nancy Pelosi, alle attrici Whoopi Goldberg e Kathleen Turner, al magnate Ted Turner e all'ex candidato democratico alla presidenza Howard Dean. L'altro candidato John Kerry, che si è assicurato la nomina, si è schierato in termini piuttosto cauti con i movimenti "pro-choice", ma ha preferito non partecipare alla marcia di Washington. Diverse le ragioni, non ultima quella della presenza massiccia di organizzazioni pacifiste e contro la guerra all'Iraq. Ne menzioniamo alcune: "Studenti d'America per la pace e la giustizia", "Voci nere per la pace", "Codice rosa: donne per la pace", "Rete femminista per la pace", "Uniti per la pace e la giustizia", "Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà, Sezione Usa", "Lavoratori di New York contro la guerra" e una dozzina di raggruppamenti pacifisti studenteschi in altrettante università statunitensi. La posizione di John Kerry sulla guerra all'Iraq è a dir poco equivoca: ha votato al Senato per i pieni poteri a Bush nella guerra permanente "al terrorismo", contro Afghanistan, Iraq ed altri "stati canaglia" di turno. Poi ci ha ripensato, ma solo per criticare l'amministrazione, non per le menzogne sulle armi di distruzione di massa, che avrebbero giustificato l'aggressione all'Iraq, ma per i mezzi usati, numero insufficiente delle truppe impiegate nel conflitto, previsioni sbagliate sul dopo-Saddam, rottura con paesi alleati quali la Francia, la Germania ed ora la Spagna e poi il solito alibi o foglia di fico delle Nazioni Unite. Troppo poco per quei dimostranti che domenica a Washington non inneggiavano all'alternativa Kerry e chiedevano a gran voce la fine del mandato quadriennale di George "dubya" Bush.

Troppo presto per leggere nell'importante evento della capitale l'imminente raggiungimento di questo obiettivo. Certa invece la crescente apprensione del presente inquilino della Casa Bianca e dei suoi "neo-cons" per il vento che ha cambiato direzione nella grande repubblica stellata, grazie anche e soprattutto alle donne che ieri hanno felicemente coniugato la causa della "libera scelta" a quella della pace e del ritiro delle truppe americane dall'Iraq.