Considerazioni inattuali n° 13  

10 agosto 2009  

La Grande Recessione

e il

“Comitato d’affari della borghesia”

Senza sapere dove sia di casa Karl Marx, gli americani ne stanno avvertendo l’esistenza sulla loro pelle, sono arrabbiati, ma sembrano rassegnati al presente stato delle cose.

di Lucio Manisco

 

  Ein Gespenst geht un in Europa und in Amerika ? Nein...

ma anche se questo spettro circolasse davvero manca un numero sufficiente di medium capaci di evocarlo. E se ci riuscissero? Dato lo stato esistente delle cose l’invito del Grande Barba verrebbe oggi letto in negativo: Proletarier aller Länder, vereinigt euch nicht!

Sono quindi vere e proprie baggianate le asserzioni o ipotesi su un passaggio dal liberismo allo statalismo che sarebbe stato posto in atto dalla Grande Recessione, su una presunta tendenza a nazionalizzare le banche, sullo spettro non del comunismo o del socialismo ma anche di una pallida socialdemocrazia che agiterebbe i sonni dei gestori della cosa pubblica. La copertina di Newsweek “Siamo tutti socialisti” sembra uscita dalla penna di Vauro Senesi o di Enzo Apicella.

Eppure, eppure…

Eppure un arcinoto assioma di Karl Marx nel primo capitolo de Il Manifesto si sta facendo strada nell’inconsapevole opinione pubblica americana anche se porta solo ad esasperata rassegnazione. Nell’esatta citazione di Luciano Canfora in quell’eccellente saggio fresco di stampa “La natura del potere” recita: “Il potere politico dello Stato moderno (die moderne Staatsgewalt) è soltanto un comitato che amministra gli affari della classe borghese nel suo complesso”.

A porre in luce l’assunzione di coscienza dell’assioma da parte dell’opinione pubblica statunitense non è il Canfora che con implicite allusioni al regime Bossi- Berlusconi spazia sui temi storici di poteri reali e democrazia apparente, tirannide, cesarismo, bonapartismo, potere della parola (gli odierni mass media) e popolo profondo. Né se ne occupa esplicitamente Marco Ferrando (PCdL) nella sua lucida disanima della crisi economica e dei suoi falsi rimedi miranti unicamente a “salvare il capitalismo e i capitalisti dalla loro bancarotta con risorse sottratte ai salari, alle protezioni sociali, ai servizi pubblici” (il Giornale comunista dei Lavoratori, luglio 2009).

No, horresco referens, a rivelare che i cittadini della repubblica stellata stanno aprendo gli occhi sui giochi truccati della crisi in corso è il New York Times del 9 agosto in un articolo di Frank Rich dal titolo “Obama ci sta prendendo per i fondelli?”. Citazioni su citazioni di cittadini disillusi ed esasperati come quella agente immobiliare della Virginia che aveva votato per il presente inquilino della bianca magione su Pennnsylvania Avenue: “Nulla è cambiato per l’uomo della strada – ha dichiarato la signora – sento di essere stata turlupinata con tutti questi miliardi di dollari elargiti a palate alle banche che continuano a far finta di essere sull’orlo del fallimento”. E non si tratta solo di giudicare nemici pubblici numero uno banchieri e speculatori – spiega Frank Rich – perché si sapeva già che una maggioranza di americani vorrebbe montarne le teste come trofei di caccia sui loro caminetti. “Quello che turba profondamente i nostri connazionali di qualsiasi orientamento politico – scrive il Rich – è il timore che praticamente tutto, non solo il governo, sia truccato o manipolato da forti poteri occulti: veramente tutto, dalle più elementari transazioni commerciali all’informazione più estesa e capillare dei mass media… C’è da chiedersi quando le grandi reti televisive sostituiranno come inutili intermediari conduttori e giornalisti con i lobbisti e i pubblicitari ancora dietro le quinte…”. E poi ancora: “La sensazione che sta scavando in profondità in una consapevolezza generalizzata e che era stata già avvertita dallo stesso Presidente appena eletto, è che il sistema sia ferreamente controllato da lobbisti e da pochi ultraricchi”.

Sullo stesso numero del New York Times un’altra sconcertante inchiesta di Barbara Ehrenreich sulla “criminalizzazione dei poveri” (più di 50 milioni “al di sotto dei livelli di sopravvivenza”: e due anni fa erano 37 milioni), su una popolazione carceraria che ha superato i 2 milioni e trecento mila, sul numero dei senza tetto che cresce a dismisura anche negli stati cosiddetti ricchi come la California.  E in prima pagina la denunzia di interesse privato in pubblico ufficio a carico del segretario al tesoro dell’amministrazione Bush, Henry M. Paulson. Degli 85 miliardi di dollari da lui elargiti il 17 settembre 2008 alla mega-compagnia di assicurazioni “American International Group”, sull’orlo del fallimento, una buona parte era andata alla “Goldman Sachs” di cui lo stesso Paulson era stato presidente.

In questo caso non si parla di poteri occulti, ma di alti incarichi istituzionali. Come i poteri ufficiali illimitati e apparentemente fuori controllo della Federal Reserve, la banca centrale USA, e del suo presidente Bernanke, a cui viene attribuita la responsabilità primaria della Grande Recessione. Mike Whitney, economista di grido ma fuori le righe dello stato di Washington, sintetizza così le colpevoli responsabilità della “Federal Reserve” nel gestire la crisi: “L’alto Mandato della Federal Reserve è una patacca pubblicitaria: Bernanke non ha alzato un dito per soccorrere i proprietari di case sotto minaccia di esproprio, i consumatori o il mondo del lavoro alle prese con una disoccupazione da vertigine. Tutti i miliardi elargiti (tredicimila) hanno preso una sola direzione, dal basso verso l’alto secondo un piano ben prestabilito. Perché la “Fed” è un’agenzia di ristrutturazione sociale destinata al ruolo di governo de facto dietro alla cortina fumogena di istituzioni democratiche. Ma c’è davvero qualcuno che crede che un afro-americano, senatore per un biennio, senza esperienze di politica estera o di economia sia in grado di dettare una sua politica o direttive precise? Obama è un ritrovato da pubbliche relazioni, abituato a tagliare nastri inaugurali, a consolare i disoccupati e a convincere gli americani dell’avvento di una società post-razziale. Per l’appunto: basta guardare ai filmati sul disastro tuttora in corso dell’uragano Katrina”.

Per concludere: gli americani si stanno rendendo conto sempre più dell’esistenza di poteri ufficiosi, ufficiali e occulti che sfuggono ad ogni controllo democratico e che se ne strainfischiano dell’interesse pubblico; senza sapere dove sia di casa Karl Marx avvertono sulla loro pelle gli effetti nefasti del comitato che amministra gli affari della classe borghese, ma pensano che non ci sia nulla da fare; sono arrabbiati ma anche rassegnati. E la rassegnazione, secondo un adagio antico, altro non è se non un suicidio quotidiano.