Essere Comunisti luglio-agosto 2008

Obama, mccain e i nuovi exploit della "guerra infinita"

 

di Lucio Manisco

 

Si è parlato, ballato e cantato alle kermesse democratica e repubblicana di Denver e di Saint Paul: Barak Obama, audacia della speranza e virgulto nero del cambiamento ha giocato elegantemente di fioretto con John McCain, audace eroe del Vietnam e propugnatore bianco dello stesso indefinito cambiamento, mentre l’esperto cavallo da tiro dei democratici al senato, Joe Biden, e l’esagitata cacciatrice repubblicana di caribù, fino a ieri sostenitrice della secessione dell’Alaska dall’Unione, ambedue aspiranti alla vice-presidenza degli Stati Uniti, hanno incominciato a scambiarsi palate di fango a poche settimane dalla scadenza elettorale del primo martedì di novembre.

Spasmodica l’attenzione dei mass media statunitensi ed europei per i due storici eventi celebrati nel Colorado e nel Minnesota e per i sondaggi del giorno dopo che, non potendo rilevare il peso del razzismo sotto traccia dell’opinione pubblica, a metà settembre davano ancora per favorito, anche se di stretta misura, il senatore afro-americano dell’Illinois sul “maverick” (capo di bestiame senza marchio, nell’improbabile traduzione del dizionario italiano-inglese) John McCain. A dire il vero l’attenzione dei mass media è stata deviata per quarantotto ore dall’arrivo di Gustav, l’uragano che conteso con grande impegno a fini elettorali dai due partiti ha preferito non schierarsi ed ha quindi risparmiato quello che resta di New Orleans.

Il tutto mentre il mondo precipitava nella più grave crisi internazionale degli ultimi decenni, una crisi prima sottovalutata e poi travisata da quegli stessi mass media occidentali che bene orchestrati hanno poi definito l’aggressione militare della Georgia all’Ossezia del Sud una brutale violazione russa della sovranità territoriale e dell’indipendenza della nazione affidata alle cure del presidente quisling Saakashvili. Quei pochi osservatori a conoscenza dei fatti che hanno obiettato a questo plateale travisamento sono stati accusati di aver preso le parti del duetto Putin – Medvedev per un rigurgito di nostalgia filo-sovietica. Lo stesso è accaduto a chi ha avanzato riserve sulle credenziali progressiste di Obama e avrebbe portato acqua al mulino del conservatore o neo conservatore McCain: per quanto riguarda la crisi nel Caucaso il primo si è dimostrato disponibile ad usare carri armati e artiglieria campale contro le orde russe che avevano invaso la Georgia, mentre il secondo non ha escluso il ricorso a missili nucleari e sempre vigile è rimasto in trincea mentre l’avversario democratico se la spassava con il surfing sulle grandi onde delle isole Hawaii. Tra le onde delle Maldive nuotava invece con la futura moglie il ministro italiano degli esteri Frattini tra il serioso disappunto della nostra stampa disorientata dal prolungato silenzio del patron Berlusconi, notoriamente amico e socio d’affari di Vladimir Putin nella Gazprom ed in altre imprese commerciali russe, un rapporto di interessi che ha prevalso su quello di amicizia fraterna per George Dubia Bush.

Che la grande crisi fosse stata pianificata dall’Amministrazione americana, con le visite del segretario di Stato Condoleeza Rice a Tblisi e poi con i colloqui con i dissidenti  filoamericani di Tskhivali, capoluogo dell’Ossezia del Sud, non costituiva certo un segreto di stato. Prima del massiccio attacco georgiano del 7 agosto contro questo grosso centro abitato (da mille e seicento a due mila i morti tra i civili) il Presidente Saakashvili aveva ricevuto ingenti finanziamenti ed armamenti dagli Stati Uniti ed un generale israeliano con duecento “consiglieri militari” aveva sottoposto ad addestramenti intensivi il suo esercito. Il che è servito a poco o a nulla perché le truppe georgiane si sono sciolte come neve al sole alla prima, sproporzionata, reazione militare russa. Sproporzionata forse, ma ingiustificata no di certo: c’erano gli accordi del 1999 sotto egida Osce sottoscritti da Georgia, Russia, Ossezia del nord e Ossezia del Sud che affidavano a un contingente militare russo il compito di “peacekeeping” nella regione irredentista. E poi c’erano lo slittamento accelerato della Georgia nell’abbraccio della NATO e ad un passo quello dell’Ucraina nella stessa direzione. E poi ancora le basi anti-missilistiche USA in corso di allestimento in Polonia e il complesso dell’accerchiamento strategico che da anni stava ossessionando i dirigenti del Cremino, per non parlare degli oleodotti e gasodotti delle compagnie americane che attraverso la Georgia ed il Caucaso ponevano allarmanti alternative agli approvvigionamenti sotto controllo russo verso l’occidente.

Anche se le forze militari delle due potenze non sono ancora entrate in contatto diretto, malgrado l’arrivo nel Mar Nero di unità navali americane e lo stato di allerta di quelle russe, la crisi si va aggravando di giorno in giorno. Riconoscimento da parte di Mosca dell’indipendenza dell’Ossezia del Sud e della Abkhazia, minacce poco credibili di sanzioni da parte dell’ONU – sono venute meno quelle dell’Unione Europea – e frenetica attività del Vice-Presidente Dick Cheney in Georgia e dintorni con l’assegnazione di un miliardo di dollari al regime di Saakashvili. Tutto indica che una seconda partita sia in allestimento prima delle elezioni del 4 novembre nell’ufficio ovale della Casa Bianca.

Nel frattempo i mass media USA continuano a misurare con il bilancino i pro e i contro, i meriti e i demeriti politici e spettacolari della convenzione democratica e di quella repubblicana e non mancano le esagerazioni e le distorsioni su quanto realmente accaduto.

Disdicevole e comunque improprio parlare, come ha fatto un esagitato sostenitore di Obama, di “Planet of the apes” a proposito della kermesse repubblicana di St. Paul: nel primo della serie di film con Charlton Heston tra le scimmie guerriere che hanno ereditato il pianeta ci sono, se la memoria ci aiuta, anche quelle buone, evolute e pacifiste che ragionano e non vogliono far fuori gli astronauti piombati dallo spazio dopo un salto nel futuro da macchina del tempo. La sarcastica analogia con il pianeta delle scimmie ha voluto colpire la candidata alla vice-presidenza Sarah Palin, un personaggio femminile in verità singolare e sorprendente anche per un palcoscenico elettorale conservatore noto in passato per i suoi eccessi antropomorfici – un incrocio agli asteroidi tra le nostrane Daniela Santanchè e Michela Vittoria Brambilla, con l’aggiunta del fondamentalismo religioso e del culto per i mitragliatori impiegati per andare a caccia di caribù, i pacifici e miti ruminanti dell’Alaska. L’irriverente battuta era diretta anche all’irrazionalità e ai non sequitur del discorso di accettazione della nomina pronunziato il 4 settembre  dal candidato repubblicano alla presidenza John McCain, soprattutto agli strali da lui lanciati contro il governo federale e la gestione corrotta ed alienante della cosa pubblica, come se negli ultimi otto anni ne fossero stati titolari i democratici e non i repubblicani e come se il senatore McCain non avesse votato a favore del 90% delle leggi, degli editti liberticidi, degli abusi di potere e delle catastrofiche guerre scatenate dal presente inquilino della bianca magione di Pennsylvania Avenue, George W. Bush, mai menzionato per nome e cognome e tenuto opportunamente lontano dallo Xcel Energy Center del capoluogo del Minnesota.

Troppo facile per gli “Obamistas” criticare questo aspetto della strategia elettorale del cosiddetto eroe della guerra perduta in Vietnam e del suo mentore Carl Rove; troppo facile in quanto ignora il tema più ricorrente dei contrasti politici negli Stati Uniti all’interno di quello che Gore Vidal chiama il partito unico demorepubblicano e che ha prodotto la più grande e duratura rivoluzione neoconservatrice nella storia della repubblica stellata. Senza alcuna soluzione di continuità dai tempi di Ronald Reagan ad oggi omogenee coalizioni di poteri e di interessi sotto denominazioni diverse si sono alternate ai vertici dell’esecutivo professando di volerne demolire gli abusi, i costi, la burocrazia. Nella realtà li hanno messi all’asta privilegiando il privato sul pubblico, il profitto delle corporazioni e del capitale speculativo sul sociale e sugli investimenti di rilevanza pubblica. Chi, come chi scrive, ha vissuto da cronista per trentotto anni negli Stati Uniti ha ad esempio registrato la sbalorditiva trasformazione urbanistica della capitale: Washington è diventata un conglomerato di sfavillanti e lussuosi sobborghi residenziali per super-ricchi, di grattacieli che ospitano i quartier generali delle lobbies più disparate e sempre più potenti come quelle dell’apparato militare-industriale, del petrolio, per non menzionare quella ebraica meno visibile, ma forse più influente di ogni altra, nota con la sigla di A.I.P.A.C. (America Israel Political Action Committee). E’ la capitale del benessere più edonista e appariscente di una nazione dall’economia a rotoli, dalla disoccupazione in crescita verticale, con 47 milioni di cittadini privi della minima assistenza medica, con gli indici di povertà in ascesa continua, con flessioni marcate dei consumi, della produttività e di una presenza sindacale già da decenni ridotta ai minimi termini (sia nella convenzione repubblicana che in quella democratica i sindacati sono stati criticati come “gruppi di pressione controproducenti” e il termine “classe lavoratrice” è stato cancellato e sostituito con quello di “classe dei ceti medi”).

Tale stato di cose in una nazione che lo “Economist” definisce “melanconica e depressa” non può essere del tutto ignorato dalla rivoluzione neoconservatrice che detta legge nel partito repubblicano e condiziona pesantemente l’involuzione del partito democratico: ecco perché l’uno e l’altro si scagliano formalmente e con ritualità quadriennale contro le responsabilità del governo centrale, invocano la necessità di operare un cambiamento che porti ad una maggiore efficienza nella gestione governativa della cosa pubblica. Il risultato negli ultimi otto anni è stato diametralmente opposto: meno efficienza, più corruzione, più scandali, più avvicendamenti al potere di personaggi sempre meno competenti in quanto selezionati unicamente sulla base del loro asservimento alle corporazioni, agli speculatori, a chi ha fatto del libero mercato un’entità metafisica, inalterabile, di origine divina. Vengono chiamati “free marketeers”, traducibile in italiano con il termine di “liberi marchettari”.

Nel saggio “The wrecking crew”, “La squadra dei guastatori”, dato alle stampe a metà settembre, Thomas Frank, un politologo “liberal” molto distante dal radicalismo di un Chomsky o di un Vidal, esclude che queste elezioni presidenziali possano produrre una drastica correzione di rotta o che un’improbabile vittoria democratica trasformi la “squadra dei guastatori” in “squadra di costruttori”. Ci vuole ben altro, conclude, per abbattere il sistema monopartitico al potere, per far fronte al capitalismo “laissez-faire”, per restaurare la sovranità popolare. Ci vuole un risveglio delle coscienze addormentate dal sovrapotere mediatico, ci vuole eventualmente una rinascita dei movimenti progressisti e riformisti di massa. E’ bello sperare; c’è solo da augurarsi che ce ne sia il tempo e che una catastrofe ambientale o nucleare non apponga la parola fine a questa speranza.