25 gennaio 2004 Liberazione 

Usa 2004, la frode preventiva di Cheney

Con trucchi e brogli, i repubblicani si preparano

alle elezioni presidenziali

di Lucio Manisco

Promuovere libertà, giustizia e democrazia nel mondo - ha declamato con enfasi churchilliana il vice presidente Dick Cheney a Davos - è l'unica maniera per sconfiggere la rete terroristica operante in ogni angolo del pianeta. Ha anche ribadito agli scolaretti europei convenuti nel centro svizzero che gli Stati Uniti hanno il diritto e il dovere di ricorrere alla forza quando la diplomazia non costituisce un'alternativa praticabile.

Pochi minuti dopo, a bordo di un elicottero e poi di un avio getto della Casa Bianca, ha fatto ritorno a Washington per mettere a punto frodi e brogli elettorali che garantiscano a novembre la vittoria di George W. Bush, per impedire o comunque rinviare alle calende greche libere elezioni in Iraq e per scalzare in Libia interessi energetici europei e sostituirli con quelli dei suoi amici petrolieri della Halliburton e degli altri conglomerati texani.

A Davos il principe reggente ha tra l'altro rivelato che la rinuncia libica ai programmi nucleari era stata motivata dall'intercettazione da parte dei servizi segreti italiani di esportazioni clandestine di centrifughe per l'arricchimento dell'uranio. Se Gheddafi è diventato il figliol prodigo e si accinge a scambiare ambasciatori con Tel Aviv, l'Iran e la Siria non hanno rinunciato alla loro politica filo-palestinese e rimangono pertanto stati-canaglia anche se hanno proclamato ai quattro venti il loro intento di aprire a qualsiasi controllo internazionale i loro presunti piani missilistico-nucleari.

Cheney ha così ribadito in termini dialetticamente un po' più articolati le madornali baggianate e le clamorose menzogne di George "Dubya" nel messaggio sullo stato dell'unione, forte dell'assioma denunciato da Adolf Hitler in "Mein Kampf" - questa volta il Goebbels citato da Berlusconi non c'entra - secondo cui uno o due temi ripetuti con ossessiva monotonia finiscono con il far breccia in qualsiasi elettorato, quale che sia il suo originario orientamento politico o etico. Lungi da noi tracciare analogie tra il Terzo Reich e l'America di Cheney, Rumsfeld, Ashcroft, Bush & Co.: da quando la camera a gas è stata sostituita con l'iniezione letale nessuno viene ammazzato negli Stati Uniti con gli antiquati effluvi di Auschwitz: i prigionieri di guerra, ribattezzati "combattenti nemici", vengono sepolti vivi a Guantanamo e a Diego Garcia, ovvero affidati alle premurose cure di paesi satelliti come l'Egitto, l'Arabia Saudita o il Kuwait che praticano tortura e pena di morte. E poi, come ci ha ricordato a Davos il nostro Dick, l'America è «la terra degli uomini liberi e la casa degli uomini coraggiosi». Che lo sia stata per periodi alterni del suo passato è pressoché certo, che lo sia oggi viene posto in dubbio da tutti coloro che abbiano dato una scorsa alla costituzione, al Bill of Rights e ai Federalist Papers, praticamente abrogati da Patriot Act uno e due e dagli altri provvedimenti emanati da quel talibano che è John Ashcroft.

Con due milioni e mezzo di detenuti che hanno trasformato quella statunitense in una vera e propria società carceraria, con le altre migliaia di persone arrestate dopo l'11 settembre per via delle loro caratteristiche somatiche arabe, con la violazione di ogni diritto fondamentale alla "privacy" non solo per i cittadini Usa ma anche per quelli europei che abbiano la sventura di doversi recare oltre oceano, è difficile capire quale tipo di libertà il Cheney voglia esportare sulla punta delle baionette in Medio Oriente e altrove. Non è certo quella in qui credeva, in uno dei periodi più neri ed incerti della nascita della nazione, Benjamin Franklin; «coloro che possono rinunciare a libertà essenziali per acquisire una piccola, temporanea sicurezza - ebbe a scrivere l'inventore, diplomatico e estensore della Costituzione - non meritano né libertà né sicurezza». Ma il vicepresidente e i suoi colleghi parlano d'altro, parlano della libertà di impresa e di quella di mercato, sempre che vengano riservate in esclusiva alle corporazioni legate a filo doppio ai massimi esponenti dell'amministrazione Bush (libere volpi in liberi pollai), e poi la libertà di predeterminare e pilotare i risultati elettorali.

E a proposito di detenuti nella Repubblica stellata va ricordato che nelle consultazioni presidenziali dell'anno 2000 sono stati 5 milioni quelli esclusi dal diritto di voto; a novembre raggiungeranno la bella cifra di 6 milioni: non si tratta di criminali incalliti che abbiano magari pagato il loro conto alla giustizia, ma di cittadini fermati anche per 24 ore e in alcuni stati del sud che siano semplicemente incorsi in violazioni del codice stradale. Per una strana coincidenza si tratta quasi sempre di afroamericani o ispanici che tradizionalmente militano nelle file democratiche. Gli esclusi quattro anni fa in Florida furono 95mila e la Corte suprema assegnò per 530 voti la vittoria a George W. Bush sul democratico Al Gore, negando a quest'ultimo il diritto di procedere con un riconteggio dei suffragi in quei distretti dove i brogli erano stati più appariscenti.

A novembre non ci sarà neppure la necessità di ricorrere alla Corte suprema controllata dai magistrati bushisti: ci ha pensato lo stratega Dick Cheney introducendo negli stati cosiddetti "incerti" nuovi sistemi elettorali elettronici "a contatto digitale". Come hanno protestato invano tutte le organizzazioni civiche e per la democrazia, le nuove macchinette presentano qualche problema: sono soggette a interferenze esterne, non lasciano tracce cartacee - impediscono cioè un eventuale riconteggio dei suffragi - e poi sono stati prodotti dalla "Diebold Inc. ", presieduta dal signor Walden O'Dell che in passato ha contribuito con milioni di dollari alle campagne di Bush jr.

Come se non bastasse, il voto degli americani all'estero - sono tanti tra militari e civili nelle 130 basi Usa disseminate in ogni continente - verrà trasmesso su una rete internet del Pentagono, penetrabile da qualsiasi hacker, soprattutto se opera dai dintorni di Pennsylvania Avenue a Washington. Va aggiunto che il sistema del "jerrymandering", della redifinizione su mappa dei collegi elettorali a vantaggio dei repubblicani, ha superato quest'anno ogni limite. Il New York Times, in un articolo di fondo dal significativo titolo "Tradimento a danno dei votanti Usa", ha documentato gli effetti del jerrymandering in uno stato come la Pennsylvania dove sono stati ridisegnati a tavolino dozzine di collegi piuttosto bizzarri, che portano nomi altrettanto bizzarri come "grande drago cinese rovesciato", dove i repubblicani dispongono ora di maggioranze assolute.

Un primo risultato si è avuto proprio in questo Stato nelle elezioni congressuali di un anno fa: la Pennsylvania con una maggioranza di mezzo milione di democratici iscritti nei registri elettorali ha inviato al congresso 12 deputati del partito di Bush e solo 7 dell'opposizione. Più macroscopico questo broglio elettorale istituzionalizzato negli stati della Florida, dell'Ohio e del Michigan, sempre a detta di quel quotidiano di second'ordine che Berlusconi potrebbe senz'altro definire sotto l'influenza dei comunisti.

Malgrado la protesta di questo quotidiano e di qualche magistrato del tipo "toga rossa" l'opinione pubblica della Repubblica stellata non sembra affatto preoccupata da questa pervasiva violazione delle normali procedure democratiche, confermando forse la validità dell'assioma enunciato in "Mein Kampf" ovvero quel vecchio dissacrante adagio secondo cui "gli americani eleggono sempre dei dirigenti che li ritengono troppo stupidi per intravedere la verità o troppo disinteressati per prestarvi un minimo ascolto".