4 novembre 2001

DIECI ANNI DOPO: TORNA LA MALEDIZIONE DEI BUSH

"The Economy, Stupid!" 

di Lucio Manisco

La piccola recessione del 1991devastó in pochi mesi le fortune elettorali del ‘libertador" del Kuwait e del Panama. La grande recessione del 2001 con l’inevitabile sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine indurrà Bush junior a chiudere in tempi brevi la crociata anti-terrorismo e i massacri di civili in Afghanistan? Una decisione verrà presa prima di natale da Dick Cheney che da una clinica segreta continua intanto a promulgare direttive delle più nefaste contro la crisi economica: arricchiranno i miliardari del Texas, aumenteranno la disoccupazione e non stimoleranno investimenti e consumi. Si diffonde a livello popolare la convinzione che siamo siano stati proprio i sani fondamentali a provocare la recessione.

di Lucio Manisco

E’ una maledizione generazionale quella dei Bush: dieci anni fa azzerò i sogni di gloria e le fortune elettorali del padre, oggi mina le basi della crociata del figlio contro il terrorismo islamico e dischiude l’auspicabile prospettiva di una fine anticipata dei massacri di civili in Afghanistan. Si chiama recessione economica questa maledizione ricorrente: ben poca cosa quella del 1991, più devastante e proiettata su tempi molto più lunghi quella riconosciuta ufficialmente solo in questo autunno del 2001 ma che ha cause ben più profonde, lontane e solo in parte evidenziate dai disastri dell’11 settembre. Le analogie nelle loro ricadute politiche sono quanto mai interessanti: nessuno poteva prevedere dieci anni fa che il "libertador" del Panama e del Kuwait, che aveva colto gli allori della "Desert Storm" e ne aveva fatto pagare i costi, con l’aggiunta di cospicue creste, ai regimi dei paesi arabi produttori di petrolio, potesse cadere vittima nel giro di pochi mesi di quel dissacrante quanto realistico richiamo, "The economy, stupid", solo perchè l’economia nazionale aveva incominciato a fare acqua da tutte le parti e lui era stato costretto a rinnegare gli impegni assunti in passato – "read my lips" – aumentando le tasse. Nessuno poteva immaginare che un oscuro avversario democratico dell’Arkansas , per giunta renitente alla leva ,potesse batterlo con una maggioranza di 6 milioni di voti, 370 su 168 nel collegio elettorale. Accusato tutta la vita, come poi il figlio, di essere un "wimp", un pavido senza spina dorsale, senior aveva fatto di tutto per dimostrare il contrario, di essere cioè lo statista internazionale capace di forgiare grandi coalizioni e di cancellare la sindrome del Vietnam portando la nazione sui campi di battaglia senza "body bags". Fino all’ottobre del 1992 aveva continuato a parlare all’elettorato di politica internazionale, di Gorbachev e di quel maledetto Saddam Hussein che, prima o poi sarebbe stato rovesciato. La gente non gli prestava ascolto, ossessionata come era dall’appiattimento dei salari, dalla disoccupazione, dall’inflazione, dai colpi inferti da Bush sulla scia di Reagan al welfare state. E preferí cosí prestar fede alle promesse populiste di giustizia sociale e di riforma della sanità di un Bill Clinton nelle vesti usurpate di un nuovo Jack Kennedy.

Rinsaviti da quella disfatta elettorale, fedeli all’eterno principio enunciato da Calvin Coolidge secondo cui "the chief business of America is business, consapevoli di avere trovato nel figlio un argilla politica più plasmabile, i principali consiglieri del vecchio presidente, i Cheney, i Rumsfeld, i Baker, tornarono alla carica otto anni dopo quando l’economia nazionale sospinta dalle bolle speculative di Wall Street, dalla globalizzazione a stelle e strisce e dal continuo flusso di capitali esteri registrava primati strabilianti quanto virtuali. Trasformarono un governatore del Texas, noto solo per aver spedito sul patibolo centinaia di disgraziati, in un "conservatore compassionevole" e a gennaio di quest’anno lo insediarono alla Casa Bianca grazie ad un arbitrario verdetto dei magistrati della Corte Suprema nominati da Reagan e da Bush Senior. Nel giro di pochi mesi l’economia, polizia segreta di ogni ambizione sregolata del profitto, ha rivisitato con i suoi incubi recessivi tutti gli uomini del Presidente che hanno peraltro continuato ad ignorare il monito di John Maynard Keynes: "Gli speculatori possono anche non far danni se sono solo delle bolle sulla corrente costante dell’impresa; ma la situazione diventa grave quando l’impresa stessa diventa ua bolla nel vortice della speculazione". Anche con il consenso misurato di Alan Greenspan, direttore della Banca Centrale, hanno negato la gravità della crisi sostenendo che l’impresa statunitense era sana, e che i "fundamentals" cioè erano ben saldi al di là del crollo dei titoli della New Economy, delle crisi asiatiche o di quelle del Brasile e dell’Argentina: sarebbe bastato il varo congressuale dei tagli fiscali proposti da Bush junior, un lieve riaggiustamento in dieci anni dell’impiego del surplus di bilancio, un pò più di ossigeno all’apparato militare industriale e le cose si sarebbero messe a posto. Le cose non si sono messe a posto e la situazione è precipitata ancor prima dell’11 settembre, per poi sfociare nei dati catastrofici sulla congiuntura dell’ultima settimana. Ora sono in pochi a parlare dei "fondamentali sani", perchè si sta diffondendo nell’opinione pubblica la convinzione che siano stati proprio quei "fondamentali" a provocare la recessione, che cioè flessibilità e precarietà del lavoro , lo stesso aumento della produttività a fronte dell’appiattimento progressivo dei salari e dell’impennata dei profitti abbiano portato la disoccupazione al 5,4 per cento (senza le tradizionali distorsioni dei rilievi attuariali per campione, la percentuale reale dovrebbe aggirarsi sull’otto o il nove) ed all’annullamento della"ultima spes", i consumi. E gli accorati appelli di Bush & co. a consumare, non solo per sostenere l’economia ma per sconfiggere il terrorismo internazionale, rimangono inascoltati per motivi fin troppo ovvi: l’indebitamento privato ha raggiunto livelli astronomici, non viene più sostenuto dalle bolle speculative di Wall Street che fino alla scorsa primavera avevano portato a 72 milioni il "parco buoi" della credulità collettiva; meno del 40% dei senza lavoro riceve sussidi di disoccupazione, non solo inadeguati ma limitati a 26 settimane, e i 415.000 licenziamenti di ottobre preludono a un numero più elevato di "pink slips" tra novembre e dicembre con l’anticipato crollo delle vendite natalizie. George "Dubya" Bush, o chi per lui, fanno finta di ignorare questi dati e insistono perchè il Congresso approvi a tambur battente l’abrogazione della tassa alternativa minima sulle corporazioni che dovrebbe rilanciare gli investimenti delle industrie manifatturiere e dei servizi. Si tratta di elargizioni folli che non hanno nulla a che fare con il conclamato e cauto ritorno a Keynes: 2 miliardi e 832 milioni alla General Electric ed un’altra pioggia di milioni alle industrie petrolifere in genere ed a quelle texane in particolare che tanto avevano contribuito al finanziamento della campagna elettorale di George Bush e che ora fanno a gara nel programmare licenziamenti per tutto il prossimo semestre. Chi ha dato ha dato e chi ha avuto continuerà ad avere perchè la patria dopo l’11 settembre chiede nuovi sacrifici per battere Bin Laden e i suoi accoliti e perchè chi avverte un forte disagio nel delegare a Bush junior la difesa della sua libertà e dei suoi diritti civili non solo è un anti-americano ma è amico dei terroristi.

Ma è davvero cosí profonda e diffusa la vampata patriottica che, secondo i mass media nazionali ed internazionali, continua a motivare l’opinione pubblica statunitense? C’è da dubitarne, oltretutto perchè la stragrande maggioranza di questa opinione pubblica detesta cordialmente i newyorchesi, che a loro volta ssembra abbiano superato lo choc delle Due Torri, come dimostrano i pompieri di Manhattan che scazzottano i poliziotti per difendere i loro straordinari dalle spoliazioni dello sceriffo diventato eroe Rudolph Giuliani.

Come reagiranno i Cheney e i Rumsfeld quando tra non molto al presidente figlio verrà rilanciato lo stesso slogan che liquidò il presidente padre, "the economy, stupid"? C’è una speranza di pace nel buio profondo di questa recessione? Basterebbe che Dubya seguisse il consiglio dato a Dirty Dick durante la guerra nel Vietnam e proclamasse prima di natale la vittoria delle forze del bene su quelle del male, l’avvenuta neutralizzazione di bin Laden e della rete al Quaida, magari con qualche "ammazzatina" in più di civili afghani che pareggi il numero dei 3500 morti delle Twin Towers.

Lucio Manisco