Roma, 2 novembre 2008

   

“BROCKO” DOVREBBE FARCELA

 MA I DUBBI PERMANGONO

 

La estraneità di Obama, l’effetto Bradley, sinonimi di razzismo, e i brogli elettorali sono le pesanti incognite che gravano sulla vittoria assegnata dai sondaggi al candidato afro-americano.

Solo la catastrofe economica e la collusione dei bushevici con i banksters potranno controbilanciare queste incognite e smentire la nefasta ipotesi di una presidenza McCain.

 di Lucio Manisco

 

La crisi economica e lo sdegno dopo il 12 settembre per la palese collusione dell’amministrazione Bush con i banksters e gli speculatori di Wall Street che hanno continuato a far soldi a palate potranno controbilanciare le pesanti incognite che gravano sulla vittoria di Barack Obama dato per favorito a quarantotto ore dal voto da quasi tutti i sondaggi con percentuali dal 5 all’8 per cento. Su un presunto eccezionale afflusso alle urne di 138 milioni di votanti (188 quelli iscritti nelle liste elettorali) senza quelle incognite la maggioranza  nel voto popolare del candidato afro-americano potrebbe raggiungere gli undici milioni di suffragi: se è vero che si tratta di singole elezioni presidenziali in 50 diversi stati, più il distretto della Colombia, con il filtro di un collegio elettorale nazionale, una maggioranza del genere dovrebbe avere una rilevanza più o meno determinante in quasi tutti i cosiddetti stati chiave, quelli con un più alto numero di grandi elettori, come la Florida, l’Ohio, la Pennsylvania, il Tennessee, la Virginia e quelli di minor peso ed in bilico come lo Iowa ed altri del profondo sud e del Midwest passati in campo repubblicano.

L’incognita più grave, quella che ha motivato da un anno a questa parte il pessimismo di chi scrive su una probabile, nefasta vittoria di un candidato repubblicano nevrotico, mentalmente instabile, guerrafondaio e malgrado le distanze prese recentemente da Bush, ultra-conservatore, rimane quella del razzismo, mimetizzato dai mass media e da sociologhi e psicologi statunitensi di chiara fama sotto denominazioni diverse. Ad esempio quella di “effetto Bradley” dal nome del sindaco afro-americano di Los Angeles che, dato per ultrafavorito dai sondaggi per via dei consensi liberal nella corsa per il governatorato della California, venne clamorosamente sconfitto alle urne.

L’altro termine è quello di “più straniero” o “estraneo” e “meno americano” e non si tratta di una definizione fittizia o di comodo ma basata su una ricerca psico-sociologica condotta dall’università di San Diego e da quella di Chicago: la ricerca basata sul noto metodo di associazione psicologica e condotta in gran parte tra migliaia di studenti tendenzialmente a favore di Obama ha prodotto risultati a dir poco sorprendenti; al quesito se il candidato afro-americano apparisse loro più straniero e meno americano di una Hillary Clinton e di un John McCain hanno risposto affermativamente ammettendo che persino il britannico Tony Blair nel loro subconscio veniva giudicato più americano e meno straniero di Barack Obama, rivelando così che il colore del senatore dell’Illinois e non la sua discendenza keniota aveva prevalso nei loro orientamenti.

Il pregiudizio razziale non è stato cancellato o diluito dalle sentenze dell’alta corte e dagli interventi delle presidenze Kennedy e Johnson negli anni cinquanta e sessanta sull’integrazione scolastica, sulla libertà di voto, sull’accesso delle minoranze ai posti di lavoro mediante quote. Negli ultimi sette lustri queste riforme sono state rimpiazzate, se non formalmente abrogate, dal “gerrymandering” o ridisegno dei collegi elettorali a scapito degli afro-americani, da ostacoli ad hoc sul loro accesso alle urne, dall’esclusione dal diritto di voto soprattutto negli stati del sud di milioni di cittadini di colore che avessero scontato pene minori o fossero incorsi in violazioni del codice stradale. E poi contro l’integrazione scolastica sono stati proclamati i diritti delle libertà di scelta degli scolari bianchi per istituti bianchi, così come nel campo dell’occupazione sono state cancellate le quote in quanto discriminatorie nei confronti del diritto al lavoro degli stessi bianchi.

Barack Obama, o Brocko come lo chiamano affettuosamente i suoi più fedeli seguaci, è naturalmente consapevole di queste discriminazioni de iure e de facto che in forme più palesi e violente hanno caratterizzato la storia degli Stati Uniti negli ultimi quattrocento anni ed ha pertanto assunto una posizione super partes nella sua campagna elettorale: a differenza di altri candidati afro-americani alla Casa Bianca  come Jesse Jackson e Shirley Chisholm e persino dello stesso Martin Luther King nella sua radicalizzazione prima della morte, ha asserito di non rappresentare più o esclusivamente gli interessi della sua etnia ma quelli della intera collettività all’insegna di una catarsi nazionale resa necessaria dalle devastazioni sociali, economiche ed internazionali poste in atto dall’amministrazione Bush negli ultimi otto anni e che un eventuale amministrazione McCain – Palin prolungherebbe per almeno un altro quadriennio. C’è da augurarsi che questa sua strategia risulti tra quarantotto ore vincente, anche se lo ha portato e non solo in politica estera e militare su posizioni non molto dissimili da quelle di Cheney, Bush & Co. Per le minoranze di una sinistra liberal o radical non si tratta di ignorare queste carenze della candidatura di Obama ma di valutare il 4 novembre le catastrofiche conseguenze di un avvento alla Casa Bianca dell’avversario repubblicano.

L’altra e non meno pesante incognita è quella dei brogli elettorali che nel 2000 e nel 2004 hanno determinato fraudolentemente la vittoria di Bush attuando il disegno di Carl Rove secondo cui il dominio repubblicano avrebbe dovuto perpetuarsi a qualsiasi costo per un secolo se non per un millennio. Gli scandali della Florida, dell’Ohio e di altri stati hanno portato alla creazione di commissioni bipartitiche destinate ad evitare ipocritamente non tanto i brogli mai ufficialmente denunziati quanto gli errori emersi nel più recente passato nei conteggi dei voti. Questa volta comunque i democratici hanno cercato di correre ai ripari con la mobilitazione degli elettori nel voto anticipato che ha portato alle urne nell’ultima settimana 20 milioni di cittadini in buona parte di tendenza obamiana e con l’impiego, questa volta stipendiato, di migliaia e migliaia di consulenti legali pronti a denunziare gli impedimenti posti all’accesso alle urne degli elettori democratici, afro-americani ed ispanici  e le manomissioni dei sistemi elettronici di voto che in molti casi negli ultimi giorni hanno deviato su McCain i suffragi del candidato democratico.

E’ augurabile che questi correttivi abbiano gli effetti desiderati anche se è più probabile che sia la più grave crisi economica dal 1929 ad oggi ad indurre gli elettori a voltare pagina. Se non fossero quelle maledette incognite a ridimensionare gli auguri e le speranze dell’ultima ora…