8 febbraio 2004

Commissione "bushevica" sulla Cia 

Le fandonie sulle «tremende armi di Saddam»

di Lucio Manisco

Mai visto un Bush così smarrito e costernato, mai una conferenza stampa così breve e senza domande dei giornalisti, mai i personaggi di un'alta investitura presidenziale sviliti nel ruolo di comparse da film di Bollywood. Non sembra che lo humor nero del capo dell'esecutivo avesse qualcosa a che fare con le preoccupazioni per le fandonie raccontate sulle inesistenti armi di distruzione di massa che avevano motivato la dissennata e sanguinosa guerra all'Iraq; più probabile invece, come ha indicato il Washington Post, che il presidente non avesse compreso bene la necessità di nominare una commissione d'inchiesta sulla Cia per i dati "erronei" raccolti sul tremendo arsenale nucleare, batteriologico e chimico iracheno di cui non si è trovata traccia in più di dieci mesi.

Era stato il reggente e vice presidente Dick Cheney a volere, contro il parere del segretario alla Difesa Rumsfeld, la commissione d'inchiesta, a limitarne scrupolosamente i compiti, a prolungarne la durata e a selezionarne i componenti. E quelli di Cheney, come sanno anche i sanpietrini di Pennsylvania Avenue, sono ordini che non possono essere trasgrediti e tantomeno posti in discussione dal Bush jr.

E' stato anche scritto che erano stati clamorosi incidenti di percorso di Tony Blair a indurre il vice presidente Usa a correre ai ripari. Nulla di più lontano dal vero: del barboncino britannico e degli altri alleati non potrebbe importar meno ai gestori dell'impero stellato: basta guardare alla missione di Rumsfeld in Europa, alla decisione di ridurre gli effettivi e le basi americane o di trasferire la sesta flotta dall'Italia alla Spagna senza neppure un telefonata di cortesia al fido Berlusconi.

Ben altre le preoccupazioni di Dick Cheney: la truffa delle Weapons of mass destruction o Wmd, già oggetto di due inchieste congressuali, aveva occupato di prepotenza il centro della contestazione democratica nelle elezioni di novembre soprattutto dopo le dimissioni dell'ispettore di nomina presidenziale David Kay che aveva proclamato l'inesistenza delle armi in questione sul territorio iracheno. Non bastava più travisare le sue parole come aveva fatto il presidente, o costringere Colin Powell a rimangiarsi l'ammissione secondo cui non avrebbe consigliato di ricorrere alle armi "se avesse saputo" e tanto meno la battuta dello stesso Bush sul fatto che oggi gli Stati Uniti, con o senza il ritrovamento delle armi, si sentirebbero più sicuri perché non c'è più Saddam.

Occorreva disinnescare la bomba ad orologeria in mano ai candidati democratici, soprattutto al senatore John Kerry, l'eroe del Vietnam dal profilo lincolnesco, che sta turbando i sonni di un presidente impegnato grazie al padre una trentina d'anni fa nell'eroica difesa dei cieli del Texas dai bombardieri di Ho Chi Minh.

Dick Cheney è convinto di essere riuscito a risolvere il problema con un'operazione articolata su tre mosse: la commissione di inchiesta, al fine conclamato di evitare un'inutile esasperazione della campagna elettorale, non potrà concludere i suoi lavori prima del 31 marzo 2005, cinque mesi cioè dopo il ricorso alle urne. Ignorata così la protesta dei democratici secondo cui gli elettori dovrebbero sapere per certo se votare o meno a favore o contro dei governanti bugiardi ed affaristi, ovvero illibati e veritieri nella loro crociata in difesa della libertà e della sicurezza nazionali.

La seconda mossa ha fissato rigorosamente i limiti dell'inchiesta: questa dovrà occuparsi esclusivamente dell'operato della Cia e non sfiorare neppure da lontano le responsabilità di un esecutivo che ha manipolato - posto che ce ne sia stato il bisogno - le informazioni dei servizi sugli arsenali nascosti di Saddam.

La terza mossa del diabolico Dick è stata quella dall'esito più certo: ha riempito la commissione "bipartisan" di quelli che a Washington vengono amabilmente definiti "bushevichi" a prova di bomba. Due i co-presidenti: il giudice federale d'appello Laurence Silberman, repubblicano di ferro, passato alla storia per aver gestito ai tempi della candidatura di Reagan gli accordi segreti con l'Iran di Khomeini volti ad evitare il rilascio degli ostaggi americani prima delle elezioni presidenziali ed una temuta riconferma di Jimmy Carter alla Casa Bianca. Al suo fianco è stato posto lo pseudo-democratico senatore della Virginia Charles Robb molto vicino ai neo conservatori repubblicani in quanto massimo esponente dell'associazione di estrema destra "Democratic Leadership Council". Leggiamo poi nella lista degli altri membri il nome del repubblicano indipendente John McCain che aveva sfidato Bush jr nelle primarie del 2000; il senatore dell'Arizona si è meritato l'attributo di indipendente per aver votato qualche volta contro le direttive del partito, ma è certo che è stato il più veemente assertore della "Bagdad delenda est" prima, durante e persino dopo l'aggressione all'Iraq. Abbiamo poi un ex vice direttore della Cia, l'ammiraglio William O. Studeman ed altri personaggi minori che si sono distinti per la loro disponibilità a lavorare per qualsiasi governo e che, a differenza degli altri, non hanno la minima conoscenza o esperienza in materia di servizi segreti.

Centrale il ruolo del principale indagato, il presente direttore della Cia George Tenet, che dal campo clintoniano è passato armi e bagagli a quello dei "neo-cons". Lapidaria la sua ultima asserzione: «Quando avremo sull'Iraq tutti i dati conoscitivi noi non risulteremo completamente nel giusto e nemmeno completamente nel torto». Una battuta che ricorda quella dei tre medici al capezzale di Pinocchio. Non è da escludere che il Tenet possa rinunziare al suo incarico: lo attende sicuramente la vice presidenza della General Electric o quella del Halliburton.