20 gennaio 2002

 

LO SCANDALO ENRON INVESTE LA CASA BIANCA
 IL VICE-PRESIDENTE CHENEY E NUMEROSI FUNZIONARI DI NOMINA GOVERNATIVA COINVOLTI FINO AL COLLO NELL’ASSISTENZA "INDIRETTA" ALLA CORPORAZIONE BANCAROTTIERA E ALLE 900 SUE SUSSIDIARIE "OFF SHORE". LE DUE PRIME BUGIE DEL PRESIDENTE BUSH.

di Lucio Manisco

 

Lo scandalo Enron si è abbattuto sulla Casa Bianca con effetti paragonabili a quelli venuti meno ai terroristi del quarto aereo dell’11 settembre, ma saranno probabilmente quei tragici eventi di quattro mesi fa e l’epilessia patriottica quotidianamente innoculata dai mass media nell’opinione pubblica americana a salvare il presidente Bush dalla procedura dell’impeachment: la nazione è in guerra, i nostri ragazzi sono al fronte e non si può mettere sotto accusa chi guida la crociata contro il nuovo male assoluto, il terrorismo mondiale. Solo dieci giorni fa il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer aveva dichiarato: "Non mi risulta che qualcuno alla Casa Bianca abbia mai discusso la situazione finanziaria della Enron". Da qualche giorno a questa parte è emerso che gli unici a non aver discusso il caso siano stati Barney e Spot, i cani del presidente forse perchè troppo occupati ad osservare il loro padrone alle prese con i letali salatini. Il vice presidente Dick Cheney, secondo una documentazione ufficiale publicata venerdí scorso, era intervenuto di persona lo scorso giugno per salvare dal fallimento una grossa impresa varata dal conglomerato in India; aveva avuto consultazioni urgenti ed incalzanti con i governanti di Nuova Deli e aveva coordinato analoghi tentativi posti in atto dal Dipartimento di Stato, da quello del Tesoro e da quello dl Commercio non senza prima essersi a lungo consultato con Kenneth Lay, presidente della Enron. Lawrence Lindsay, principale consigliere economico di Bush e prima ancora consulente della Enron, lo scorso ottobre aveva diligentemente compilato un rapporto sul possibile impatto del fallimento della compagnia sulla economia americana, raggiungendo la conclusione che tale impatto sarebbe stato uguale a zero. La seconda linea di difesa dell’Amministrazione è stata articolata sul presupposto che era nell’interesse nazionale seguire le vicende della Enron e che nessun favore era stato elargito ai suoi dirigenti prima di una catastrofe già annunciata: se non ne hanno beneficiato loro, numerosi esponenti dell’Amministrazione hanno tratto vantaggi cospicui dalla conoscenza degli affari in malora di una delle più grandi compagnie della new economy; dallo scorso marzo fino a novembre si erano affrettati a disfarsi dei pacchetti azionari della Enron e delle sue 900 sussidiarie off-shore che per tre anni avevano incamerato i profitti, accumulato ed occultato gli enormi passivi con una frode fiscale di dimensioni megagalattiche. Non da meno naturalmente i dirigenti del conglomerato, a partire dallo stesso Kenneth Lay, che si erano liberati delle loro azioni per un ammontare complessivo di un miliardo di dollari, raccomandando al tempo stesso a decine di migliaia di loro impiegati di acquistare nuovi titoli perchè "si trattava di un grosso affare". L’altra misura varata la primavera scorsa fu quella di impedire agli stessi impiegati di disfarsi dei loro investimenti azionari nel fondo pensione poi azzerato dal fallimento ufficiale del 2 dicembre dell’anno scorso.

Ma veniamo ora al ruolo avuto in questo maleodorante affare dal primo cittadino della grande repubblica stellata: sul fatto che la Enron abbia finanziato le sue campagne elettorali per il governatorato del Texas e per la presidenza degli Stati Uniti non possono sussitere dubbi di sorta in quanto è stata la stessa compagnia a proclamarlo nelle documentazioni consegnate agli enti di controllo del Congresso. E’ anche vero che finanziamenti analoghi anche se molto meno cospicui sono andati a candidati democratici come Al Gore e Joe Lieberman. Ma qui casca l’asino – chiediamo scusa - qui è caduto George Dubya Bush quando ha asserito di avere incontrato per la prima volta il Signor Lay solo nel 1994 e che comunque lo stesso Signor Lay aveva apoggiato la candidatura dell’avversaria democratica Ann Richards nelle elezioni per il governatorato del Texas. Due menzogne che non hanno retto alla prova dei fatti. Rapporti stretti e personali di Bush con Kenneth Lay risalgono al 1992 e nelle elezioni di due anni dopo la Enron profuse centinaia di migliaia di dolari nella campagna di Bush Junior. Una interessante testimonianza a questo proposito è stata resa dall’ex ministro argentino per i lavori pubblici Rodolfo Terragno il quale ha rivelato che sin dal 1988 Geroge W. Bush, presentandosi come figlio dell’allora vice presidente degli Stati Uniti, aveva esercitato su di lui forti pressioni acciocché favorisse la Enron nell’appalto per la costruzione di un gigantesco gasodotto che doveva attraversare l’intero paese. Il progetto venne bocciato dal Terragno e dall’allora presidente Raul Alfonsin per poi venire invece approvato dal più arrendevole presidente Carlos Saul Menem divenuto grande amico del presidente Bush senior. E’ proprio vero che "le polpe dei padri ricadono sui fogli" :il vecchio presidente aveva intrecciato vantaggiosi rapporti finanziari con la Enron prima ancora che questa si espandesse a ragnatela sugli Stati Uniti e sul mondo intero e sono stati i fogli e cioè i rapporti delle commissioni d’inchiesta del Congresso a dimostrarne l’esistenza senza peraltro evidenziare responsabilità penali dell’allora capo dell’esecutivo. Il figlio non si è limitato a seguire le orme del padre ma ha calcato la mano sul suo personale codice di condotta, un codice basato sulla morale personale e pubblica. Con ovvi richiami agli scandali dell’Amministrazione Clinton aveva proclamato durante la sua campagna elettorale per la presidenza di voler aprire le porte ad una "nuova era di responsabilità personale" nella gestione della "res pubblica" : ed in osservanza a questo principio aveva autorizzato il vice presidente Cheney a coordinare con la Enron quel piano energetico nazionale che nel giro di pochi mesi doveva mettere in ginocchio l’intero stato della California. Ora c’è chi dice che lo scandalo, anzi l’obbrobio del caso che ha investito la Casa Bianca servirà a moralizzare la vita publica soprattutto per quanto riguarda i colossali finanziamenti delle campagne elettorali negli Stati Uniti d’America. Ma c’è anche chi ha tratto la conclusione, dai fatti e non dalle chiacchere, che nulla del genere accadrà in quanto corruzione politica, malversazioni e rapine a danno dei contribuenti vanno di pari passo, anzi sono conditio sine qua non dello sviluppo capitalistico nell’era della globalizzazione.

 

Lucio Manisco