La Rinascita 12/18/2000

 

Non e' Bush, sono i primi suoi collaboratori ad allarmare il mondo intero.
Una immagine piu' agressiva e militaresca del nuovo impero.

 

I mass media europei, unica eccezione quelli italiani, hanno continuato a sottolineare le macroscopiche carenze culturali, politiche e caratteriali del 43 mo presidente degli Stati Uniti. Da quando Le Monde alla vigilia della conclusione giudiziaria della contesa elettorale intitolo' un suo editoriale "L'idiot du village global sera-t-il president des Etats-Unis?" un'orgia di sarcasmo ha inondato le prime pagine dei quotidiani francesi , inglesi e tedeschi, anche di quelli conservatori o moderati: uno dei motivi piu' ricorrenti e' stato quello dell'apparente dislessia di George "Dubya" Bush, quel disturbo per cui non si riesce ne' a leggere ne' a capire un testo scritto, pure essendo in grado di leggere e di capire le singole parole; "In God we trust", "In Dio facciamo affidamento", proclamato sulle banconote USA, sarebbe diventato nel travisamento dislessico del neo presidente "in dog we trust", "nel cane facciamo affidamento". La copertina dell'Economist del 16 dicembre recita "Il Presidente accidentale", in eclatante contrasto con quella del settimanale americano Time che proclama Bush "Personaggio dell'Anno". Potremmo continuare a citare cento altre battute ironiche e veri e propri vituperi che continuano a venire scodellati dai mass media del vecchio continente se le prime scelte operate dal presidente eletto o da chi per lui non inducessero a piu' serie ed allarmate riflessioni sugli indirizzi politici che la sua amministrazione seguira' nel prossimo quadriennio, oltretutto in quanto presumiamo di credere che le stesse riflessioni stiano seminando il panico in molte cancellerie europee.

Iniziamo con le nomine del Generale Colin Powell al Dipartimento di Stato e della Signora Condoleezza Rice al consiglio per la sicurezza nazionale che insieme al Vice Presidente ed ex segretario alla difesa Dick Cheney dovrebbero guidare a nome del godfather, l'ex-Presidente George Herbert Walker Bush, gli incerti passi dell'inesperto figliolo. Anche su queste scelte i commenti italiani sono stati a dir poco devianti: sono state sottolineate ad esempio le loro esperienze di governo e, per quanto riguarda la pelle scura dei primi due, l'intenzione di placare rabbia ed insofferenza degli Afroamericani che, nove su dieci, avevano votato per il democratico Al Gore. C'e' ben altro in queste scelte: basta leggere attentamente il discorso di accettazione del Generale Powell che secondo Bush Junior sarebbe destinato a ricalcare le orme eccellenti di un altro militare, George Marshall, portato nel 1947 da Harry Truman al Dipartimento di Stato. Purtroppo Colin Powell nel suo discorso non ha indicato di appartenere allo stesso stampo di statista del suo illustre predecessore. Si e' richiamato piu' volte alla "dottrina" di cui aveva fatto sfoggio durante e dopo la guerra del Golfo: l'impiego della forza solo quando diventa necessaria e puo' essere esercitata con devastante supremazia militare ("Combattere le guerre che sono state gia' vinte", secondo l'arguta interpretazione di Lucio Caracciolo). Nel "Foggy Bottom", nel "Fondale delle Nebbie" come viene amabilmente chiamato il Dipartimento di Stato, tutti si chiedono come questa dottrina possa essere tradotta in termini di diplomazia internazionale da chi non ha la piu' pallida idea cosa sia la diplomazia e per giunta in un dicastero atrofizzato e demoralizzato da titolari del calibro di James Baker, Warren Christopher e Madeleine Albright. Colin Powell ha parlato di "nuovo internazionalismo" senza fornire delucidazioni a riguardo, ha sottolineato l'importanza di coordinare la politica statunitense con quella degli alleati europei ed ha immediatamente riconfermato il suo sostegno al piu' destabilizzante programma militare USA, ed in quanto tale osteggiato dai governi alleati, quello dello scudo anti-missilistico nello spazio; ha ribadito l'ostilita' del grande impero per tutti i regimi che perseguono "politiche fallimentari con risultati fallimentari", una chiara allusione a Cuba, alla Libia, alla Corea del Nord, ed ha dichiarato a tutti gli effetti una nuova guerra contro l'Iraq che andrebbe ulteriormente devastato da piu' ferree sanzioni a dispetto degli orientamenti prevalenti in Europa e nel mondo intero. Una politica quindi piu' militare che estera, articolata su nuovi investimenti nella difesa volti a sviluppare nuove armi ad alta tecnologia per le guerre a distanza; ha infine glissato su un eventuale ritiro delle truppe americane dai Balcani, una tesi sostenuta invece da Condoleezza Rice secondo cui l'Europa dovrebbe provvedere ai compiti militari di una polizia coloniale in loco protetta da una massiccia copertura aeronavale statunitense. A parte uno sgradevole scambio da noi avuto durante la guerra del Golfo con la Signora, allora assistente del consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft, ben altre sono le ragioni che giustificano forti riserve sul suo nuovo ruolo: e' imbevuta di dottrine congelate ai tempi della guerra fredda nell'ostilita' dichiarata per quanto oggi e' rimasto dell'Unione Sovietica, per la Repubblica Popolare Cinese e persino per il Vietnam; nei corsi da lei tenuti all'Universita' di Stanford ha alluso piu' volte alla necessita'di tornare alla politica del "roll back", del "ripiegamento forzato" del comunismo perseguita mazzo secolo fa da John Foster Dulles. Non si tratta solo di idee che hanno fatto il loro tempo ma di direttive agressive e planetarie destinate eventualmente a sostituire i bersagli del passato con nuovi bersagli di comodo. Brilla per la sua assenza, anche nella sue finalita' pretestuose, una politica nominalmente in difesa dei diritti umani: la forza, la forza bruta da mettere in campo, sempre secondo la dottrina Powell, per alimentare l'apparato militare industriale USA e per rafforzare il dominio planetario del nuovo impero d'occidente.

Esistono naturalmente altre realta' con cui dovra' confrontarsi la nuova amministrazione repubblicana, prima tra tutte la recessione economica, oggetto delle urgenti consultazioni avute dal presidente eletto con l'omnipotente presidente della Federal Reserve Alan Greenspan. Non e' intanto solo il settimanale Time ad attribuire improbabili virtu' di statista a George Bush Junior; la stampa ben pensante statunitense sta lavorando a pieno ritmo nell'opera di restauro di una immagine corrosa da precedenti biografici dei piu' infausti, anche se ha creato un certo imbarazzo il sermone rivolto a George "Dubya" nella Tarrytown Methodist church dal reverendo Mark Craig domenica scorsa: "Lei, Signor Presidente, ha risanato ogni ferita, ha dato speranza ai giovani e agli anziani. Proprio quello che fece Mose' quando guido' il suo popolo attraverso il Mar Rosso. Lui fu prescelto da Dio e anche lei e' stato prescelto da Dio per guidare il nostro popolo".

Cinque giorni prima il nuovo profeta eletto da dio aveva messo a morte nel penitenziario di Huntsville in Texas ben tre condannati in 24 ore, Garry Miller, Daniel Hittle e Claude Jones, portando a 140 il primato assoluto detenuto dallo stato governato dal futuro presidente degli Stati Uniti.

Lucio Manisco