La Rinascita  della Sinistra, 17 novembre 2000

 

La scoperta dell'America

 

Irritazione in terra d'America per il sarcasmo che in Europa ha rimpiazzato l'interesse dei primi giorni sull'esito incerto delle elezioni presidenziali; irritazione piu' che comprensibile ma per ragioni ben piu' sostanziali di quelle apparenti: il sarcasmo infatti erode e corrode il modello americano e la sua proiezione imperiale sul vecchio continente e sul mondo intero.

Quale che sia il risultato dei conteggi e dei riconteggi dei voti, della convalida o del rigetto delle perforazioni sulle schede in quattro contee della Florida, del tortuoso percorso giudiziario delle contestazioni di Bush e Gore, e' opportuno porre in rilievo qualcosa di decisamente positivo emerso da questa singolare vicenda elettorale per le numerose province del grande impero d'occidente; qualcosa che va al di la' di un temporaneo collasso del modello americano e che investe un'auspicabile battuta d'arresto della dinamica piu' agressiva e violenta nella politica estera e militare degli Stati Uniti. Da rilevare a questo proposito un dato piuttosto sconcertante venuto alla luce nel corso della verifica dei voti provenienti dall'estero: si tratta di un potenziale elettorato di sei milioni e piu' di residenti statunitensi, per la stragrande maggioranza in Europa, e di questi sei milioni due milioni e 200 mila appartengono ai presidi militari della repubblica stellata in ogni angolo del pianeta (uomini e donne sotto le armi, familiari e dipendenti civili).

Prima ancora del 7 novembre George W. Bush aveva indicato a chiare lettere il suo intento una volta diventato inquilino della bianca magione di Pennsylvania Avenue, di ridurre questa presenza militare all'estero incominciando dall'area dei Balcani. Quando il sipario finalmente calera' su questo disdicevole tormentone elettorale e' opinione generalmente condivisa a Washington che il futuro capo dell'esecutivo sara' "a lame duck President", un Presidente anatra zoppa, e non solo per la perdita di autorevolezza e prestigio derivata da una vittoria strappata con un pugno di voti, ma perche' il margine della maggioranza repubblicana al senato e alla camera e' diventato esiguo o del tutto inesistente. Avremo cosi' un Congresso spaccato in due, costretto ad operare su compromessi e mediazioni quotidiane e pertanto poco incline a sostenere iniziative dinamiche o avventurose volte a portare avanti un ulteriore espansione non solo militare e politica ma anche economica degli Stati Uniti nel mondo. Non si trattera' certo di un ritorno a quell'isolazionismo che spazzo' via i sogni internazionalisti e di pace del Presidente Wilson in quanto, a differenza degli anni venti, la potenza militare americana, nucleare e convenzionale non verra' intaccata; e' un suo ulteriore rafforzamento che molto probabilmente registrera' ritmi meno accelerati. Anche se e' difficile prognosticare una riduzione dell'astronomico bilancio della difesa, l'apparato militare-industriale consolidera' i vantaggi e profitti conseguiti durante l'Amministrazione Clinton e ad esempio procedera' con maggiore cautela e in tempi piu' lunghi sulla strada rischiosa e destabilizzante della difesa anti-missilistica nello spazio.

Anche l'arroganza egemonica palesata negli ultimi otto anni dagli Stati Uniti nell'esercizio dei loro poteri su organismi internazionali come le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale e l'Organizazzione Mondiale del Commercio dovrebbe essere ridimenzionata dallo stallo bipartitico nel Congresso; su un altro versante la massiccia influenza decisionale e di veto del Senatore Jesse Helms, presidente della comissione estera del Senato, potrebbe essere inficiata dalla sua tarda eta' e dalle sue precarie condizioni di salute.

Partire da questi presupposti per delineare un'auspicato risveglio dell'Europa e' forse azzardato dati gli orientamenti subalterni e rinunciatari di gran parte dei governi europei. Citeremo comunque due esempi che promettono bene: il 10 novembre l'unione Europea ha posto in atto una procedura di sanzioni contro gli Stati Uniti presso l'Organizzazione Mondiale del Commercio per il massiccio quanto illegale sussidio statunitense alle esportazioni che prende il nome di "Foreign sales Corporation Program" ; e' infatti trascorsa la scadenza del 1 novembre fissata dalla stessa OMC per l'abrogazione di tale programma da parte dell'Amministrazione Clinton. E poi c'e' la questione dell'indebolimento dell'Euro: l'auspicato "soft landing" o atterraggio soffice dell'economia USA e lo sgonfiamento della bolla speculativa di Wall Street dovrebbero portare ad una riduzione del massiccio flusso di capitali europei sul mercato americano (piu' di 900 mila miliardi di lire in venti mesi alla fine di luglio del corrente anno). E' stato questo flusso di denaro posto in atto non certo dagli speculatori in valuta ma da quegli stessi imprenditori che si erano battuti strenuamente per la moneta unica e per tagli drastici della spesa sociale a provocare il crollo dell'Euro. La prevedibile riconversione di dollari nella moneta unica e nelle valute nazionali del vecchio continente non potra' non invertire la tendenza degli ultimi dodici mesi.

Tutti questi ragionamenti potrebbero naturalmente rivelarsi infondati qualora il "soft landing" dell'economia USA venisse annullato da quel "crash" da molti paventato in quanto porterebbe a crisi catastrofiche o comunque ad una fase pesantemente recessiva dell'economia mondiale.

A voler escludere ipotesi catastrofiste del genere l'eccezionale vicenda elettorale americana dovrebbe aprire piu' spazio di manovra all'Unione Europea sempre che i suoi governanti dimostrino la capacita' di riacquistare quel minimo d'indipendenza e di autonomia decisionale perduta prima e dopo la sciagurata guerra nei Balcani.

Lucio Manisco